“Diventiamo Parigi”…”Mai più a Roma”. Pdl e Lega uniti in borbonica ammuina

di Riccardo Galli
Pubblicato il 25 Maggio 2012 14:30 | Ultimo aggiornamento: 25 Maggio 2012 14:37
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Silvio Berlusconi e Roberto Maroni (Lapresse)

ROMA –”Facciamo come in Francia, è giunta l’ora”. “A Roma non andiamoci più, è il momento”. Berlusconi e Maroni, entrambi come la real marina borbonica, comandano alle rispettive flotte, quel che ne resta, la manovra cui meglio sono addestrati: Ammuina!  Addio al Parlamento e presidenzialismo su modello francese, ecco i due assi nella manica dei leader sconfitti: Silvio Berlusconi e Roberto Maroni. Pdl e Lega sono usciti con le ossa rotte dall’ultima tornata elettorale e così, in vista delle elezioni dell’anno prossimo, ben più importanti visto che si tratta di politiche, è partita la corsa per riconquistare le posizioni e i voti persi. Intento lodevole, se non fosse che le due grandiose novità presentate in pompa magna da Silvio Berlusconi e Angelino Alfano da un lato, e promesse da Roberto Maroni dall’altro, somigliano più che a grandiose iniziative a grandiose promesse assolutamente irrealizzabili o comunque a palloncini gonfiati a fiato con l’aria che presto si perde. Parlando del’idea maroniana la Stampa usa il termine “buffonata”. Mentre per la proposta pidiellina il Pd dice senza mezzi termini che si tratta di propaganda buona solo a far saltare quanto finora concordato in tema di riforme.

Ma andiamo con ordine, mentre Berlusconi sembra tutt’altro che intenzionato a farsi da parte, sul fronte leghista Bossi è ormai “in pensione” e il nuovo leader è senza ombra di dubbio l’ex nemico Roberto Maroni. Quello stesso Maroni che sembrava voler portare la Lega lontana dal folclore e dalle boutade, ma che invece sembra rispolverarle alla grande. L’ideona del futuro segretario leghista (ad oggi è triumviro) è quella di abbandonare il Parlamento: “Di questo discuteremo al congresso”, ha certificato ai cronisti che gli chiedevano cosa ci fosse di vero. Bella idea, via da Roma e dalla politica corrotta (a cui la Lega ha pienamente preso parte nei suoi lunghi anni di governo) per dedicarsi al Nord e alle sole amministrazioni locali. Certamente un ottimo modo per rifarsi una “verginità” e ripresentarsi ai suoi al momento ex elettori, stufi di investimenti in Tanzania, lauree in Albania, paghette ai figli del capo, diamanti e oro di dubbia provenienza, purificati. Peccato che non ci sia nulla di vero, semplicemente perché non si può fare.

Abbandonare il Parlamento è una falsa promessa. E il perché lo spiega, in modo chiaro e semplice, La Stampa: “In che modo deputati e senatori lascerebbero le Camere? Se si limitassero a non frequentarle più, risultando assenti non giustificati, non perderebbero nulla: né stipendio, né pensione. E quindi saremmo di fronte non a una nobile rinuncia, ma a un caso di assenteismo in linea con i falsi invalidi del Sud, anzi peggio. Diverso se ciascun onorevole e senatore padano presentasse una formale lettera di dimissioni. Ma in quel caso partirebbe una procedura complessa; e se anche tutte le dimissioni fossero accettate, al posto di quelli che se ne vanno dovrebbero subentrare i primi dei non eletti, cioè altri leghisti. I quali potrebbero in teoria rinunciare a loro volta. Ma siamo nella fantapolitica, perché non esiste la possibilità di dimissioni senza subentro, visto che il numero dei parlamentari è fissato dalla Costituzione e non può certo essere ridotto per iniziativa di un segretario di partito. Neanche se ex ministro dell’Interno”. Ergo non si può fare, e l’iniziativa maroniana risulta quindi una buffonata buona solo per qualche elettore ingenuo.

Esiterebbe però un modo per lasciare questo benedetto Parlamento romano: non presentarsi alle prossime elezioni. E Matteo Salvini ha prospettato questo proprio questo scenario: niente deputati e senatori stipendiati da Roma ladrona, ma soprattutto niente finanziamento pubblico per il partito. Sarà quindi questo l’abbandono di cui Maroni parla? Ovviamente no, ai soldi e al potere non è facile rinunciare. “La sfida è importante e significativa, ma sono sicuro che possiamo farcela in vista delle elezioni politiche del 2013” ha infatti dichiarato il triumviro, fugando ogni dubbio sulla veridicità della sua idea. La Lega alle elezioni si presenta, quella di lasciare Roma è una “mossa” da sciantosa partenopea.

Oltre alla Lega però, il grande sconfitto delle scorse amministrative è stato il Pdl, che non vuole evidentemente essere da meno, così, a meno di 24 ore dall’idea di Maroni, è arrivata la propostona promessa prima delle elezioni da Alfano. In casa Pdl però il rinnovamento è meno veloce che in via Bellerio, alla conferenza stampa convocata per presentare la nuova clamorosa proposta, non c’era il nuovo segretario del Pdl da solo, ma c’era ovviamente Silvio Berlusconi, che con la sua presenza ha certificato, se mai ce ne fosse stato bisogno, la sua volontà di rimanere in sella. Ma cosa hanno messo sul piatto i due? Il presidenzialismo alla francese.

“Vogliamo essere nella situazione di Atene, che è ingovernabile, o nella situazione di Parigi che appena eletto presidente ha preso in mano la situazione anche a livello internazionale? Siano i cittadini stessi a decidere con il loro voto il presidente della Repubblica – ha dichiarato Berlusconi – Abbiamo deciso di compiere il gesto ardito di presentare al Paese, alla maggioranza e all’opposizione una possibilità di modernizzazione del Paese, dando la possibilità di incidere direttamente attraverso elezioni primarie sulla scelta del Presidente”. Gli ha fatto eco, ovviamente, il fido Alfano: “Siamo così convinti della bontà del percorso che indichiamo sulla elezione diretta del presidente della Repubblica che siamo pronti a discutere con le altre forze anche delle loro proposte di riforma della legge elettorale. E’ giunto il momento per l’Italia di avere sistema moderno”. Così fido l’Angelino che si è forse tradito quando, con un lapsus facilmente classificabile come freudiano, si è rivolto al cavaliere chiamandolo “presidente delle repubblica”.

Lapsus a parte, ma se la proposta grandiosa è la copia della legge elettorale francese, ci voleva tutto questo tempo per farla? Ma il punto non è nemmeno questo, la proposta di riforma suona come la classica promessa pre elettorale, dotata di scarsa credibilità, perché per introdurre l’elezione diretta del Capo dello Stato occorre modificare la Costituzione. Cosa possibile nel nostro ordinamento, ma non veloce. Non serve essere fini giuristi per saperlo, basta leggere Wikipedia: “Il procedimento per l’adozione delle leggi costituzionali (e le relative modificazioni) è disciplinato nell’art. 138 della Costituzione, il quale prevede che le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali devono essere approvate a maggioranza assoluta da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. La legge così approvata è pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale prima della promulgazione e, quindi, non entra ancora in vigore. Entro tre mesi dalla pubblicazione, un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali, possono chiedere che sia sottoposta a referendum confermativo (cosiddetto referendum costituzionale); la legge è promulgata solo se è stata approvata dal corpo elettorale con la maggioranza dei voti validi, nel caso sia stata sottoposta a referendum, o se sono decorsi i tre mesi dalla pubblicazione senza che il referendum sia stato richiesto. Il referendum non può essere chiesto se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere con la maggioranza qualificata di due terzi dei componenti; in tal caso, quindi, la legge può essere immediatamente promulgata dal Presidente della Repubblica.

A differenza del referendum abrogativo, la Costituzione non richiede un quorum, ossia una quota minima di votanti sugli aventi diritto al voto, per la validità del referendum costituzionale”. Non ci sono i numeri né tantomeno i tempi quindi per una riforma costituzionale. Il Pdl in Parlamento è forte, ma non ha certo la maggioranza assoluta, e finendo la legislatura il prossimo anno, è irrealistico ipotizzare come fattibile il doppio passaggio in ciascuna camera a tre mesi di distanza.

Lega e Pdl, ormai separati, hanno ritrovato un terreno comune: la meridionale e borbonica ammuina.