Pensioni: sei milioni bloccate per 2 anni, 200mila pensionandi congelati

di Riccardo Galli
Pubblicato il 6 Dicembre 2011 15:29 | Ultimo aggiornamento: 6 Dicembre 2011 15:29
Elsa Fornero piange durante la presentazione della manovra sulle pensioni

Elsa Fornero piange durante la presentazione della manovra sulle pensioni (Lapresse)

ROMA – Prima di andare in pensione fino a sei anni al lavoro in più per le donne e fino a quattro in più per gli uomini. E chi dal 1 gennaio 2012 andrà in pensione prima dei 62 anni di età, utilizzando il canale contributivo dei 42 anni e un mese per gli uomini e dei 41 anni e un mese per le donne, subirà una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo sulla quota retributiva dell’importo dell’assegno. Sei milioni di pensionati che non vedranno il loro assegno adeguarsi all’inflazione nel prossimo biennio e 200 mila pensionandi che, solo l’anno prossimo, dovranno rinviare il loro meritato riposo. O si lavora di più, o si incassa una pensione più povera. Queste in parole povere le conseguenze della manovra Monti sulle pensioni. Pensione di vecchiaia posticipata e pensione d’anzianità fortemente disincentivata, in attesa della sua definitiva scomparsa.

Sono gli effetti della riforma previdenziale: dal 2012 si potrà andare in pensione con la vecchiaia «ordinaria» che scatta a 66 anni per gli uomini e donne del settore pubblico, e a 62 per le donne del privato, queste ultime destinate ad allinearsi alle altre categorie dal 2018; oppure con l’uscita «anticipata», dopo 42 anni e 1 mese per gli uomini e 41 anni e 1 mese per le donne (due altri mesi si aggiungono rispettivamente nel 2013 e nel 2014). Testo finale del decreto sulla manovra che conferma anche il blocco per il prossimo biennio della rivalutazione dei trattamenti ad esclusione di quelli sotto i 935 euro (una e due volte il “minimo”).

Un piano che, come hanno ribadito il premier Mario Monti e il ministro del Lavoro Elsa Fornero, è orientato «all’applicazione di principi di equità, trasparenza, semplificazione e solidarietà sociale», e che tra i suoi obiettivi ha quello di giungere nel 2035 a pensioni esclusivamente contributive. Tre i pilastri: l’adozione dal 1 gennaio 2012 del contributivo pro rata per tutti; il superamento delle “anzianità” e del sistema di uscite a finestre; l’innalzamento della soglia di vecchiaia con il ricorso a un sistema flessibile di uscite da 66 a 70 anni, immediato per gli uomini e le dipendenti pubbliche e dal 2018 per le lavoratrici private. Queste ultime vedranno prima salire il requisito di vecchiaia a 62 anni (63 anni e sei mesi per le lavoratrici autonome) il prossimo anno e poi a 63 anni e sei mesi nel 2014 e a 65 anni nel 2016.

L’incentivo a posticipare il più possibile il pensionamento sarà collegato alla miscela del “contributivo per tutti” con l’applicazione dei coefficienti di trasformazione (dai quali dipende l’importo degli assegni) fino a 70 anni di età. Tutti i requisiti già nel 2013 potrebbero essere spostati ulteriormente più avanti di tre mesi per effetto del meccanismo dell’aggancio alla speranza di vita che resta in vigore. In ogni caso, già nel 2021, la soglia di vecchiaia dovrà lievitare per tutti da 66 a 67 anni.

Con la scomparsa dei trattamenti di anzianità esistiti fino ad oggi e del sistema delle quote (somma di età anagrafica e contributiva), che dovrebbe rimanere operativo solo per i lavoratori impiegati in attività usuranti, resterà un sola possibilità di anticipare il pensionamento: il possesso, a prescindere dell’età anagrafica, di 42 anni e un mese di contribuzione (41 anni e un mese per le donne), con l’ulteriore aumento di un mese nel 2013 e nel 2014. Per beneficiare di una pensione “piena” occorrerà però avere anche 62 anni di età, in caso contrario scatteranno le penalizzazioni, pari ad un meno 2% per ogni anno mancante al raggiungimento dei 62 richiesti, applicata però solo alla quota di pensione calcolata con il metodo retributivo.

L’incrocio fra vecchi e nuovi requisiti fa arrivare il picco degli allungamenti per le donne del settore privato nate nel 1955, se hanno iniziato a lavorare dopo i 26 anni. Per loro scatta lo scalone «pieno» fra l’attuale età per la vecchiaia, 60 anni, e quella nuova, 66, incrementata di un anno dagli adeguamenti automatici per la dinamica demografica.