Renzi, Bersani, Marino…Primarie elezioni compagne che sbagliano?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 9 Aprile 2013 15:19 | Ultimo aggiornamento: 9 Aprile 2013 15:19

Ignazio Marino (foto Lapresse)

ROMA – C’erano una volta i compagni che sbagliavano, ma la sinistra da allora è cresciuta e ora, chi sbaglia, sono le elezioni. Non le politiche e nemmeno le regionali dove i cittadini, per carità, hanno sempre ragione, ma le primarie. E’ questa la tesi, in  parte condivisibile, esposta da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: le primarie del centrosinistra finiscono con lo scegliere sempre il candidato più a sinistra e mai quello con le maggiori chances di vittoria. Le primarie di Roma appena concluse sono lo spunto per la riflessione e quelle tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi la controprova.

Primarie, elezioni che sbagliano. E’ questa la sintesi un po’ cruda del ragionamento che Cazzullo mette nero su bianco sul Corriere:

“Non si vorrebbe mancare di rispetto al mitico ‘popolo delle primarie’, sempre entusiasta e numeroso (anche se domenica a Roma meno del solito); ma si ha l’impressione che questo ‘popolo’ non abbia compreso bene a cosa servono, le primarie. In America, dove le hanno inventate, l’obiettivo non è scegliere il personaggio più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale. L’obiettivo è scegliere il candidato che ha più chances di battere gli avversari. L’uomo in cui possono riconoscersi non tanto i ‘compagni’, quanto la maggioranza dei concittadini o dei connazionali. Allo stesso modo si sono comportati i socialisti francesi, che in entrambe le occasioni in cui sono stati consultati per le presidenziali hanno scelto un esponente del centro del partito: prima la Royal, che prese un dignitoso 46,5%; poi Hollande, che sconfisse Sarkozy”.

E’ vero, in Italia le primarie, esclusiva del centrosinistra, finiscono sempre col premiare il candidato più a sinistra. Cosa accadrebbe negli altri schieramenti se anche questi utilizzassero questo strumento non è dato saperlo, il centrodestra le rifugge nemmeno fossero la peste e quelle del Movimento 5 Stelle, ad onor del vero, mancano di partecipazione e soprattutto di trasparenza perché possano essere definite a pieno titolo “elezioni primarie”.

E allora l’unica forza che si esercita in questo compito è da qualche anno il centrosinistra, e il risultato di tutte le consultazioni è stato quasi sempre quello indicato da Cazzullo: la vittoria del candidato più a sinistra. Questo perché, per ovvi motivi, alle primarie vanno e partecipano quelli che più degli altri “sentono” la politica, quelli che hanno più voglia di partecipare, in altre parole i cittadini che hanno una coscienza politica più radicata che è quasi sinonimo se non di fede almeno di passione.

E questi cittadini non sono ovviamente né i cosiddetti moderati né tanto meno l’enorme massa di indecisi che per vincere una competizione elettorale bisogna portare alle urne, quelle vere. Così quello che è il popolo delle primarie, è per lo più un insieme che rappresenta la base che comunque voterebbe centrosinistra, a prescindere, prendendo ad esempio le ultime politiche, dal candidato premier, sia esso Bersani, Renzi o Vendola. Una sorta di circuito autoreferenziale che non è quindi in grado di conquistare consensi al di fuori dell’elettorato già acquisito dal centrosinistra e quindi, ha ancora ragione Cazzullo, una scelta spesso perdente.

Perdente perché per vincere le elezioni, come chiunque di politica anche occasionalmente si occupi sa, non basta confermare la propria base elettorale, ma è indispensabile conquistare consensi al di fuori di questa. Si potrebbe obiettare che i candidati usciti dalle primarie hanno, spesso, vinto le successive elezioni quando queste erano locali. E’ questa però una vittoria di Pirro, e non perché il governo di Roma o Milano sia meno importante di quello nazionale.

Certo che un presidente del consiglio ha un peso differente da quello di un sindaco, ma il punto è che nelle elezioni locali quelli che non sono votanti storici e schierati a prescindere sono meno propensi a recarsi alle urne, e gli stessi elettori moderati hanno meno “paura” dei candidati troppo di sinistra perché, in fondo, si tratta appunto solo di elezioni locali. Una combinazione che quindi non compromette le varie corse a primo cittadino o anche a governatore, ma una combinazione che non si ripete su scala nazionale.

Alle politiche la questione è invece diversa. Per arrivare a palazzo Chigi e alla guida del Paese non basta fare il pieno dei propri elettori, concetto semplice ma che il centrosinistra più che incapace di comprendere sembra non voler scientemente far suo. Per avere la maggioranza in Parlamento, per vincere le elezioni e governare bisogna conquistare consensi anche al di fuori della propria base.

Ignazio Marino ha vinto le primarie capitoline ed era il candidato forse più di sinistra, nonostante questo e nonostante abbia poco o nulla a che fare con Roma, ha anche ottime possibilità di sconfiggere un candidato debole come Gianni Alemanno e anzi, il vero rivale, sarà probabilmente il candidato del M5S. Ma alle politiche, nella scelta del candidato premier, premesso che Renzi non è certo il candidato perfetto visto che non viviamo nel migliore dei mondi possibili descritto da Voltaire, era però quello che più di tutti avrebbe potuto intercettare voti anche al di fuori del bacino consolidato del centrosinistra. Ed è questa una verità che anche la segreteria del Pd conosceva sin troppo bene, tanto è vero che con le sue scelte ha di fatto chiuso la porta delle primarie, specialmente al secondo turno, a chi della base storica non facesse parte.

Realizzate dunque come lo sono quelle del centrosinistra in Italia, le primarie ottengono, almeno a livello nazionale, il risultato opposto a quello per cui sarebbero nate. Ottengono cioè il risultato di spaventare, di allontanare potenziali elettori esterni invece di attirarne. Le primarie non sono e non dovrebbero essere, come in realtà spesso accade, un sistema per misurare forze interne e relativi pesi nelle future composizioni di governo, dovrebbero essere molto più semplicemente un modo per allargare la partecipazione e una sorta di spot per colpire e conquistare gli indecisi.

Sul sito del Corriere della Sera, tra i commenti al pezzo di Cazzullo, c’è chi fa notare che non è vero che in America vinca sempre le primarie il candidato con maggiori chances di vittoria finale, e si porta a dimostrazione di questa tesi il confronto di 5 anni fa tra Barack Obama ed Hillary Clinton sostenendo che, l’ex first lady, avrebbe avuto maggiori possibilità di successo. Ma a parte che poi Obama ha vinto non una ma due elezioni presidenziali, e senza tenere conto che esistono anche le eccezioni, va sottolineato che invece era probabilmente proprio Obama il candidato con più possibilità di successo proprio perché la Clinton incarnava alla perfezione l’elettore medio del partito democratico americano, nulla di più e nulla di meno. Obama invece, che come ogni democratico poteva in ogni caso contare sui voti democratici, poteva come poi ha fatto sperare e puntare a far breccia nei cuori e nei voti delle minoranze che si sentivano ai margini della politica, afroamericani ed ispanici su tutti che lo hanno infatti votato in massa sancendone l’elezione.

Sono le primarie un grande strumento di democrazia, un’occasione di confronto e un’occasione di partecipazione ed è, va riconosciuto, il centrosinistra l’unico ad averne capito la valenza. Anche se, va detto, a volte ne abusa, svilendone il valore, e anche se spesso finisce per usarle contro se stesso. Questo però non è un problema delle primarie, ma un problema storico della sinistra italiana che sembra atavicamente affezionata all’idea di farsi del male.