Stato ricco di 1800 miliardi? Poco da vendere, solo 100. E molto regala

di Riccardo Galli
Pubblicato il 30 Settembre 2011 12:43 | Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2011 13:06

Giulio Tremonti (Lapresse)

ROMA – Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha annunciato in pompa magna che l’Italia possiede un patrimonio di valore pari a quello del debito pubblico che tanto ci affligge: 1800 miliardi di euro. Ma non è tutto oro quello che luccica. Non si può vendere tutto e diventare, improvvisamente e miracolosamente, un paese senza debito. Di quei 1800 miliardi conteggiati da Tremonti in realtà appena un centinaio sono veramente “spendibili”. A meno di non voler vendere il Colosseo o le Dolomiti. Per far cassa, oltre a vendere e privatizzare, bisognerebbe far rendere l’immenso patrimonio pubblico italiano. Patrimonio che, stima La Stampa, rende solo 50 miliardi l’anno, un decimo delle possibilità.

Milleottocento miliardi di debito pubblico sono troppi. Lo dicono l’Europa, la Bce e lo spiegano i mercati: occorre abbatterlo. Giulio Tremonti, da sempre scettico in tema di privatizzazioni e dismissioni, fa di necessità virtù e ha organizzato un seminario a Via XX settembre con grand commis, banchieri, ministri e capi di grandi società d’investimento. «Abbiamo aperto il grande libro del patrimonio, l’abbiamo fatto per la prima volta e abbiamo scoperto che nell’attivo del bilancio dello Stato c’è un numero uguale al passivo».

In realtà che il patrimonio dello Stato valesse approssimativamente 1.800 miliardi si sapeva dal lontano 2004, quando l’allora direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco, affidò ad una società di consulenza il compito di inventariare casa Italia. Più della metà di quel patrimonio – almeno novecento miliardi – sono montagne e monumenti, beni incedibili quindi. Quel che solo ora si inizia a capire, è invece l’entità del patrimonio ancora effettivamente cedibile e quello che varrebbe la pena tenere e soprattutto far fruttare.

Il direttore dell’apposito ufficio del Tesoro, Stefano Scalera, stima l’entità del patrimonio immediatamente cedibile: almeno 25 miliardi di euro di immobili, altri dieci di diritti di emissione da anidride carbonica. E poi qualcuno dei gioielli di famiglia rimasti: Rai, Enel, Finmeccanica o Ferrovie che valgono ben 44 miliardi. Le sole Poste, che gli americani si apprestano a privatizzare, valgono quattro miliardi.

Vendere è quindi una soluzione, ma più saggio sarebbe vedere questa possibilità come una parte della soluzione perché molto, moltissimo, si potrebbe recuperare mettendo mano agli sprechi che caratterizzano la gestione del nostro patrimonio e ancor di più si potrebbe ottenere se questo patrimonio fosse messo realmente a frutto. Di risparmi da fare non ne mancano, con la sola razionalizzazione di immobili e terreni il Tesoro conta di contribuire alla riduzione del debito pubblico per cinque miliardi di euro già dal 2015, dieci a partire dal 2020. Dieci miliardi sono circa lo 0,7-0,8% del prodotto interno lordo di un anno. Se nel frattempo la crescita tornasse ai livelli pre-crisi attorno all’1,5-2%, nel giro di una decina d’anni il contributo all’abbattimento del debito sarebbe significativo.

L’altra parte della soluzione, il valorizzare e mettere a frutto questo enorme patrimonio di cui, di fatto, siamo i proprietari, è tutt’altro che semplice, e richiede uno sforzo corale. Un primo, rivelatore, colpo d’occhio, emerge dall’analisi compiuta dal capoeconomista della Cassa Depositi e Prestiti Edoardo Reviglio sul mondo delle concessioni, ovvero il reddito che lo Stato e gli enti locali riescono a ricavare dal patrimonio «concesso» ai privati. Patrimonio che vale 70 miliardi di euro (50 di proprietà dello Stato, 20 delle autonomie locali) e che ha, oggi, un rendimento praticamente irrisorio: un minuscolo 0,5% l’anno. In altre parole, questa «roba» alle aziende private la regaliamo o quasi. Dalle autostrade, migliaia e migliaia di chilometri, lo Stato ricava 190 milioni l’anno, 40 dagli aeroporti, 20 dai porti. Dal demanio marittimo, cioè le spiagge, si ottengono solo 140 milioni l’anno, e 130 dal demanio minerario. Obbiettivamente pochino.

Il secondo spunto, anch’esso poco confortante, riguarda poi le società partecipate dallo Stato. Complessivamente il loro valore è di quasi 45 miliardi, di cui 17,342 per le tre società quotate (Enel, Finmeccanica e Eni). Come spiega Scalera, il portafoglio complessivo delle partecipate rende soltanto 1’1,8%, mentre le società in utile hanno un rendimento medio del 6,7%: in media la perdita di valore è del 4,9%. In altre parole le società partecipate dalla pubblica amministrazione hanno un rendimento minore rispetto a quello medio delle società private attive negli stessi settori. Una situazione legata anche all’assetto organizzativo, con una proliferazione di partecipazioni, che porta a una «distruzione di valore».

Facendo il confronto tra il rendimento delle partecipate pubbliche e quello medio delle società private nei medesimi settori, ci si accorge che le aziende del comparto della fornitura di elettricità e gas le partecipate rendono solo il 4,8%, contro il 9,5% delle società private. Nel trasporto e magazzinaggio il rendimento complessivo è del 2,5%, contro il 14,6% dei privati. E anche nel settore dell’acqua, reti fognarie e rifiuti, il rendimento è soltanto dell’1,6%, contro il 9,8% delle aziende private. Stessa situazione, infine, per quanto riguarda gli immobili. I 72 miliardi di euro di valore stimato di mercato di immobili di proprietà dello Stato centrale rendono un patetico 0,1% l’anno. D’accordo vendere i gioielli di famiglia quindi ma, restando nella metafora, anche togliere i soldi dal materasso e metterli a frutto non sarebbe una cattiva idea…