Pdl: lunedì “alfani” zitti e muti, martedì di scissione, mercoledì ritirata?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 1 ottobre 2013 15:36 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2013 16:39

ROMA – Berlusconi parla e gli “alfani” zitti e muti: così è andata lunedì e così è sempre andata finora. Qualcuno crede, sussurra, spera, teme, racconta e riporta che martedì e poi mercoledì alle Camere andrà diversamente, che Alfano e gli “alfani” faranno fronda, gruppo, pronunceranno niente meno che un no a Berlusconi e un sì a Letta. E che comincerà tutt’altra storia nel centro destra italiano. E che comincerà a nascere quel partito veramente moderato e centrista, veramente conservatore e costituzionale, quel partito che non c’è. Quel partito che forse non c’è e sai perché? Perché un elettorato di centro destra moderato, conservatore e costituzionale in Italia non c’è. Togli populismo ed autoritarismo e hai tolto non solo Berlusconi, hai anche tolto l’elettorato.

Lunedì all’assemblea dei gruppi parlamentari Pdl tutti imbalsamati, ad ascoltare la parola del Capo. In una manciata di parole è questa la sintesi dell’incontro avuto ieri (30 settembre) tra il Cavaliere i suoi parlamentari. Incontro che doveva essere chiarificatore, mettere in qualche modo una pezza di facciata alla scelta tutta autonoma e solitaria di Berlusconi di staccare la spina al Governo e che, al contrario, come scrive Michele Brambilla su La Stampa, è stata “più simile a un Politburo che all’assemblea di un partito che vive in una democrazia”. Con un copione molto semplice: Berlusconi parla, gli altri ascoltano. Niente domande, niente obiezioni. “Con i ministri (dissidenti) abbiamo chiarito e gli ho spiegato che i panni sporchi si lavano in famiglia” ha annunciato il Cavaliere archiviando prima che si ponesse quella che sembrava e doveva essere la ragione stessa dell’incontro: discutere della scelta calata dal Cavaliere e sentire le ragioni di chi tale scelta non condivide. Fabrizio Cicchitto, che a fine monologo ha rivoluzionariamente alzato la mano per fare una domanda, è stato liquidato con un “abbiamo concordato niente domande, se vuoi ne parliamo a cena…”. Tutto chiarito? Non sembra, specie a giudicare le facce lunghe di fine incontro. La fronda maturerà sotto forma di scissione e appoggio a Letta? I bookmakers non danno le quote ma, volendo scommettere, appare improbabile.

“Silvio Berlusconi – racconta Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera – conclude il suo discorso con voce piena, scandita, e adesso se li gode tutti i suoi parlamentari già in piedi quasi di scatto, compatti, l’applauso lungo e forte rimbomba nella sala della Regina di Montecitorio tra gli arazzi e i lampadari luccicanti, tra le grida di evviva e una mano, una sola mano che si è alzata ed è rimasta lì, ferma, immobile, nella piccola bolgia. È la mano destra di Fabrizio Cicchitto. Qualcuno se ne accorge, certi si voltano con aria interrogativa. Lui ha un sorriso bloccato, un po’ impertinente e un po’ di sfida. La mano ostentatamente sempre alta come uno scolaretto: ‘No, scusate… Ma non c’è dibattito? Perché io veramente vorrei dire che…’. Brunetta fa segno di no, nervosamente, secco: no no, non esiste. Schifani mette su uno sguardo di circostanza. Dai, Fabrizio, non è il momento. Berlusconi allora intuisce, capisce, con quel suo istinto pazzesco, rapace, e interviene subito: ‘Fabrizio, con i capigruppo avevamo deciso che avrei parlato solo io… ma se vuoi dirmi qualcosa, forza, vieni a cena da me, stasera…’”.

Tanto rumore per nulla. Non è detto, ma potrebbe finire così l’alzata di testa dei “diversamente berlusconiani”. Angelino Alfano e i ministri contrari alla scelta di aprire la crisi e alla linea politica firmata Santanché-Verdini-Bondi, ma da Berlusconi rivendicata, oltre ai diversi parlamentari che ne condividono la posizione, potrebbero alla fine rientrare nei ranghi. Ma a che prezzo e con che faccia? Se infatti lo spauracchio Fini, l’idea di finire nel dimenticatoio come il padre di Alleanza Nazionale, agita le notti dei dissidenti del Pdl, davanti a loro si pone anche la questione di come presentarsi alle elezioni se dovessero ancora una volta chinare la testa al volere del Capo. Scelta difficile quindi, dal punto di vista politico e anche umano. I rapporti in casa Pdl sono spesso, più che politici, quasi personali. Rappresenta Silvio Berlusconi non solo il Capo, il sovrano assoluto, ma anche il padre di Forza Italia prima e del Pdl poi. Figura inamovibile al limite della venerazione. Una rottura assume il sapore del parricidio.

Proprio a causa e a ragione di questo i dissidenti vorrebbero che fosse Alfano, colui che ha coniato la definizione di “diversamente berlusconiani, lui che è vicepremier e segretario del Pdl, a guidare la fronda. Darebbe la sua guida un sapore molto più politico al gesto e alla rottura. Evitando o rendendo comunque meno facili strumentalizzazioni all’insegna del “si vogliono tenere la poltrona”. Ma proprio il vicepremier, forse ex, è l’anello debole della rivolta. Berlusconi lo ha prima incontrato insieme ai ministri Lorenzin, Quagliarello, De Girolamo e Lupi. Un incontro durato oltre due ore dove sembra che il Cavaliere non abbia preso particolari posizioni, ma nemmeno rincuorato gli interessati che all’uscita scuotevano la testa. Ha poi ascoltato il monologo insieme ai colleghi onorevoli e senatori, senza proferir parola, ingoiando le bacchettate e restando in religioso silenzio. Ed è stato infine, Alfano, riconvocato in serata a palazzo Grazioli. E il segretario tentenna, come tentennano i suoi colleghi ministri: rompere o no? Rientrare nei ranghi, perdere la faccia e ingoiare la linea “radicale” o, al contrario, seguire le proprie convinzioni, gettare il cuore oltre l’ostacolo e rischiare il destino di Fini e anche, seppur in diversa misura, di Mario Monti?

“Vedremo oggi – scrive ancora Brambilla – se davvero la fronda è morta in culla, come sostiene Berlusconi, oppure se i frondisti stanno solo prendendo tempo. Vedremo. Vorremmo però solo aggiungere una cosa. In questa partita non sono in gioco solo la leadership di Berlusconi e il domani di chi non sa se osare o meno un dissenso. È in gioco l’Italia, o almeno una buona parte del futuro dell’Italia. Ieri, ricordando il 25 luglio, abbiamo scritto che allora ci furono uomini che, pur sinceramente devoti a Mussolini, non esitarono ad anteporre a quella devozione l’interesse dell’Italia. Oggi non si chiede di porgere ai fucili la schiena, come capitò a Ciano che del Duce era addirittura il genero; ma almeno di preservare la faccia”.

Ed oggi è martedì, vigilia dell’ultimo round in Parlamento. Oggi Alfano è di nuovo da Berlusconi, qualcuno scrive di ministri Pdl pronti a restare con Enrico Letta, oppure di venti, trenta, quaranta parlamentari Pdl che, dopo aver firmato addirittura le dimissioni da parlamentare per fedeltà maggiore a Berlusconi di quanta non ritengano di doverne alla Repubblica italiana, che voterebbero la fiducia al governo, di gruppi parlamentari nascenti, schizzati fuori dal ribollire lavico del Pdl appunto. La, le cronache di questo narrano e con le notizie non si discute. Sia però consentito un pronostico: dopo il lunedì del zitti e muti e il martedì del pronti a tutto, verrà per gli “alfani” il mercoledì, il solito mercoledì dello “usi ad obbedir”, magari non proprio tacendo, un po’ mugugnado, ma sempre obbedendo.