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Tasse degli americani, la metà delle nostre. Il ricco (262mila euro) paga il 35%

di Riccardo Galli
Pubblicato il 23 Novembre 2012 14:22 | Ultimo aggiornamento: 23 Novembre 2012 14:23

TasseWASHINGTON – Barack Obama prepara la guerra ai ricchi. O almeno così la pensa l’opposizione a stelle e strisce, quei repubblicani preoccupati dalla volontà presidenziale di aumentare le tasse ai ricchi d’oltreoceano. Ma quanto pesa il fisco sul reddito dei cittadini americani? Paragonato al nostro poco o niente. Un esempio? L’aliquota massima negli Usa è del 35% e la pagano i redditi che superano la soglia dei 262 mila euro l’anno. Da noi, tutti quelli che dichiarano più di 75 mila euro annui, poco più di un quarto della soglia a stelle e strisce, pagano il 43%, ben più degli omologhi americani.

Sull’orizzonte della seconda volta di Obama si profila minaccioso il fiscal cliff, il precipizio fiscale, quella dead line fatta di miliardi di dollari di contemporanea fine delle esenzioni fiscali e tagli alla spesa che preoccupa Washington e le Borse di tutto il mondo. Una delle proposte del rieletto presidente è quella di aumentare le tasse, ma non a tutti, solo ai redditi più sostanziosi. Ovviamente non sarà questa misura sufficiente a risolvere i problemi economici dell’Americaf, ma su questa si gioca una partita importante. Le tasse dei ricchi sono tema molto caro all’opposizione repubblicana, che è fortemente contraria all’aumento, come sono tema molto caro alla base elettorale di Obama che preme invece, altrettanto fortemente, per misure che vadano in questo senso. La proposta presidenziale è di estendere l’aliquota massima (35%) a tutti i redditi sopra i 200 mila dollari, pari a 155 mila euro. Cosa che estenderebbe non di poco la platea oggi limitata a chi guadagna oltre 388 mila dollari (262 mila euro).

Al di là qua dell’oceano, a casa nostra, le cose sono ben diverse. L’aliquota massima scatta infatti ad una soglia molto inferiore, dai 75 mila euro, e pesa assai di più, il 43% a fronte del 35%. Ma le cose non sono diverse solo per i ricchi, o comunque per quelli destinati a pagare l’aliquota massima. A partire dal numero di scaglioni le differenze tra Italia e Usa sono sostanziali. Da noi esistono cinque scaglioni fiscali (23, 27, 38, 41 e 43%) mentre in America sei (10, 15, 25, 28, 33 e 35%), il che rende l’imposizione inevitabilmente più modulata. Il primo dato che salta agli occhi è che le aliquote sono, rispetto alle nostre, ben più leggere e con soglie fortemente differenti. Ma vediamo nel dettaglio.

In Italia i redditi tra 0 e 15 mila euro sono quelli che rientrano nel primo scaglione Irpef e pagano un’aliquota pari al 23%. Il secondo scaglione, che paga il 27%, scatta da 15 mila e 1 euro sino a 28 mila. Il terzo arriva, con il suo conto del 38%, già più alto dell’imposta massima di Washington, sino a 55 mila mentre il quarto va da 55 mila e 1 sino a 75 mila, e paga il 41%. Il quinto, e ultimo, paga il 43% e parte dai 75 mila.

Diverse le cose negli Stati Uniti dove sino a 6700 euro si paga il 10% di tasse. Dai 6700 ai 27 mila il 15% e, dai 27 mila ai 66 mila, il 25%. Oltre i 66 mila e fino ai 138 mila si paga il 28% e, dai 138 mila ai 262 mila il 33%. Solo oltre i 262 mila euro annui, pari a oltre 388 mila dollari, si arriva a pagare il massimo, cioè il 35% di tasse sul reddito.

Va detto che un paragone tra sistema fiscale italiano e americano è complesso. Moltissime le differenze tra le due realtà ma è un fatto che le tasse sul reddito di Washington, l’equivalente della nostra Irpef, siano quasi risibili se paragonate alle nostre. Qualsiasi italiano che guadagni oltre 28 mila euro annui paga più di qualsiasi americano. Da 28 mila e 1 euro scatta infatti in Italia l’aliquota del 38%, maggiore di 3 punti percentuali alla massima aliquota d’oltreoceano. E’ vero che l’assistenza sanitaria pubblica negli Stati Uniti è un miraggio, è vero che lì esiste un mosaico di tasse persino più complesso del nostro tra imposte federali, statali e locali ed è vero che i servizi garantiti dallo Stato americano sono assai meno dei nostri. Ma è anche vero che il mercato del lavoro americano, per quanto in difficoltà, è infinitamente più dinamico, con più possibilità e maggiori guadagni di quanto il nostro non sia mai stato.

Vista dalla nostra prospettiva, quella di contribuenti italiani, la proposta di Obama di abbassare la soglia per rientrare nell’aliquota massima, allargando così la platea di quelli che pagano di più non sembra un’idea così sconvolgente. Noi però, come detto, siamo abituati a conti ben più salati Ma anche tra chi ai conti americani è abituato c’è chi pensa che la proposta presidenziale non sia utile. E non perché ha a cuore le tasche dei mediamente ricchi elettori repubblicani, ma perché pensa che le diseguaglianze sociali, mortali per qualsiasi società se eccessivamente marcate, non si curano aumentando ai ricchi le tasse sul reddito, ma con la patrimoniale, tassando i patrimoni. E’ questa la proposta di Daniel Altaman, economista della Stern School of Business alla New York University, riportata da Federico Rampini su Repubblica. “Il vero potere economico – dice Altman – non si misura dal reddito ma dal patrimonio, è sul fronte delle ricchezze accumulate che si scavano le diseguaglianze più profonde”. L’economista americano immagina quindi tre aliquote per la “sua” patrimoniale: 0 sino a mezzo milione di dollari, 1% da mezzo a un milione e 2% oltre.