Pensioni di anzianità resuscitate: scansati Europa, qui si vota

di Riccardo Galli
Pubblicato il 9 Ottobre 2012 14:43 | Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre 2012 14:43
elsa fornero

Elsa Fornero

ROMA – Reintrodurre le pensioni di anzianità, cancellate dalla riforma Fornero, seppur calcolate con il metodo contributivo e non più retributivo. E’ questa la “controriforma” firmata Cesare Damiano e appoggiata più o meno da tutti i partiti. Quella “controriforma” che ha fatto infuriare la ministra Elsa Fornero e quella “controriforma” che ci costerebbe circa 5 miliardi secondo chi l’ha proposta e più di 30 miliardi in dieci anni secondo chi di calcoli si occupa. Un ritorno ai “tempi belli” che la Ragioneria dello Stato ha già ufficialmente bocciato rilevandone l’ovvia conseguenza: si tornerebbe ad abbassare e non di poco l’età in cui gli italiani vanno in pensione.

L’articolo 1 della proposta parlamentare prevede che, in via sperimentale dal 2013 al 2015, con un’anzianità contributiva pari a 35 anni ci si possa pensionare a 57 anni (le lavoratrici dipendenti), a 58 anni (le lavoratrici autonome e i lavoratori dipendenti) e a 59 anni (i lavoratori autonomi). Dal 2016 al 2017 si sale a 59 anni per i lavoratori e le lavoratrici dipendenti e a 60 per gli autonomi. Non un paragrafo nascosto, non una norma inserita in mezzo ad altro e scritta piccola piccola in modo che possa sfuggire, è l’articolo 1 della proposta a dire chiaro e tondo che si vuole reintrodurre le pensioni di anzianità. Nulla di male per carità, tutto si può fare comprese le pensioni d’anzianità, ma sarebbe giusto chiamare le cose con il loro nome e dire quindi all’Europa che l’anno scorso abbiamo scherzato o comunque ci abbiamo ripensato.

Avevamo fatto sapere che d’ora in poi gli italiani sarebbero andati in pensione a 65 anni o comunque con 40 anni di contributi versati. Contrordine compagni e non solo compagni, contrordine anche moderati, centristi, forzisti e camerati e giustizialisti e alternativi: l’Italia compatta fa sapere che vuole andare in pensione a 58 anni. Almeno fino al 2017. Così si rassicurano e accontentano tutti gli attuali cinquantenni. Tra cinque anni degli altri si occuperà qualcun altro, l’importante ora è imbarcarsi sulla resuscitata pensione di anzianità. E, se la cosa dovesse apparire un po’ hard, si faccia tanto clamore sugli “esodati”, su quelli rimasti senza pensione e stipendio: gridando e spingendo ci si infila tutti e si riapre il portoncione della pensione di anzianità.

Dice: ma appena a novembre-dicembre dell’anno scorso non erano le pensioni di anzianità che ci trascinavano verso la bancarotta? Infatti per abolirle c’è voluto il governo “tecnico”. Ora che sta per tornare la politica tornano anche le pensioni di anzianità, un perfetto biglietto da visita da esibire in Europa nelle trattative per mettere in comune il bilancio e i debiti.

La ministra Fornero ha già fatto sapere che se passerà è pronta a dare le dimissioni e, su questa battaglia, gode dell’appoggio del premier Mario Monti. Loro, il governo, sono fortemente contrari al ritorno alle pensioni d’anzianità perché la riforma Fornero rappresenta il tratto distintivo di questo esecutivo. In Italia sul fronte dell’aggiustamento dei conti, e in Europa sul fronte della credibilità, si sono fatti significativi passi avanti proprio con le norme della riforma Fornero. Passi avanti che vacillerebbero, su un fronte come sull’altro, se la riforma in questione venisse di fatto snaturata.

Stupisce però l’atteggiamento dei partiti. Il governo ha infatti voluto e pensato la riforma che ora difende mentre i partiti, quegli stessi partiti che ora la “controriforma” compatti propongono e sostengono, sembrano aver cambiato idea. Chi oggi propone il ritorno delle pensioni d’anzianità, seppur calcolate in modo diverso e con limiti di età progressivi, sono gli stessi che pochi mesi fa l’abolizione delle pensioni d’anzianità avevano votato. Senza i voti del Pd, di cui Cesare Damiano fa parte, la riforma Fornero non sarebbe passata, così come senza i voti del Pdl. Eppure ieri l’hanno votata e oggi propongono di disfarla. Cambiare idea e correggere gli errori si può fare anche se, come ha fatto intuire la ministra Fornero, il sospetto che si senta aria di campagna elettorale è forte.

Cosa comporta però sul piano concreto la ormai ribattezzata “controriforma”, quanto cioè ci costerebbe il ritorno delle pensioni d’anzianità? Secondo chi la propone poco o nulla, appena 5 miliardi, da finanziare con lotterie e simili. Ed è su questo punto che emerge la demagogia elettorale della proposta in questione perché, secondo quanto trapela dalla Ragioneria dello Stato il conto sarebbe ben più salato: circa 17 miliardi solo per le nuove pensioni d’anzianità, più un’altra quindicina per il resto della riforma proposta.

Scrive il Sole24Ore: “Il dato ufficiale della Ragioneria generale dello Stato dovrebbe arrivare in giornata. Ma tra i parlamentari più vicini al dossier già gira la stima del maggiore fabbisogno da finanziare in caso di approvazione del testo bipartisan che amplia la platea degli esodati e modifica la riforma delle pensioni targata Fornero. Si parla di 30-32 miliardi cumulati tra il 2012 e il 2022, moltissimo di più della maggiore spesa previdenziale di 5 miliardi, per lo stesso periodo, di cui ha parlato ieri in Assemblea il deputato Pd Cesare Damiano. In particolare la contro-riforma costerebbe 17 miliardi per il solo articolo 1 del testo unificato elaborato dal Comitato ristretto partendo dalle proposte di Cesare Damiano (Pd), Giovanni Paladini (Idv) e Gianpaolo Dozzo (Lega). (…) Altri cinque miliardi, secondo le anticipazioni confermate non solo da fonti parlamentari, servirebbero poi per finanziare la norma che consente l’allungamento fino al 31 dicembre del 2011 dei termini per il riconoscimento degli accordi per la gestione delle eccedenze occupazionali con l’utilizzo di ammortizzatori sociali stipulati anche in seguito a un accordo siglato tra le parti in sede governativa. Altri dieci miliardi, infine, per il resto delle misure contenute nel provvedimento. Il testo, che è stato votato come detto dall’unanimità dei presenti in Commissione Lavoro il 7 agosto scorso, per coprire i 5 miliardi previsti indicava l’utilizzo delle risorse incassate con i giochi pubblici on line, le lotterie istantanee e gli apparecchi da gioco”.

Una bella differenza tra 5 e 32 miliardi, ma c’è chi stima costi persino più onerosi. Come La Stampa che parla di un conto finale vicino ai 40 miliardi di euro: “Al ministero del Lavoro, confortati dai calcoli dell’Inps, asseverati dalla Ragioneria generale dello Stato, le stime sarebbero profondamente diverse e sfiorerebbero quota 40”.

Reintrodurre le pensioni d’anzianità si può fare. Ma farlo senza compromettere la stabilità finanziaria (precaria) del nostro Paese e senza disintegrare la credibilità internazionale non è possibile, matematicamente possibile. La verità vera sembra essere quella che solo Giuliano Cazzola, vicepresidente Pdl della Commissione Lavoro, ha avuto il coraggio di dire: “Abbiamo forzato questo provvedimento, lo abbiamo caricato come un Tir e se ci andrà bene uscirà dall’aula come una motoretta. È un provvedimento che non é coperto, costa un occhio della testa e i 5 miliardi sono assolutamente inventati. Abbiamo sollevato un polverone che lascerà delusi coloro che erano stati irresponsabilmente illusi”.