Sei sul Titanic, affondi, che fai? Eroismi e infamie loro fecero questo

di Riccardo Galli
Pubblicato il 11 aprile 2012 15:24 | Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2012 15:24
Retrospettiva Titanic - 100 ° anniversario

10 aprile 1912: il Titanic parte dal porto di Southampton (Abacapress-Lapresse)

ROMA – Cosa avremmo fatto noi, come ci saremmo comportati di fronte alla tragedia e alla morte? Una domanda che gli esseri umani si pongono quasi istintivamente quando entrano in contatto con le tragedie, con le storie dei loro simili cui è toccato in sorte di vedere la morte in faccia, da vicino. Ce lo siamo domandati seguendo in diretta il naufragio della Costa Concordia e ce lo domandiamo quando pensiamo al Titanic, di cui in questi giorni ricorrono i 100 anni dall’affondamento.

Dal disastro del Titanic ci sono arrivate molte storie, alcune vere e altre meno, ma in questo caso poco conta la veridicità dei fatti. Tutte le storie dei passeggeri del transatlantico più famoso della storia, vere o presunte, illustrano modi diversi in cui l’essere umano può affrontare la morte. E anche quando palesemente finte, inventate a posteriori, ci mettono a confronto con la situazione più estrema che un individuo può affrontare: decidere che atteggiamento tenere quando è arrivata l’ultima ora.

Sulla nave della White Star Line, come in qualsiasi comunità umana, i passeggeri si comportarono in modo molto diverso quando compresero che la nave sarebbe affondata. Le cronache narrano storie di eroi, di vili e di persone semplici. Storie come quella del capitano Smith che non abbandonò mai la nave e affondò con lei e come quella dell’orchestra che continuò a suonare fino a che l’acqua gelida dell’Atlantico non la inghiottì. Storie come quelle dei dipendenti della compagnia di navigazione, il cosiddetto gruppo di garanzia, nove uomini imbarcati per controllare che tutti gli strumenti funzionassero a dovere, nove uomini che non fecero mai ritorno. Storie come quella di John Jackob Astor, l’uomo più ricco a bordo, che mise in salvo la moglie incinta e poi tornò ad aspettare il proprio turno insieme a tutti gli uomini, e morì, o come quella di Benjamin Guggenheim, che dopo aver messo in salvo l’amante, indossò l’abito da sera e aspettò la morte nel salone fumatori di prima classe, con in mano un sigaro ed un cognac. Storie come quella della coppia di anziani coniugi che decisero di affrontare la morte insieme, a letto, nella loro cabina e del proprietario dei magazzini Macy’s, che morì tenendo per mano la moglie che non aveva voluto abbandonarlo. Storie di madri che per salvare la vita ai loro bambini diedero in cambio la loro e di madri che, non potendo salvare i loro figli, decisero di condividerne la sorte.

E poi le storie meno nobili, ma in realtà umanamente comprensibili nella loro atrocità, come quella del miliardario, marito della stilista britannica Lady Duff Gordon, che una volta al sicuro a bordo di una scialuppa pagò i marinai perché non tornassero indietro a prendere i naufraghi. O come quelle di chi spintonò, picchiò e lottò pur di salvarsi la vita, senza guardare in faccia nessuno, donne e bambini compresi. Come la storia del presidente della White Star, Bruce Ismay, tra i primi a mettersi in salvo mentre a bordo c’erano ancora centinaia di persone.

Tutta la scala dei possibili comportamenti umani si manifestò sul Titanic: coraggio, viltà, paura e terrore, sangue freddo e panico. Probabilmente né Guggenheim né Astor né nessun altro, prima di trovarsi sulla nave che affondava, avrebbe saputo dire come avrebbe reagito di fronte alla morte. E anche in quel momento non saranno certo state decisioni semplici. Probabilmente nessuno dei passeggeri poteva saperlo, eccezion fatta per l’armatore, i dipendenti della compagnia e l’equipaggio, ma circa un migliaio di loro erano già condannati. I progettisti del Titanic avevano infatti previsto che a bordi vi fossero 48 scialuppe da 60 posti per 2880 persone totali. Ma l’armatore impose che ne fossero eliminate 32 perché ingombravano la visuale dei passeggeri di prima classe, rimasero quindi appena 960 posti, condannando di fatto almeno mille persone a morte certa in caso di naufragio.

Oggi, a cento anni dall’affondamento del Titanic, vedendo il film di Cameron o un documentario, leggendo un libro o una cronaca dell’epoca, viene naturale domandarsi “e io cosa avrei fatto?”. Avrei messo in salvo i miei figli prima di tutto? Sarei stato un codardo o avrei affrontato la morte “da gentiluomo” come disse Guggenheim? In fondo, ognuno di noi, spera di non scoprirlo mai.