“Schettino, lei si sente ancora comandante?” Sindrome Stoccolma negli show-tv

di Riccardo Galli
Pubblicato il 12 luglio 2012 16:01 | Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2012 16:01
Francesco Schettino (di spalle) intervistato da Ilaria Cavo per Quinta Colonna

Francesco Schettino (di spalle) intervistato da Ilaria Cavo per Quinta Colonna

ROMA –”Lei si sente ancora comandante?”: finiva così, con questa domanda difficile dire se in ginocchio, sdraiata o semplicemente surreale, l’intervista tv a Schettino. Non è il solo esempio, anche se il più eclatante: le cronache contemporanee sono ricolme di ficcanti domande all’assassino, all’imputato, al potente del tipo, anzi proprio del testo: “Lei cosa prova?”. Da dove nasce, perché nasce e cresce questa sorta di “Sindrome di Stoccolma” tra l’intervistatore e l’intervistato che quasi sempre scatta nel show-cronaca? Nasce dal fatto che intervistare gli Schettino si deve e non è peccato, ci mancherebbe altro. Ma per intervistarli gli Schettino ti chiedono non necessariamente soldi però complicità e siccome a te che organizzi lo show ti basta e avanza avere “l’ospite” in cartellone, perché poi metterlo in difficoltà? Non si fa: una volta che si è entrambi davanti alla telecamera si è in qualche modo “colleghi”, colleghi di spettacolo in corso.

Se nel riuscire ad intervistare il personaggio del momento, se portando a casa il “pezzo” a prescindere da quello che c’è dentro si esaurisse e si giustificasse il lavoro del giornalista, ci sono commenti come quello che ha scritto Aldo Grasso sul Corriere della Sera che non avrebbero ragion d’essere. Ma il giornalista dovrebbe invece, anche e soprattutto, porre quelle domande di cui lui e l’opinione pubblica vogliono conoscere e non conoscono la risposta, e non solo quelle che all’intervistato sono gradite o almeno non danno troppo incomodo, esattamente ciò che il critico televisivo del Corriere non ha visto nell’intervista a Francesco Schettino, comandante della nave Costa naufragata al Giglio, fatta dal programma di Canale 5 Quinta colonna.

Ma l’intervista all’ex comandante Schettino, prima di essere oggetto della critica di Grasso, si era già segnalata sul web dove correva la voce (smentita per altro da Salvo Sottile, conduttore del programma di Canale 5) che per realizzare l’intervista fossero stati pagati a Schettino ben 57 mila euro, così come raccontava anche un servizio del Tg5. Scrive Grasso:

“Non voglio neanche pensarci all’eventualità che l’intervista a Francesco Schettino sia stata pagata da Quinta colonna, il programma condotto da Salvo Sottile. Preferisco pensare a una strategia della difesa, alla voglia di scoop della solita Ilaria Cavo (cresciuta alla scuola del delitto di Cogne), al ridicolo teatrino messo in scena dalla trasmissione (dalla richiesta di applauso per le vittime al gioco delle parti dei vari protagonisti, sospesi tra l’indulgenza e la dura condanna), a una brutta serata di tv (Canale 5, martedì, ore 21.25)”.

Il bello però, o il brutto dell’intervista in questione, non sta tanto nel presunto compenso, ma nelle domande che a Schettino sono state poste. Anche, e forse soprattutto, se per ottenere una simile esclusiva hai sborsato del denaro, come se invece hai lavorato mediando e convincendo per arrivare a quel risultato, è proprio qui che inizia la “partita” del giornalista. Ottenuta la possibilità di parlare col comandante della nave naufragata, come con l’efferato assassino, il calciatore accusato di doping o il politico che sta lavorando ad un progetto importante, è ora di farla fruttare e non solo in termini di share.

Non nel riuscire ad intervistare, ma nel contenuto dell’intervista si vede il lavoro, la funzione del giornalista. E invece, come sempre più spesso accade, sembra che per molti l’importante sia portare a casa il “sì” all’intervista, a prescindere da quello che poi si dice. Anzi, sembra che esista una diffusa abitudine per cui, per ottenere il fatidico “sì”, e poter dire al proprio direttore “capo, lo intervistiamo noi…”, molti siano disposti a fare in cambio, esplicitamente o sentendosi semplicemente in qualche in modo in obbligo, come se fosse una cortesia da ricambiare, di porre domande “facili”, comunque non troppo scomode. Scrive Grasso:

“Ovviamente sarà il tribunale a stabilire la verità sul naufragio, ma lì, in tv (con tutti i limiti di ogni rappresentazione), Schettino è parso un uomo modesto, più furbetto che pentito. Si confessa alla Cavo perché sente il bisogno di spiegare, di ‘metterci la faccia’, di difendersi pubblicamente. (..) La Cavo ci tiene a elogiare il difficile lavoro svolto per ottenere il colloquio (una lezione di grande giornalismo trash), i pazienti e prolungati contatti con la famiglia del comandante, la promessa (mantenuta) di totale riservatezza e poi chiude così: ‘Lei si sente ancora comandante?’. Premio Gigi Marzullo alla giovane carriera”.

Ma oltre a scrivere dice di più nel videocommento: “Il merito maggiore di Ilaria Cavo è stato quello di conquistarsi la fiducia di Schettino, ha fatto anche delle domande per così dire imbarazzanti, ma non ha mai contestato quello che Schettino diceva, che è il compito di un vero intervistatore”.

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