Sinistra cucina listone unico e apparecchia primarie per tutti

di Riccardo Galli
Pubblicato il 6 Dicembre 2012 14:27 | Ultimo aggiornamento: 6 Dicembre 2012 14:28

ROMA – Listone unico e primarie anche per i candidati di Camera e Senato, almeno una larga parte. Sono le due idee che si stanno materializzando in casa Pd. La riforma della legge elettorale ha ormai smesso di essere un progetto politico ed è diventata un tormentone più o meno sterile. Si voterà, molto probabilmente, con il Porcellum. Colpa del Pdl? Forse. Ma intanto, via via che questa possibilità si fa ogni giorno più concreta, il Pd si prepara. “Nel caso servisse un listone unico, ci rivolgeremo a quei tre milioni di elettori per chiedergli di scegliersi i parlamentari”, ha detto Pierluigi Bersani aprendo la strada alle primarie anche per i candidati e non solo per il leader, e mettendo sul piatto l’ipotesi di un listone in cui convergano Pd e Sel, ma anche Tabacci, i socialisti e i verdi.

Di riforma della legge elettorale si parla ormai da mesi. Decine le ipotesi avanzate e scartate. Diversi gli inviti e gli auspici al cambiamento formulati da Giorgio Napolitano, Mario Monti e altri ma, in realtà, nulla è stato fatto. E con la scadenza elettorale che s’avvicina i tempi per cambiare cominciano a non esserci più, ammesso che ve ne sia la volontà. Di chi sia la responsabilità poco conta, quello che ormai conta è che il Porcellum ha ottime chances di essere la legge con cui verrà eletto il prossimo Parlamento. Il tavolo su cui erano appoggiate le residue, flebili speranze è stato appena rovesciato da Berlusconi. Quindi si voterà, presto, più o meno come si votò nel 2008, legge elettorale e Berlusconi candidato premier compresi.

Se così sarà le forze politiche dovranno, necessariamente, adeguarsi. La prima e forse più grande risultante di questo adeguamento potrebbe essere il “listone unico”, evocato per la prima volta dal segretario Pd durante il suo viaggio in Libia. Listone figlio della legge elettorale che assegna il premio di maggioranza alla coalizione (55% per cento dei seggi alla Camera per chi prende un voto in più dell’altro, quindi formidabile spinta ad “ammucchiarsi” comunque), spingendo inevitabilmente verso l’accorpamento, e in qualche caso, appunto, all’ammucchiata. E legge elettorale con soglie di sbarramento diverse per Camera e Senato ma che comunque potrebbero di fatto disperdere dei voti buoni per il centrosinistra. Il listone unico da Bersani evocato avrebbe il doppio pregio di risolvere in un unico colpo entrambi i problemi. Sarebbe in grado di aggiudicarsi il premio di maggioranza ed eliminerebbe la possibilità che liste apparentate restassero sotto, con i loro elettori, la soglia di sbarramento.

Pur risolvendo diversi e seri problemi il listone farebbe diventar ancor più centrale una questione che già agita il centrosinistra: la scelta dei candidati per il Parlamento. Scelta che con il Porcellum spetterebbe alle segreterie di partito, ipotesi però un po’ avvilente e certo poco accattivante per il popolo di centrosinistra. Una soluzione sarebbero allora le primarie per scegliere tutti i candidati e non solo il candidato premier. Difficile da farsi, certo, ma molto affascinante. L’ipotesi listone spinge poi ancor più in questa direzione perché  con un soggetto politico unitario la scelta dei candidati comporterebbe la gestione di difficili equilibri tra le varie anime del listone. Per la serie “questo a me, quello a te…”.

Belle, bella l’idea delle primarie per tutti. Semplice a parole ma molto complessa nella realizzazione. Dire primarie significa infatti tutto e niente. D’accordo la scelta ai cittadini, ma come, con quali regole? Saranno di collegio o circoscrizionali? Ma i collegi non ci sono, non si vota per collegi. E come limare le differenze tra Camera e Senato? Con l’ultima incognita, enorme, sulla data del voto: se l’idea election-day targata Pdl dovesse andare in porto, i tempi per le primarie sarebbero infatti strettissimi. Difficoltà a parte la rotta sembra però segnata e va in direzione delle primarie per tutti, o meglio, quasi tutti. Quasi, nel senso che un 20/30 per cento circa dei candidati sarebbero comunque scelti dalle segreterie di partito e solo il resto dai cittadini. Del resto, spiega Bersani, “ci vuole pure qualcuno che capisca di finanza pubblica”.