Tempo di vendemmia per la marijuana. Boom di “coltivatori diretti”

di Riccardo Galli
Pubblicato il 28 settembre 2012 14:48 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2012 14:49
marijuana

(foto LaPresse)

ROMA – Che settembre sia mese di vendemmia lo sanno tutti. Astemi compresi. Ma la vite non è l’unica pianta che  matura ed offre i suoi frutti ad inizio autunno. Come lei, la marijuana. Anche il raccolto di canapa avviene infatti tra fine settembre ed inizio ottobre e, come per il vino i viticoltori sono al lavoro, anche per l’erba i coltivatori, amatori e non, stanno cogliendo i frutti della loro fatica.

“A Marzo la pianti e aspetti che spunti, ad Aprile la bagni e cresce, da Maggio a Settembre la vedi fiorire, a Ottobre raccogli e puoi dire: L’ho coltivata io…”. Ricorderanno, gli amanti del genere, la canzone “Canapa” dei Punkreas. E come raccontava il testo della punk band italiana, e come confermano anche i dati delle forze dell’ordine, buona parte della coltivazione di “maria” in Italia è fatta da amatori e non da professionisti. Esistono sì le grandi coltivazioni, come quella scoperta pochi giorni fa grazie ai droni vicino Ravenna, o come quelle trovata in una galleria sotto Roma la scorsa estate, gestite dalla criminalità organizzata. Ma una grossa fetta di coltivatori sono invece professionisti, medici, avvocati, oppure studenti e padri di famiglia, insomma tutto tranne che malavitosi. Sono in molti infatti, e lo dicono i dati relativi ai sequestri, quelli che coltivano la marijuana in casa non per venderla, ma per uso personale. E, sia i malavitosi di mestiere, sia chi si coltiva qualche pianta in balcone, quando viene beccato finisce in galera.

Le norme che riguardano la produzione e l’uso della cannabis contengono infatti più di un paradosso, oltre che qualche miopia che le rende se non incapaci almeno inadatte a distinguere tra chi della coltivazione della marijuana ha fatto una professione e chi, invece, lo fa pre “hobby” personale. Racconta Repubblica:

“L’avvocato Carlo Alberto Zaina, del foro di Rimini, è il legale italiano più esperto nella “Difesa dei reati da stupefacenti”, come recita il titolo del suo ultimo testo (Maggioli editore). ‘Io non sono d’accordo con la legalizzazione — dice — che fra l’altro sarebbe incostituzionale. Legalizzare vuol dire rendere lecite le droghe. Credo invece sia utile fare perdere valore penale ad alcune condotte connesse agli stupefacenti. Errore fondamentale della Fini-Giovanardi è riunire tout court sostanze molto differenti. I derivati della cannabis, ad esempio, hanno una capacità letifera molto inferiore ad altre sostanze’. Difficile districarsi fra leggi, decreti, sentenze di Cassazione, non solo per i profani ma anche per giudici e avvocati della difesa. ‘Ci sono — dice Zaina, che collabora anche con la rivista Dolce Vita — anche veri e propri paradossi. Se vieni trovato con 10 grammi di cannabis e dici di averla comprata con 100 euro da Moustafà in piazza, sei prosciolto, anche se così alimenti il mercato illegale. Se ti trovano 10 grammi e due piantine di marijuana vai sotto processo penale e a volte sei pure arrestato, anche se produci per te e non per il mercato”.

Paradossi e miopie che hanno portato ad avere problemi con la legge anche chi la canapa coltiva non per fumarla, ma per produrre olio o materiale tessile, cosa che sarebbe perfettamente legale. Come è accaduto a Jacopo Rossi e la sua compagna Marzia.

“Nel 1999 — raccontano i due — abbiamo cominciato a produrre cannabis sativa, quella lanciata dalla Comunità europea, con Thc (tetracannabinolo) inferiore a 0,5. C’era anche un finanziamento pari a 1,2 milioni di lire per ettaro. I problemi nascono anche dalla mancata preparazione delle forze dell’ordine che, ad esempio, in un mio capannone hanno trovato ‘tonnellate di marijuana’ che in realtà erano canapa sativa”.

I giudici, almeno in primo grado, hanno dato ragione a Jacopo. Ma nel frattempo, e in attesa dell’appello, ci sono anni di lavoro andati persi. L’azienda di Jacopo produce olii essenziali dalla canapa, utili all’omeopatia. Ma questa pianta, oltre ad esser fumata ha moltissimi possibili utilizzi commerciali. Contiene, ad esempio, 4 volte la cellulosa che contiene una foresta, e impiega appena pochi mesi a crescere.

A torto o a ragione però l’erba è conosciuta più come droga che per le sue caratteristiche commerciali. E, nel solo 2011 (il dato è tratto dal Terzo libro bianco sugli effetti della legge Fini-Giovanardi), sono state sequestrate 563.198 piante di canapa. Numero che, seguendo i parametri della Dea, l’agenzia americana antidroga, si deve moltiplicare per cinque per avere un’idea di maria viene coltivata in Italia. Secondo l’agenzia americana infatti, statisticamente, i sequestri rappresentano il 20% del totale. Una marea d’erba quindi e una marea di coltivatori e, di conseguenza, di consumatori pronti, in questi giorni, a raccogliere i frutti della loro fatica. L’ultima stima, stampata su La Repubblica, parla di due milioni e mezzo di piante di cannabis e di quasi sei milioni di consumatori più o meno abituali, tra il 15 e il 20 per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni.

Tra questi un numero sempre crescente di “coltivatori diretti”. Provano a piantare e raccogliere da soli per non aver rapporti pericolosi con il mondo dello spaccio, infatti non comprano e neanche vendono. Per avere un prodotto finale migliore (vale per i pomodori, vale anche per la marijuana la regola secondo la quale più corta è la filiera più genuino è il prodotto) e per risparmiare: il prodotto fatto in casa costa da un quarto ad un terzo di quello sul mercato. La crisi dei consumi colpisce anche qui e anche qui si risponde con il low cost, se il maresciallo non ci mette la coda.