Tassa rifiuti pagarla a peso. Giusto e impossibile. Era già legge Prodi nel 1998

di Riccardo Galli
Pubblicato il 13 gennaio 2014 15:27 | Ultimo aggiornamento: 13 gennaio 2014 15:27
Rifiuti in mezzo a una strada

Rifiuti in mezzo a una strada

ROMA – Basta con tasse e tariffe basate su consumi presunti. O su metri quadri dell’appartamento di proprietà o in affitto. O sullo stato di famiglia, cioè sul numero dei componenti la famiglia. E’, sarebbe, ora, anche visto che tecnologia e non solo lo rendono semplice e fattibile, di far pagare la tassa sui rifiuti ai contribuenti in base a quello che realmente consumano. E’ l’idea di Scelta Civica applicata ai

rifiuti: non più tassa sulla “monnezza” calcolata in base al numero dei componenti del nucleo familiare o sulla dimensione di un appartamento ma, al contrario, sulla reale quantità dei rifiuti prodotti. Un’idea così rivoluzionaria che appena 16 anni fa fu proposta e introdotta dal governo Prodi. Rimanendo però lettera morta.

C’era una volta la Tarsu e c’erano, ancor prima, la Tia e la Tares. Volti e nomi succedutesi negli anni per indicare la tassa sui rifiuti, quella tassa che, almeno per il 2014, andrà sotto la sigla di Tari. Nomi e aliquote che si sono succeduti senza novità di sorta almeno negli ultimi 20 anni. Ratio e comun denominare di tutte queste imposte: la “monnezza” si paga e si paga non in base a quanta se ne produce, ma in base a stime presunte derivate ad esempio dal numero del nucleo familiare e dai metri quadri di un’abitazione.

Negli anni, oltre al nome, l’unica cosa ad essere cambiata è l’importo pagato dai contribuenti italiani. Ora Scelta Civica, il partito fondato e forse guidato da Mario Monti, per manifestare i suoi malumori nei confronti dell’esecutivo e della legge di stabilità ha chiesto che una modifica sostanziale venga introdotta: la tassa sui rifiuti, la Tari, dovrà essere calcolata sul reale consumo. Su come tradurre in pratica quella che è senza dubbio una buona idea ci sono almeno un paio di possibilità: quella di utilizzare appositi sacchetti, come avviene ad esempio in Svizzera, da comprare a caro prezzo o, invece, dotare i cassonetti di chip identificativo in modo da conoscere la “paternità” di ogni busta gettata. Vuol dire che paghi la tassa di fatto quando compri il sacchetto, e quindi più rifiuti produci più sacchetti compri per forza di cose. Oppure che la tassa la paghi quando con il tuo chip apri il cassonetto per sversare, tanti bip sul chip tanti soldi da pagare.

Come la già citata Svizzera diversi paesi hanno da tempo scelto di far pagare la tassa sui rifiuti in base ad i consumi reali. E diverse sono le soluzioni adottare per raggiungere il suddetto scopo. Anche in Italia però alcuni comuni, per lo più piccoli e per lo più nel profondo Nord, leggi Trentino, hanno imboccato questa strada. Una strada di buon senso e una strada che, in verità, già tre lustri fa era stata indicata dall’allora governo Prodi e dal suo ministro dell’ambiente, il verde Edo Ronchi.

Era per l’esattezza il 7 agosto del 1998 quando il Consiglio dei Ministri approvò la riforma che prevedeva, probabilmente conoscendo i tempi italici, 6 anni di tempo per la sperimentazione dei sacchetti ad hoc e/o dei cassonetti con chip. Se 6 anni sembravano e sembrano tantini per una simile riforma ne sono passati in verità 10 di più senza che il pio intento divenisse realtà e, anzi, dell’intento se ne è praticamente persa persino la memoria. Al punto che Scelta Civica formula oggi la stessa proposta di allora.

Le ragioni per cui allora non se ne fece nulla e anche oggi, probabilmente, finirà allo stesso modo sono tante e per lo più tipicamente italiche. Ci vorrebbero ad esempio delle aziende moderne ed efficienti in grado di gestire il sistema, ve le vedete voi le aziende pubbliche della raccolta rifiuti di Palermo, Napoli, Roma ma anche Venezia o Torino gestire le interconnessioni tra sacchetti, cassonetti, tariffe? Se si adottasse il sacchetto ad hoc, la realtà sarebbe quella di obbligare gli italiani ad usare sacchetti per la spazzatura numerati e riconoscibili dal costo di qualche euro ciascuno. Immaginate cosa accadrebbe? Nottetempo frotte di novelli Diabolik si aggirerebbero in cerca di cassonetti incustoditi con in mano sacchetti di ogni risma, il tutto per risparmiare. E se invece si scegliesse di adottare i cassonetti di chip, quanti novelli hacker si diletterebbero nel distruggere, al limite anche a martellate, i suddetti chip? Il tutto in nome della rinomata furbizia nostrana.

Quella stessa furbizia che ci fa pagare la “monnezza” fondamentalmente “a cqaso”, cioè senza tener minimamente conto di quanta se ne produce, e quella stessa furbizia che, come scrive Enrico Marro sul Corriere della Sera, sta facendo valutare all’esecutivo di accogliere la proposta di Sc, magari introducendo un periodo di qualche anno di sperimentazione. Come nel ’98…