Tasse troppe, poco lavoro… ma da venti anni siamo ricchi e pigri

di Riccardo Galli
Pubblicato il 21 agosto 2012 14:20 | Ultimo aggiornamento: 21 agosto 2012 14:20

ROMA – Dal 2007 ad oggi nel nostro Paese sono stati persi 450mila posti di lavoro. Appena il 37% della popolazione ha un’occupazione. L’esercito di precari aumenta ogni giorno le sue fila e ogni giorno le associazioni dei consumatori denunciano aumenti: aumenta l’inflazione, aumenta la benzina, aumentano i generi alimentari, aumenta tutto tranne i salari che, nel migliore dei casi, restano al palo. Un quadro desolante e devastante. Eppure, noi italiani, sopportiamo stoicamente. Non c’è traccia infatti di una rivoluzione alle porte, e nemmeno di una tensione sociale montante. Ma come è possibile che la nostra società riesca ad assorbire tutto ciò? La risposta, in verità, non è molto lusinghiera nei nostri confronti. Non ci ribelliamo perché siamo ricchi, molto più di quanto i dati appena citati raccontino, ma anche pigri e un po’ ignoranti, e questo lo rivelano i dati sulla qualità degli occupati nel nostro Paese.

Secondo un’indagine realizzata per il Credito Svizzero con riferimento al 2010 – scrive Fulvio Contorti sul Corriere della Sera – vi sono 1,4 milioni di ‘milionari’ italiani (in dollari); più dei britannici (1,2 milioni) e dei tedeschi (poco più di un milione), meno dei 2,2 milioni di francesi. Gli adulti poveri, quelli con meno di mille dollari di patrimonio, sono 49 mila (contro i 142 mila francesi e britannici), mentre la ricchezza media pro capite di ogni cittadino della penisola (167 mila dollari al netto dei debiti), supera del 13% quella dei britannici, del 22% quella degli americani e del 49% quella dei tedeschi; solo i francesi ci stanno sopra del 2%. Ma ciò che veramente conta, posto che ricchi e poveri esisteranno sempre, sono le distanze tra le classi: il 55% degli adulti italiani possiede una ricchezza superiore a 100 mila dollari, contro solo il 46% dei britannici, il 42% dei tedeschi, il 39% dei francesi. Secondo la Banca d’Italia la quota di ricchezza detenuta dal 10% delle famiglie più ricche (oggi circa 3.800 miliardi) è rimasta all’ incirca costante (43-47%) dal 1998. Maurizio Franzini (QA n. 2-2012) osserva poi che la frazione di reddito nazionale percepita dall’1% più ricco degli italiani tra il 1980 e il 2007 è passata dal 6,9% al 9,5%: il dislivello rispetto al restante 99% di cittadini è quindi cresciuto del 38%; una variazione rilevante, ma che lascia l’Italia alla metà circa del 18,3% degli Stati Uniti (+10,5 punti rispetto al 1970)”.

Da dove vengono questi soldi? A grandi linee lo ha ricordato ancora ieri il ministro Corrado Passera: 600 miliardi di euro risparmiati sugli interessi da pagare per il debito pubblico, 600 miliardi risparmiati dalla cassa pubblica grazie all’euro che fino all’anno scorso teneva bassi i tassi di interesse del debito italiano, molto più bassi di quando c’era la lira. Seicento miliardi che però non sono diventati né meno debito e neanche più investimento, men che mai meno tasse. Sono diventati subito spesa, spesa che “bagnava” tutta o quasi la società italiana. E oltre a quei seicento miliardi in un decennio, altri cento miliardi all’anno da evasione fiscale tollerata e autorizzata. E ancora 200 miliardi che sono venuti dalle privatizzazioni e che sono stati, parola di ministro, “scialacquati” in mance e prebende sociali. In un ventennio, quello che Passera ha definito “perduto”, decine di milioni di italiani si sono esercitati nell’assalto al forno di circa tremila miliardi, qualcuno ha portato via tutta una cesta, molti solo una piccola pagnotta. Ma il risultato finale è la ricchezza privata degli italiani maggiore di ogni altro paese in Europa. Non ne produciamo più di ricchezza, ce la stiamo mangiando, stiamo affettando il prosciutto fino all’osso ma sempre prosciutto stiamo ancora mangiando.

Abbiamo dunque accumulato un “grasso” per molti versi insano. Nonostante la crisi, la contrazione del mercato del lavoro, l’aumento della disoccupazione, il precariato, l’altissima pressione fiscale noi italiani siamo più ricchi anche dei tedeschi. Certo, viste queste condizioni, la ricchezza accumulata ce la stiamo mangiando. In altre parole è come se per far fronte a tutte le difficoltà che viviamo stessimo attingendo alla riserva di “grasso” accumulato nei periodi di abbondanza, grasso che prima o poi finirà se non torniamo a produrne di nuovo. Al momento però siamo ancora in grado di reggere al “freddo” della crisi grazie a quanto accumulato in passato. Siamo ricchi e la nostra ricchezza, il nostro grasso, è anche abbastanza ben distribuito tra la popolazione. Come scrive Contorti infatti quel che conta non è tanto la ricchezza, ma come questa è redistribuita e la conseguente distanza tra classi. E’ da questa che nascono le tensioni sociali e anche le rivoluzioni ma noi, per il momento, questa distanza la teniamo relativamente sotto controllo.

Abbiamo dunque ancora un po’ di tempo per far “passare la tempesta”. Purtroppo però la calma sociale che regna in Italia non è solo frutto di quanto accumulato in passato. C’è anche una “bonaccia dell’ingegno”, non a caso un articolo apparso su La Stampa qualche giorno fa titolava: “All’Italia serve l’import dei cervelli”.

E’ questa l’altra faccia della medaglia, l’altra metà della risposta alla domanda “perché se tutto va così male restiamo tranquilli?”. Scrive Giovanna Zincone: “La nostra economia attrae un’immigrazione meno istruita rispetto a quella che raggiunge altri paesi europei. Nel 2010 i laureati rappresentavano solo il 10% degli immigrati in età lavorativa residenti in Italia. Decisamente meno non solo delle incidenze che troviamo in Francia, Inghilterra e Svezia, ma anche in Portogallo e Spagna. In compenso questi ultimi paesi, i soliti nostri compagni degli ultimi banchi, ‘battono’ l’Italia per la consistenza di lavoratori con livelli di istruzione minimi. Ma la cosa non consola. Perché anche se i nostri immigrati sono nell’insieme abbastanza istruiti, sebbene non quanto quelli che si dirigono verso economie più solide della nostra, lo sono meno degli italiani. Quindi non arricchiscono il nostro capitale di competenze.

Come se non bastasse, la quota di stranieri con un titolo di studio più elevato è diminuita tra il 2001 e oggi. Si aggiunga che l’investimento formativo degli stranieri, quando c’è, spesso non è messo a frutto. Specie le lavoratrici straniere – mediamente più qualificate delle loro controparti maschili – fanno lavori assai poco qualificati rispetto alle loro capacità. Il fatto è che in Italia la domanda di addetti con alte competenze è scarsa in generale. Non solo: come ci segnala il Rapporto Isfol 2012, è pure in calo. Nel nostro paese la quota di professioni ad elevata specializzazione rappresenta solo il 18% del totale, contro il 23% della media Ue. E, mentre in Europa la percentuale di occupazione in quel tipo di professioni aumenta costantemente, in Italia invece negli ultimi 5 anni si è contratta dell’1,8%, contro un aumento che ha raggiunto il 4,3% in Germania, il 4,4% nel Regno Unito e il 2,8% in Francia. Insomma, non solo aumenta la disoccupazione e diminuiscono le opportunità di nuove assunzioni, ma la qualità della forza lavoro presente sul nostro territorio nel suo insieme peggiora. Certo, la crisi degli ultimi anni contribuisce ad accentuare il problema, ma non lo ha creato. È lo stesso sistema produttivo italiano, fatto di piccole imprese in molte delle quali si investe poco in innovazione e sviluppo, dove si fa scarso uso di lavoro specializzato, che spiega sia l’impoverimento qualitativo della nostra forza lavoro, sia la sua scarsa e decrescente produttività, sia la complessiva debolezza e inadeguata competitività della nostra economia. (…) A completare questo quadro poco roseo per le prospettive del sistema Italia, si inserisce non solo un generico aumento (+4%) dell’emigrazione italiana, ma la costante perdita di giovani qualificati e di ricercatori. Secondo il centro studi ‘La fuga dei talenti’ il 70% degli oltre 60.000 giovani che lasciano ogni anno l’Italia è laureato”.

Troppe tasse e poco lavoro, anche perché ci siamo mangiati per almeno venti anni la cassa pubblica e ci siamo illusi che il lavoro possa esistere anche senza competenza. In compenso, ma non consola, produciamo ogni giorno una tarantolata delle chiacchiere in cui quelli che gridano e saltano che tutto va cambiato e ci vuole il mondo nuovo sono poi quelli che vogliono che tutto torni come è stato da venti anni a questa parte.

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