Spagna: fuggono 220mld in sei mesi. Memorandum diga quanto costa lì e a Roma?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 31 agosto 2012 15:55 | Ultimo aggiornamento: 31 agosto 2012 15:55
monti

Mario Monti (LaPresse)

ROMA – I capitali fuggono, li fermerà un memorandum? Dalla Spagna sono fuggiti in sei mesi, i primi del 2012, 220 miliardi di euro, tre volte quanti erano usciti dai confini in tutto il 2011. Smetteranno di fuggire, o almeno la velocità di fuga rallenterà, solo quando lo spread spagnolo calerà segnalando che ci compra debito spagnolo non ha più paura che il capitale investito gli venga restituito in pesetas. Per far scendere lo spread ci vuole la Bce. Ma la Bce non si muove se la Spagna, domani forse anche l’Italia, forse sì, forse no, non firmano un preventivo memorandum, una carta di impegni. Che impegni, che condizioni?

Per l’Italia se arriveranno saranno leggere, ma saranno vincolanti, più di quanto il sistema politica voglia ammettere e sopportare. Vincolanti a non cambiare nel dopo voto la rotta tenuta nel 2012. Rispetto a quanto promesso all’Europa e ai mercati non dovremo tirar fuori un euro di più, ma nemmeno uno di meno. Sono le condizioni che gli Stati che vorranno chiedere l’aiuto dello scudo anti-spread dovranno sottoscrivere e che vincoleranno i vari governi per gli anni a venire nella politica economica e non solo. In cambio, lo scudo della Bce, riporterà gli spread a livelli “normali”, cioè scremati dalla quota che non è giustificata dallo stato di salute delle varie economie. Per l’Italia, in teoria,  circa 200 punti in meno rispetto a quelli che si pagano oggi.

Molti se ne sono forse dimenticati, consciamente o incosciamente, ma la crisi dell’Euro, la crisi italiana e mondiale sono tutt’altro che alle spalle. I dati sulla disoccupazione italiana continuano ad esser negativi e le agenzie di rating vedono nero per quanto riguarda il Pil italiano del 2013. Per questo Bce e Unione Europea stanno mettendo a punto il sistema che dovrebbe servire ad aiutare i paesi in difficoltà: prima fra tutti la Spagna e, seconda, l’Italia. Per accedere gli aiuti gli stati che ne faranno richiesta dovranno sottoscrivere un memorandum, stesso nome ma sostanza molto più leggera rispetto a quanto sottoscritto da Atene, che li impegnerà a determinate condizioni. Condizioni che Federico Fubini, sul Corriere della Sera, definisce appunto “leggere”. Ma assolutamente vincolanti con controlli trimestrali. In cambio di questo, i paesi in difficoltà otterrebbero il cosiddetto “scudo anti-spread”, cioè l’aiuto della Bce che comprerebbe titoli di quegli stati che scontano un differenziale troppo alto e non sostenibile, in modo da calmierarne il mercato. Oggi l’Italia paga uno spread con i titoli tedeschi di circa 440/450 punti, l’aiuto europeo varrebbe circa 200 punti di meno.

Per ora del cosiddetto “memorandum d’intesa”, cioè il documento che gli stati si impegnerebbero a rispettare in cambio dell’aiuto di Francoforte, si sa molto poco. Ma qualche indiscrezione comincia a circolare e Federico Fubini, sul Corriere, traccia questo quadro:

Ne viene fuori che la lettera d’impegni di un Paese per avere l’intervento dei fondi salvataggi Esm-Efsf e della Bce non sarebbe dettata dai governi creditori, com’è successo a Grecia, Irlanda o Portogallo. Sarebbe più simile a un testo che i mandarini delle diplomazie conoscono già: sono le cosiddette “country-specific recommendations”, le lettere ai singoli Paesi votate ogni anno dall’Ecofin (i ministri finanziari dei 27) su proposta della Commissione, dopo che il governo interessato ha mandato a Bruxelles i suoi piani per i prossimi tre anni. Là dentro si parla di tutto: dal ritmo di riduzione del deficit o del debito, a come è meglio negoziare i rinnovi dei contratti nell’industria, alla distribuzione dei fondi pubblici alle università in base al loro successo nel formare i laureati ai mestieri utili oggi. Rispetto alle vecchie liturgie dell’Ecofin c’è però una differenza: le raccomandazioni saranno incardinate su un calendario; l’arco di tempo per applicarle viene diviso in trimestri entro i quali determinate misure vanno prese per potersi assicurare interventi dall’Efsf-Esm e dalla Bce. E ogni tre mesi i progressi andranno verificati da una missione nel Paese firmatario: vi parteciperanno la Commissione, l’Eurogruppo-Ecofin e probabilmente la Bce.

Condizioni light quindi rispetto a quelle imposte ad esempio alla Grecia. Condizioni più leggere anche in considerazione dell’effetto che il memorandum firmato da Atene ha avuto sull’economia ellenica che, dopo la firma dell’accordo, è precipitata del 17%. Condizioni dunque più sostenibili e che non comporteranno, se rispettate, ulteriori aggravi futuri. E, da noi, il punto è proprio questo: se rispettate. Come annuncia Fubini ci saranno controlli trimestrali per verificare che le condizioni contenute negli accordi vengano rispettate e, la Bce, sta ragionando sull’opportunità di comprare principalmente titoli a breve scadenza, in modo da poter “scaricare” velocemente i paesi inadempienti. Ovvio è che il ricorso all’aiuto europeo rappresenta l’ultima spiaggia e che quindi l’Italia, finché sarà nelle condizioni di farlo, eviterà di ricorrervi. Ma se aiuto servirà, vincolerà anche chi arriverà dopo Monti a rispettare gli impegni. Addio quindi a promesse elettorali fatte di “miglioramento” della riforma Fornero e simili.

Per il nostro Paese, continua Fubini:

Se l’Italia dovesse firmare un memorandum del genere, lo farebbe solo dopo aver constatato che non resta altra scelta. Se i tassi sui titoli di Stato continuano a non rispondere alle riforme o all’austerità perché il mercato sconta il rischio che l’euro vada in frantumi, allora solo strumenti europei possono aiutare. In quel caso la «country-specific recommendation», votata all’Ecofin il mese scorso, offre un’idea piuttosto precisa di cosa sarebbe una lettera d’impegni dell’Italia. Su molti aspetti il governo ha già fatto abbastanza per essere sulla rotta indicata dall’Ecofin, per esempio sulla traiettoria di riduzione del deficit; sul debito la raccomandazione di luglio indica che la parabola discendente inizi già nel 2013, un risultato difficile se il Pil cadesse dello 0,5% come ha previsto Moody’s: non è escluso che, in quel caso, l’Italia dovrebbe accelerare ancora un po’ sulle privatizzazioni. Non mancano poi indicazioni più nel merito. Sul fisco, si chiede di ridurre sgravi, esenzioni e incentivi (alle imprese) e “spostare ulteriormente il carico dal lavoro e dagli investimenti alla proprietà e ai consumi”. Sul pareggio di bilancio in Costituzione, l’Ecofin parla di “soluzioni di dettaglio per l’applicazione dei meccanismi di correzione” e “coordinamento con i diversi livelli di governo” (una frecciata alla spesa delle Regioni). In materia di giustizia civile, un dossier che il governo sta affrontando, si punta il dito sulle “inefficienze nelle procedure e nell’organizzazione istituzionale”. Per l’occupazione si prescrive invece che “i sistemi di trattativa salariale siano ulteriormente riformati, permettendo soluzioni più flessibili anche a livello nazionale settoriale”. Sulle liberalizzazioni si chiede di più sui porti, le ferrovie e i servizi di rete. E nell’istruzione si prevede che le università ricevano fondi pubblici “in base alla performance”.

Una “road map” sostenibile ma che vincolerebbe la futura maggioranza a paletti ben precisi. Condizioni che varrebbero circa 200 punti in meno di spread con i titoli tedeschi, cioè diversi miliardi di euro di interessi. I 200 punti non sono l’obiettivo “ufficiale” della Bce, ma rappresentano secondo Fmi, Goldman Sach’s e altre banche d’investimento, la quota di spread “ingiustificato” che l’Italia paga. In altre parole, dei 450 punti di differenziale che scontiamo con la Germania, circa 200 non sono frutto delle reali differenze tra la nostra e l’economia di Berlino. La differenza reale tra i due paesi vale, secondo le stime, circa 250 punti. Gli altri 200 derivano invece da mancanza di fiducia nell’area euro.

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