San Vito di Cadore, “Mai bombe d’acqua così”. Falso: frana dai tempi di Dante

di Riccardo Galli
Pubblicato il 6 agosto 2015 14:09 | Ultimo aggiornamento: 6 agosto 2015 14:10
La frana in Cadore

La frana in Cadore

VENEZIA – “Non s’era mai vista una cosa così”; “Mio padre mi raccontava del ’66, ma allora l’acqua arrivò ad un metro dall’argine, questa volta l’ha superato”. All’indomani della frana che ha colpito la zona di San Vito di Cadore, in provincia di Belluno, i commenti dei residenti e dei vacanzieri sono all’insegna dell’incredulità e dello stupore. Eppure, al netto del dolore di chi ha perso qualcuno o anche solo qualcosa, a stupire è proprio lo stupore. Alluvioni, frane e smottamenti sono infatti nella zona tutto tranne che un’eccezione, e la prova è nelle cronache che riportano di simili eventi nel 1868 e poi nel 1882, nel 1888, nel 1951, nel 1957, nel 1966, nel 1973, nel 1987, nel 1992, nel 1993, nel 1994, nel 1995, nel 1996 e 1998. Non esattamente un fulmine a ciel sereno dunque. Perfino Dante, già Dante Alighieri, ne La Divina Commedia, parlava dei furibondi ed improvvisi temporali della zona.

Le lacrime di fango e pietra versate per l’amata Pomauria da Antelao – scrive Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera -, che nelle leggende fu da una strega trasformato nel colosso roccioso delle Dolomiti, non cessano da secoli di rotolar a valle. Rovinose. Difficile arginare la violenza della natura. Inutile maledire il cielo. Ma certo anche l’uomo, nelle ripetute tragedie della Valle del Boite, ci ha messo del suo. La catena di smottamenti e frane, su tutte quella provocata dalla esondazione del torrente Rusecco che l’altra sera ha travolto ogni cosa rovesciandosi verso San Vito di Cadore, piombando sulle auto parcheggiate alla partenza della seggiovia San Marco e annientando due uomini e una ragazzina di 14 anni, non è che l’ultimo di una lunga serie di disastri. “Mai viste prima, bombe d’acqua così”, ripete oggi la solita litania. Non è esatto. Scrive di questi furibondi temporali improvvisi Dante Alighieri nella ‘Divina Commedia’. Ne parla prima ancora, nella ‘Historia Langobardorum’ Paolo Diacono descrivendo “un diluvio d’acqua (…) che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di Noè” e spiegando che “furono ridotti in rovina campagne e borghi, ci furono grosse perdite di vite umane e animali”.

Né si può dire che gli abitanti della zona siano stati sorpresi dall’evento franoso. La sorpresa, semmai, è la memoria corta di chi, nella serenità della vita quotidiana, tende a rimuovere l’idea del pericolo. Basti rileggere le parole di Amelia B. Edwards che nel 1872, facendo in giro domande sull’apocalisse del 1814 quando una frana aveva spazzato via le frazioni di Taulen e Marceana uccidendo 314 uomini, donne, bambini («i siti dei due villaggi scomparsi oggi sono marcati da due grandi ammassi di calcare sbriciolato, ognuno alto almeno 30 metri») restò stupefatta della inconsistenza delle risposte: “Mi sorprende veramente che dopo poco più di mezzo secolo si sia persa memoria di ogni dettaglio di quella tremenda catastrofe”.

Assodato che di sorprendente c’è solo la sorpresa, viene da chiedersi come sia possibile che gli umani decidano e perseverino nella scelta di vivere in un posto così pericoloso. Ma la colpa, perché una parte di colpa dell’uomo c’è, non è nemmeno nella scelta del luogo ma nella gestione di questo. Vivere in luoghi ‘pericolosi’ non è infatti strano né tanto meno un tabù per gli esseri umani, che anzi hanno fatto scelte anche più ardite, basti pensare ai milioni di persone che in Italia vivono all’ombra del Vesuvio o, oltreoceano, a quei milioni che vivono praticamente sulla faglia di Sant’Andrea, a Los Angeles.

A partire dagli anni ’50, raccontano infatti le cronache della zona del Cadore, si assiste alla realizzazione di un villaggio turistico, peraltro considerato un brillante esempio di architettura residenziale, costituito da 252 unità abitative e, contestualmente, ad importanti modificazioni morfologiche della superficie del conoide, tra le quali lo scavo di un canale artificiale nel quale obbligare le eventuali colate che potevano interessare il nuovo insediamento. Tale opera, nelle intenzioni realizzata a difesa del villaggio turistico, ha di fatto traslato più a valle il naturale processo di sedimentazione del materiale detritico delle colate, non più all’apice del proprio conoide naturale, ma a ridosso del villaggio di Cancia, il cui nucleo storico si era sviluppato, nel passato, a una distanza considerata di sicurezza.

La colpa è quindi quella, come spesso accade, quella di costruire per costruire, senza avere in nessuna o quasi considerazione la natura, la sua forza e le sue ‘esigenze’. Salvo poi, dopo la frana della montagna, far partire la slavina dello scaricabarile: i fondi mancanti, lo Stato centrale distratto, le mancate opere di contenimento idrogeologico. Ma non vi è nessuna opera e nessuna ingegneria che può contenere un corso d’acqua se ci hai costruito sopra, se lo hai “tombato”, o che possa contenere una montagna se questa vien giù. Manca, quel che manca davvero è l’opera di contenimento numero uno, contenere l’ingordigia umana quando diventa autolesionismo: non si costruisce là dove già Dante sapeva piovesse “come al tempo di Noè”.