Papa dixit “Qui ipocriti carrieristi”. Senza dimissioni, Chiesa in guerra civile

di Riccardo Galli
Pubblicato il 14 febbraio 2013 15:20 | Ultimo aggiornamento: 14 febbraio 2013 15:22

ROMA – “Deturpato dalle divisioni, dall’ipocrisia, dall’individualismo”. Così appare il volto della Chiesa Cattolica a Benedetto XVI. Un atto d’accusa durissimo pronunciato nel mercoledì delle ceneri, all’indomani delle clamorose dimissioni papali. E un atto d’accusa metabolizzato dalla Chiesa e dalla pubblica opinione, in fondo facilmente assorbito proprio perché la storica rinuncia trasloca il tutto là dove son tutti e solo uomini e donne di buona volontà. Ma, si domanda l’acuto e feroce corsivista Jena, su La Stampa, “cosa sarebbe successo se il Papa avesse lanciato il suo j’accuse senza dimettersi?”. Come avrebbero reagito gli “ipocriti”, gli “individualisti”, quelli che “dividono la Chiesa”. Sarebbero usciti o no allo scoperto, il Papa non dimissionario li avrebbe additati i no, l’ecumenica serenità dei fedeli di fronte alle dimissioni cosa sarebbe diventata di fronte alla guerra guerreggiata combattuta nella Chiesa e non solo in Vaticano?

Già, cosa sarebbe successo? In primis sarebbe successo che certamente le parole del Pontefice avrebbero avute tutt’altro suono, dando il via ad uno scontro intestino dalle indecifrabili conseguenze. Perché scontro pubblico e conclamato, con i fedeli di fatto chiamati a schierarsi. Sarebbe stato un  Papa che invita e chiama a “sparar sul quartier generale”. Mai o quasi si è infatti visto nella storia della Chiesa un Papa che attacca coram populi et urbi et orbi le gerarchie ecclesiastiche e la Curia romana, accusandole di essere in pratica causa se non di tutti almeno di buona parte dei mali della Chiesa, colpevoli di essere restie e anzi riottose nei confronti di qualsivoglia cambiamento.

E non si può certo dire che questo Papa sia un fiero rivoluzionario, anzi. Il cambiamento da lui evocato non è un cambiamento verso il nuovo su terreni di fede. Si riferisce, l’ancora per poco Papa Benedetto, alle dinamiche di potere interne al Vaticano. Dinamiche e spartizioni che sembrano cristallizzate e inossidabili e dinamiche contro cui nemmeno il Sommo Pontefice può nulla. Dinamiche che, infine ed insieme al peso dell’età, sono responsabili della storica e clamorosa decisione di Ratzinger di rinunciare al papato.

La Curia quindi come la vera responsabile della crisi della Chiesa e la Curia, di conseguenza, da riformare. Una tesi sostenuta, con forza, dal teologo Hans Kung che, proprio per le sue posizioni giudicate intollerabili, fu privato da Wojtila del titolo di teologo cristiano e che oggi, in un’intervista apparsa su Repubblica, viene definito ‘teologo ribelle’. “Da dove verrà il nuovo Papa – sostiene Kung – non è importante. Conta che non finisca per essere ‘romanizzato’ e curializzato. Ratzinger non veniva da Roma ma è stato alla fine più romano dei romani e della Curia. Se un Papa tedesco o di colore finisce integrato nel sistema della Curia, la sua origine non serve”. Una situazione che il futuro Pontefice, sempre secondo il teologo tedesco, dovrebbe affrontare riformando in modo sostanziale la Curia romana. “Diciamo in latino Ceterum censeo romanam curiam esse reformandam. Dipende se la Corte medievale-barocca vaticana potrà essere trasformata in una moderna, efficiente amministrazione centrale della Chiesa. Bisogna cominciare dalla base, e vedere che cosa ne verrà fuori. È illusorio pensare di riportare i cristiani nel sistema ecclesiastico attuale. La Curia romana era contro il Concilio Vaticano II prima che si tenesse, durante il Concilio ha impedito ciò che voleva, e dopo ha guidato la restaurazione con i devastanti effetti di crisi. Se questa Curia non verrà riformata e trasformata in centro efficiente, ogni riforma sarà impossibile. La Curia è l’ostacolo principale al rinnovo della Chiesa, a un dialogo ecumenico e a un’apertura al mondo moderno”.

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Tesi note e tesi rispedite al mittente da Giovanni Paolo II e, almeno ufficialmente, anche da Ratzinger, sia come cardinale che come Pontefice che anzi, da quando ha assunto il nome di Benedetto XVI, è stato più volte lui stesso da Kung ferocemente criticato. Tesi che però sembrano non essere ora contraddittorie, anzi, rispetto alle parole d’accusa appena pronunciate dal dimissionario Papa. Cosa farà il successore di Benedetto, è proprio il caso di dirlo, lo sa solo Dio. Cosa sarebbe successo se il j’accuse fosse stato pronunciato da un Papa non uscente, possiamo invece immaginarlo. E quello che si può immaginare è una sorta di novello biblico scontro tra Davide e Golia, con il Papa nel ruolo di Davide e la Curia in quello di Golia. Uno scontro comprensibilmente insostenibile per un uomo di 86 anni, ma uno scontro che avrebbe forse mostrato al mondo quanto di poco sacro ci sia tra le mura vaticane. Ha sempre avuto, nei suoi 2000 anni di storia, la Chiesa romana la straordinaria capacità di tenere celati agli occhi indiscreti i suoi problemi e i suoi regolamenti di conti. Le dimissioni, la rinuncia di Benedetto potrebbero essere l’estremo tentativo di perseguire quest’abitudine alla poca pubblicità. Ha infatti ora la Curia, la Chiesa romana, l’occasione di metter mano ai suoi conflitti e alle sue storture con un nuovo Papa, e lo può fare in modo se non pacifico almeno “silenzioso”. Benedetto, con la sua rinuncia, ha in un certo senso lanciato l’avvertimento. Se sarà raccolto lo scopriremo solo nei prossimi anni.