“No al Pdl di manganello e ricatto”: la Alfano rivolta muore alle 5 della sera?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 30 settembre 2013 15:44 | Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2013 15:44
Berlusconi e i suoi all'inaugurazione della sede di Forza Italia (foto Lapresse)

Berlusconi e i suoi all’inaugurazione della sede di Forza Italia (foto Lapresse)

ROMA- “Lotta Continua”, “Alba Dorata, “estremisti ed estremismi”, “con noi il metodo Boffo non funziona”… Il dissenso, la paura, e la rottura all’interno del morente Pdl, pronto a reincarnarsi in Forza Italia (2), hanno in queste ore la forma delle parole. E’ una rivolta di parole grosse e gravi contro il Pdl di manganello e di ricatto, il Pdl ieri e Forza Italia domani di Santanché, Bondi, Verdini, Capezzone, Sallusti…Rivolta cui aderiscono a vario titolo i ministri dimissionari, Lupi, la Lorenzin, Quagliariello, De Girolamo e soprattutto Alfano. Parole destinate a diventare fatti, fatti politici?

L’appuntamento è classicamente alle cinque della sera: l’ora in cui sono convocati i gruppi parlamentari del Pdl. Lì forse la rivolta muore, va a morire prima di diventate adulta, consumata come altre volte, ridotta in cenere dal fuoco della volontà padrona di Silvio Berlusconi o dalla “sindrome Fini”, cioè dal terror panico di subire la sorte toccata a Fini che si ribellò a Silvio: espulso dal partito, dal “corteo” e quindi dalla vita politica.  Le conte, i numeri e, forse, le scissioni e gli addii, saranno cosa dei prossimi giorni, anzi ore. La sintesi, verbale, di un galleggiare in qualcosa che non c’è tra la terra dell’obbedienza a Berlusconi e il mare del fare politica e partito di destra anche indipendentemente da re Silvio, la sforna il segretario ed ormai ex vicepremier Angelino Alfano coniando la definizione di “diversamente berlusconiani”. Se questi “diversi” domani daranno vita ad un partito, un movimento o anche solo un dissenso non solo di facciata è tutto da scoprire. Letta, Enrico, probabilmente ci conta. Come buona parte del Paese. Ad Arcore, invece, lo temono e per questo evocano la “sindrome Fini”: chi si stacca, muore. Alle cinque della sera…

Sono arrivate in ordine sparso ma hanno coinvolto buona parte dei ministri targati Pdl, pardon ex ministri, ed hanno in comune sovente la scelta di paragoni particolarmente pesanti. Gaetano Quagliarello, Riforme Costituzionali, per descrivere l’aspetto dato al partito dai falchi che in questo ore hanno preso il sopravvento, ha scelto come paragone Lotta Continua. Beatrice Lorenzin, Salute, ha invece fatto riferimento ad Alba Dorata per descrivere quello che è stato l’humus politico in cui è cresciuta e che ora non riconosce più. Maurizio Lupi, più cauto ma solo nei termini, si è detto contrario alla scelta di far dimettere i ministri e in particolare al modo in cui questa scelta è maturata. Come lui e prima di lui Fabrizio Cicchitto, e poi Maurizio Sacconi, il sottosegretario Giuseppe Castiglione e diversi altri.

“Non lascio il mio partito – dice il ministro della Sanità intervistata dal Corriere della Sera -, ma non sono disposta a stare in una formazione guidata da estremisti contrari allo spirito e alle idee che abbiamo professato in questi 19 anni”. La Lorenzin sottolinea come le dimissioni dei ministri Pdl siano un errore e di non poter “accettare l’idea di un partito alla Alba Dorata che considera traditori chi la pensa diversamente”.

“Abbiamo ancora due/tre giorni di tempo – spiega il ministro Lupi ancora al Corriere – per usare la forza delle nostre proposte e continuare a far lavorare questo governo con un rinnovato programma”. Lupi, pur avendo firmato la lettera di dimissioni da ministro, pensa “sia giusto e doveroso dire che la strada che abbiamo imboccata è sbagliata”. Spiegando come lui sia sì leale, ma non ciecamente fedele.

Il ministro dell’agricoltura poi, Nunzia De Girolamo – spiega Virginia Piccolo sul Corriere della Sera – non si sente una dissidente ma nemmeno la si può inserire tra i fedelissimi. Anzi lei stessa si propone come una mediatrice tra falchi e colombe e, da moderata, denuncia come siano sempre più evidenti atteggiamenti, posizioni, radicalismi che poco hanno a che vedere con i valori fondativi di un movimento liberale.

E poi c’è chi, come il sottosegretario al Lavoro Jole Santelli, a dimettersi non ci pensa proprio: “Non mi dimetto – ha detto a La Stampa -, Berlusconi non me l’ha chiesto. Ha ordinato le dimissioni solo ai ministri, non ai sottosegretari”. E poi aggiunge: “Il mio pensiero è in linea con quello di Angelino Alfano. Il presidente viene prima di tutto ma basta estremismi”

Contrastare il volere del “capo” è stato sempre problematico se non impossibile all’interno di Forza Italia prima e del Pdl dopo, le modalità delle scelte di oggi, prese in una cerchia ristrettissima e in barba a qualsiasi logica di collegialità e condivisione democratica, sono oggi un’ottima vernice dietro cui presentare un dissenso che può avere invece anche e altre origini. Da quelle meno nobili dell’attaccamento alla poltrona, come insinuano i falchi, sino a un senso delle istituzione che fa comprendere come la crisi sia oggi un danno per il Paese e sia, in questo modo, figlia non di ragioni politiche ma assolutamente personali.

Una nutrita pattuglia quella dei “dissidenti in pectore” che annovera tra le sue fila anche il segretario del Pdl e delfino del Cavaliere Angelino Alfano: se prevarranno “posizioni estremistiche estranee ai nostri valori, se quelli saranno i nuovi berlusconiani io sarò diversamente berlusconiano”. Una posizione definita dai maligni “da quattro frecce”, cioè buona sia per una rottura che per una futura riconciliazione col “capo”.

“Capo” che non avrebbe infatti gradito, e non si sarebbe nemmeno aspettato un numero così consistente di contrari alla scelta sua e del suo “gabinetto di guerra”, e che avrebbe cominciato a sventolare lo spettro di Fini. Diversi hanno infatti ricordato ai “diversamente berlusconiani” il destino che tocca a chi lascia Silvio Berlusconi: un destino da prefisso telefonico alle elezioni. Per la serie “ricordate Fini? No, esatto”. Chi ha mollato il Cavaliere, dal 1994 ad oggi, non ha fatto una buona fine politica. Gli unici che dopo averlo mollato sono sopravissuti, sono i leghisti, e non hanno a caso dopo il primo divorzio hanno celebrato innumerevoli nuovi matrimoni con il Cavaliere ed il suo partito.

Un politico “navigato” come Giorgio Stracquadanio, interrogato dal Corriere della Sera, si è azzardato in una stima dei possibili traditori: “Direi che una ventina, al Senato, sono già in lista”. Nel pomeriggio i parlamentari Pdl vedranno Berlusconi, Alfano dovrà probabilmente mostrare le sue carte e si arriverà ad un prima, vera conta in attesa del passaggio in Aula del governo in programma per mercoledì prossimo.