In Parlamento 20 partiti mai votati, pezzi di FI, Pd, M5s

di Riccardo Galli
Pubblicato il 7 Dicembre 2015 14:26 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2015 14:26
La Camera dei deputati

La Camera dei deputati

ROMA – Ci sono, all’interno del Parlamento italiano, 20 partiti che nessuno ha mai votato. Golpe, usurpazione di titolo e di democrazia, parrebbe la cosa letta in questo modo. Eppure, nonostante queste formazioni politiche occupino scranni e prendano finanziamenti senza che nessuno le abbia mai votate, e anzi essendo addirittura ai più sconosciute anche nel nome, sono perfettamente regolari e legali, nonché democratiche.

“L’ultimo arrivato è Italia Unica – scrive Marco Bresolin su La Stampa -, il movimento di Corrado Passera. L’ex ministro di Monti ha deciso di tentare la sfida elettorale, candidandosi sindaco a Milano. Intanto, però, ha messo un piede alla Camera. Anzi, due piedi: quelli di Guglielmo Vaccaro, che era stato eletto con il Pd. Ora si è alleato con i colleghi di Idea, che sta per Identità e Azione, formazione guidata da Gaetano Quagliariello: ha solo dieci giorni di vita e già sette parlamentari. Provengono quasi tutti da Area Popolare, creatura politica che ha visto la luce proprio in Parlamento dalla fusione di Udc e Ncd. Un partito, quest’ultimo, anch’esso nato e cresciuto tra Camera e Senato dopo l’esplosione del Pdl-Forza Italia. Il big bang berlusconiano ha dato vita anche all’Ala di Verdini (Alleanza Liberalpopolare-Autonomie), ai Conservatori & Riformisti di Fitto, e a Insieme per l’Italia di Bondi (ne fanno parte lui e la compagna Manuela Repetti). Che dire, un Parlamento fecondo”.

Sono i nomi e le “squadre” di alcuni di quei 20 partiti che non esistono nella realtà, se per realtà elettorale s’intendono urne e liste, ma esistono a Montecitorio e palazzo Madama. Ed esistono perché ai nostri parlamentari non è imposto vincolo di mandato né di appartenenza, possono cioè votare contro l’indicazione del partito con cui sono stati eletti e possono anche quel partito lasciare. Principio sacrosanto di democrazia che però può, ed è questo il caso, generare paradossi dal sapore meno democratico.

Da quando si è votato l’ultima volta per la composizione del Parlamento italiano ad oggi sono già 200 tra deputati e senatori quelli che hanno scelto di lasciare o, come si dice in modo meno nobile, di cambiare casacca. Un numero non indifferente visto che rappresenta il 20% del totale. Parlamentari che lasciando il partito, e di conseguenza il gruppo parlamentare d’appartenenza, sono confluiti in altri gruppi o, più spesso, ne hanno creati di nuovi. E sono proprio questi, i gruppi parlamentari, quei partiti che esistono senza essere passati dalle urne. Partiti che quando poi si presentano agli elettori a malapena, e non sempre, superano la soglia di sbarramento per entrare di diritto la dove sono nati e più spesso spariscono. Gruppi che però, in attesa di passare per le urne, godono di rappresentanza istituzionale e di contributi pubblici.

Prima della soglia di sbarramento fissata dalla legge elettorale, e che esiste anche e anzi più di prima nell’Italicum, c’è un’altra soglia sulla via dei gruppi-partiti: quella dei regolamenti di Camera e Senato. Chi supera la soglia di 10 membri in Senato e 20 alla Camera può formare un gruppo autonomo e incassare i contributi pubblici (50 mila euro per ogni deputato, 67 mila per ogni senatore). Chi non ha i numeri può formare una componente nel gruppo Misto che, alla Camera, è diventato il terzo gruppo per numero di aderenti (62) e conta tra le proprie fila, tra gli altri, gli ex M5S di Alternativa Libera alleati dei civatiani di Possibile.

Questa la fotografia dell’oggi. Il domani non lascia poi presagire grandi cambiamenti. Con l’Italicum infatti il fenomeno non sembra destinato a fermarsi, anzi. Alle elezioni saranno tutti uniti sotto lo stesso partito, visto che non sarà possibile formare coalizioni, ma pronti a spaccarsi in decine di gruppi una volta in Parlamento.