Tasse-Regioni: attrazione fatale. Covano 5 miliardi di maggiori imposte locali

di Riccardo Galli
Pubblicato il 16 ottobre 2014 12:59 | Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2014 12:59
Foto d'archivio

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ROMA – “Ci sono 18 miliardi di tasse in meno”, ha cinguettato ieri il premier Matteo Renzi poco prima che il Cdm licenziasse la legge di stabilità 2015. Ma ce ne potrebbero anche essere cinque di miliardi di tasse in più: quelle che le Regioni minacciano di scaricare sui contribuenti. La tentazione delle Regioni di girare a carico dei cittadini i circa 5 miliardi di tagli di spesa loro imposti da Renzi è forte, fortissima. Lo ammette anche il ministro Padoan che pure condanna come inopportuna e deleteria simile tentazione. Renzi in persona ha fatto scongiuri al riguardo in un botta e risposta con Sergio Chiamparino governatore delle Regione Piemonte. Tentazione, scongiuri, allarmi: la danza dei cinque miliardi di tasse regionali che pendono, eccome se pendono, sui contribuenti.

I diciotto miliardi di tasse in meno sono nella legge di stabilità il frutto anche, se non soprattutto, dei tagli affidati ed imposti agli enti locali: 4 miliardi di risparmi dalle Regioni, 1 e 1.2 rispettivamente da Province e Comuni più i 6,1 miliardi dallo Stato centrale. Una buona, anzi ottima notizia per i contribuenti italiani rilanciata con comprensibile enfasi dal premier e dal governo. Come spesso accade c’è però un “ma”. Un “ma” che ha i contorni di un film già visto: lo Stato taglia le tasse, lo annuncia e lo rivendica, ma per farlo taglia anche i fondi agli enti locali (in questo caso chiedendo risparmi in più, la tanto citata spending review) che, con le casse cronicamente a secco, mettono nuove tasse o alzano quelle esistenti per colmare il “buco”.

Un canovaccio provato, per così dire, con il federalismo fiscale, presentato come la più grande campagna di risparmi che lo Stato potesse mai mettere in atto, e tradotto in pratica come il più colossale aumento della tassazione locale nella storia.

Già ieri, giorno della presentazione della finanziaria, Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte e presidente della conferenza delle Regioni, avvertiva: “Quattro miliardi di tagli per le Regioni sono tanti; sentendo i miei colleghi, non vedo grossi margini per non aumentare”.

Parole significative e dal peso specifico particolarmente alto in considerazione dell’accertata ‘renzianità’ di Chiamparino. Difficile, in questo quadro, interpretare le parole del presidente della regione Piemonte come una provocazione o come le dichiarazioni di un avversario politico del governo che a questo vuole mettere i bastoni tra le ruote. Chiamparino non è, in altre parole, un Brunetta qualsiasi che alla finanziaria targata Renzi si oppone quasi per dovere di ruolo.

Parole che questa mattina hanno trovato una conferma nelle dichiarazioni di Pier Carlo Padoan, ministro delle Finanze che a Radio Anch’io ha detto: “Le regioni aumenteranno il loro prelievo? Può darsi. Ma c’è sempre un appostamento di risorse a fronte di un aumento del prelievo e poi saranno i cittadini a giudicare”. Il pressing sugli enti locali, ha spiegato Padoan, “non è” comunque “a che aumentino le tasse (e ci mancherebbe ndr), ma perché aumentino l’efficienza. Siamo convinti che i margini ci siano. Si tratta di dare gli stimoli giusti, a partire dal governo”.

I margini, come dice il ministro, probabilmente ci sono. Esempi di spesa diciamo allegra o non proprio gestita nel modo migliore da parte degli enti locali italiani ce ne sono a bizzeffe. La capacità, la volontà e la possibilità di correggere questi, e per di più in poco tempo, è però tutta da dimostrare.

La legge di stabilità presentata ieri dovrà ora passare l’esame di Bruxelles che dovrà dare il suo ok alla manovra. Quando e se arriverà l’ok, i contribuenti italiani scopriranno se quei 4 miliardi si tradurranno in nuove tasse o se invece questo non accadrà. Intanto, sulla valutazione europea, sia Renzi che Padoan si dimostrano fiduciosi con il ministro delle Finanze che si dice tranquillo perché “stiamo interpretando le regole del patto di stabilità tenendo conto di due circostanze eccezionali: quadro macroeconomico e ambiziosissimo programma di riforme”, ed anche perché “non facciamo deficit, lo riduciamo gradualmente pur in un contesto di recessione”.