La grande bugia di gruppo: 180 miliardi di tasse in meno

di Riccardo Galli
Pubblicato il 19 Febbraio 2013 15:02 | Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio 2013 15:02

Promesse elettorali Di Berlusconi, Bersani, Monti e Giannino: la somma che fa 180 miliardi (foto Ansa)

ROMA – Una bugia da 180 miliardi, anzi una somma di bugie il cui conto finale raggiunge i 180 miliardi di euro in 5 anni. Tanto valgono le promesse-proposte dei vari schieramenti in lizza alle prossime elezioni in materia fiscale. Un mare di denaro che, nella migliore delle ipotesi, come lo definisce il Sole24Ore, sembra essere un “miraggio” ma che, nella realtà economica dell’Italia somiglia più ad una netta menzogna. “Cifre incompatibili con lo stato attuale dei nostri conti”, scrive il quotidiano di Confindustria ma cifre che, chi più chi meno, tutti i candidati promettono di reperire. Come? Nei modi più fantasiosi e quasi mai certificabili.

Un report pubblicato da Mediobanca Securities stima che le promesse di Oscar Giannino, Silvio Berlusconi, Pier Luigi Bersani e Mario Monti, elencati in rigoroso ordine di sparata, valgono in denari una cifra compresa tra i 150 e i 225 miliardi di euro. Le promesse dell’ex repubblicano Giannino, anzi la promessa, nel suo caso la sola proposta di tagliare la pressione fiscale dell’1% ogni anno, costerebbe all’Italia la bellezza di 75 miliardi di euro.

Una singola idea che fa schizzare l’ex giornalista e l’ex dirigente Pri in testa alla classifica delle promesse elettorali più costose. Dietro di lui un esperto in materia: Silvio Berlusconi. Le promesse del Cavaliere, dalla rimodulazione dell’Irpef all’abolizione dell’Irap sino al taglio e alla restituzione dell’Imu valgono ben 65 miliardi di euro. Più staccato, ma non lontanissimo, il leader Pd Bersani che tra revisione dell’Imu, dell’Irpef e taglio del cuneo fiscale avrebbe bisogno di 44 miliardi per finanziare le sue idee. Ultimo in classifica, ma non certo a zero, il premier Monti. L’uomo delle mille tasse propone ora sgravi per 29.5 miliardi. Una bazzecola confronto alle cifre messe in campo dagli altri attori dello scontro politico. Ma una cifra comunque mostruosa per i conti italiani.

E Beppe Grillo? Lui nella classifica non c’è per l’ottima ragione che si è accuratamente guardato dallo spiegare e quantificare quante e quali tasse taglia. Si è limitato a tuonare contro Equitalia, in coro con Berlusconi. E contro la Casta. E contro le tasse in generale. Ogni cifra attribuita a Grillo sarebbe un sopruso alla sua strategia e una forzatura alle sue parole. Lui vuole mandare “tutti a casa”, mica solo le tasse.

Nonostante per la nostra economia sarà già una sfida dribblare l’aumento dell’Iva di un altro punto percentuale previsto per luglio tutti, a destra come a sinistra e senza dimenticare il centro, promettono di mettere mano al fisco nostrano. Saggia e buona intenzione in un Paese dove chi paga le tasse, non tutti a dire il vero, paga più che nel resto d’Europa. La pressione fiscale italiana è tra le più alte del vecchio continente. Alta sulla busta paga dove raggiunge il 53,5% (media Ocse 35,3%) e sulle imprese dove tocca il 68% (43% media Ocse). Molto meno alta la pressione fiscale su consumi, rendite e patrimoni, molto meno alta in assoluto e relativamente al confronto internazionale. Abbassare dunque le tasse, ma dove sono davvero alte, intenzione che andrebbe calata nel mondo reale e messa a confronto con le effettive possibilità e capacità della nostra economia. Eliminare l’Imu, solo per fare un esempio, è un’idea che porta voti e che alleggerirebbe il conto dei molti italiani che posseggono una casa. Ma se per farlo compromettessimo la nostra economia non sarebbe un buon affare per nessuno. Proprietari di case compresi.

Proprio sul dove e come reperire i fondi per finanziare e coprire le mirabolanti proposte appaiono però gli scricchiolii. Dagli accordi con la Svizzera ha detto il Cavaliere, dalla fedeltà fiscale ha spiegato Bersani, dai tagli alla spesa ha proposto Monti. Voci che, oltre a non coprire in toto le proposte dei rispettivi candidati, risultano tutte e tre alquanto aleatorie. L’accordo con la Svizzera  non c’è e se ci fosse non porterebbe i 25 miliardi di cui favoleggia Berlusconi, forse un quinto, forse. Il recupero dall’evasione fiscale è per forza do cose lento negli anni quanto a gettito reale e i tagli di spesa…le Regioni sono riuscite ad annullare anche i tre miliardi di spending review con la stessa tecnica adottata dalle Province per non sparire: aspettare la crisi di governo e le elezioni. Poi si vede… e si taglia la spesa nell’anno del mai e il giorno del poi.

Scrive il Sole24Ore: “Promettere tagli a pioggia, come fa il Pdl, su praticamente ogni capitolo del libro delle entrate statali e locali è suggestivo ma poco credibile. Poco credibile è anche indicare – e questa volta è soprattutto il Pd a farlo – come copertura dei tagli fiscali il recupero dell’evasione. (…) Quello delle coperture, del resto, è il vero buco nero dei programmi fiscali. C’è chi cita le dismissioni immobiliari, confondendo un gettito una-tantum che dovrebbe andare a riduzione del debito, con un flusso costante nel tempo. Senza parlare delle enormi difficoltà su cui si sono arenati in questi anni tutti i programmi di vendita di immobili pubblici. (…) Nessuno, però, in campagna elettorale se l’è sentita di indicare con responsabilità i singoli settori e le singole spese da tagliare. L’unica eccezione virtuosa è rappresentata da ‘Fare per fermare il declino’, che riporta nel suo programma gli interventi per ciascuna classe funzionale”.

Se non sono bugie, poco ci manca.