I piccoli ospedali fanno male…alla salute. Parola di medico e primario

di Riccardo Galli
Pubblicato il 11 luglio 2012 15:54 | Ultimo aggiornamento: 11 luglio 2012 15:54
proteste

Proteste per la spending review (LaPresse)

ROMA – “Ci tagliano la sanità”, da dotti editoriali a vignette satiriche, da vibranti proteste sindacali a moderate proteste parlamentari la spending review con i suoi tagli, e in particolare quelli dei piccoli ospedali, ha fatto gridare in molti. Molti che hanno denunciato i tagli fatti sulla pelle dei cittadini, molti che hanno gridato che non si taglia la salute, molti che hanno detto delle cose non vere. Non vere perché i piccoli ospedali, oltre ad essere un costo ed uno spreco di risorse, fanno persino male alla salute. Come e perché lo spiega in una lettera a La Stampa non un ministro amante delle forbici, ma un medico, primario e dirigente ospedaliero, uno cioè che sa di cosa parla.

Scrive Franco Bencivelli nella lettera inviata al quotidiano torinese: “Vengo da una lunga esperienza direzionale ospedaliera: una trentina d’anni da primario e gli ultimi dieci anche con la direzione di un dipartimento composto da otto unità operative (così oggi si definiscono i reparti ospedalieri), con compiti prevalentemente organizzativi e di impiego ottimale delle risorse. Quasi all’inizio della mia carriera, ho lavorato in un territorio di 90.000 abitanti, dotato di ben 8 ospedali: si è impiegato circa vent’anni per ridurli a uno soltanto. Quindi conosco bene lo stato d’animo delle popolazioni locali, l’atteggiamento delle istituzioni e dei partiti, gli interessi che si muovono quando si tratta di chiudere una struttura. Ma mi sconcerta accorgermi che ancora non si sia compreso che la questione non è soltanto di soldi sprecati, che pure ci sono e sono tanti. Provo a spiegarmi, insieme ad altri che hanno più volte tentato di farlo, con poco successo.

  1. Un ospedale, per dirsi tale, deve disporre di questo minimo di requisiti: pronto soccorso (anche senza letti di degenza di astanteria), anestesia-rianimazione, medicina generale, chirurgia generale, ostetricia-ginecologia, pediatria con neonatologia, ortopedia, oltre ai relativi servizi diagnostici: radiologia, laboratorio analisi, anatomia patologica, emoteca collegata ad un servizio trasfusionale (servizi tutti che, se ben dotati, sono molto costosi, anche quando intesi come strutture decentrate di altre, collocate in sedi più grandi). Questo, ripeto, è il minimo. Se l’ospedale dispone di meno di 80 posti-letto, ciò significa un massimo di 13,3 letti in media, per ciascuna unità operativa. Dunque un numero di pazieni trattati/anno davvero basso, per non dire bassissimo.
  2. La medicina è un’arte empirica. La si studia, naturalmente, e molto. Ma questo non basta a fare un bravo medico, soprattutto quando si tratti di un medico di ultima istanza, com’è lo specialista ospedaliero. Serve esperienza: anche se ha già conseguito una specializzazione, il bravo medico nasce «in corsia», osservando la «casistica» guidato da un medico esperto.
  3. Nei piccoli ospedali la casistica non c’è o è molto scarsa. Per di più, tende a restringersi progressivamente, perché necessariamente i casi importanti finiscono comunque nei grandi ospedali, che ovviamente attraggono anche i medici migliori.Dunque, chiudendo questi piccoli ospedali, retti unicamente da interessi particolaristici e/o corporativi, non si tratta soltanto di cancellare uno spreco, ma addirittura di ridurre i rischi che i cittadini corrono rivolgendosi a sedi di cura che oggettivamente non sono in grado di fornire una assistenza adeguata ai tempi. Neppure la conservazione di una attività di pronto-soccorso può risultare sempre utile: meglio un efficiente servizio di ambulanze medicalizzate che un pronto-soccorso inefficiente per l’inesistenza di un adeguato supporto alle sue spalle, cui segue necessariamente una pericolosa perdita di tempo per la necessità di trasferire il malato altrove. Questi piccoli ospedali possono al più essere riconvertiti in sedi per pazienti cronici lungo-degenti, dove prevale di gran lunga l’atto assistenziale su quello di diagnosi e cura per acuti”.

Nonostante sia di certo una persona competente in materia quella di Bencivelli resta un’opinione e non una verità assoluta, altri potranno forse dimostrare che i piccoli ospedali una loro utilità ce l’hanno, ma nonostante questo l’analisi fatta dal dott. Bencivelli appare chiara e coerente, come sembra probabile che l’utilità dei piccoli ospedali sia più un’utilità sociale e politica che un’utilità sanitaria. Eppure, nonostante questo, quando il governo ha proposto di tagliare queste piccole strutture in molti si sono messi di traverso cercando, e riuscendo a salvare i piccoli ospedali. Non sarebbe stato più utile chiedere, in cambio della chiusura di questa piccole realtà, la creazione ad esempio di servizi di ambulanze attrezzate, l’implementazione della qualità dei servizi dei grandi ospedali o la realizzazione di centri di analisi visto che mediamente in Italia occorre aspettare mesi per fare un accertamento diagnostico? Probabilmente sì, almeno a sentire Bencivelli e il buon senso, ma i piccoli ospedali spesso, se non sempre, non servono a curare i pazienti, o almeno non solo, ma servono a difendere interessi e clientele, e per questo tentare di eliminarli crea non pochi problemi.