Urge alt alluvione rimborsi ai partiti, l’anno del mai il giorno del poi

di Riccardo Galli
Pubblicato il 6 Aprile 2012 15:47 | Ultimo aggiornamento: 18 Aprile 2012 23:48

Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega (Lapresse)

ROMA – Prima Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, e poi Francesco Belsito, tesoriere della Lega. Ma prima, e oltre questi due casi, i 2 miliardi e 250 milioni di euro incassati dai partiti a fronte di 570 milioni di euro spesi. Alla faccia del “rimborso” elettorale.  Basterebbe questo dato a spiegare la necessità di una riforma urgente, anzi urgentissima, della legge che regola il finanziamento ai partiti. Finanziamento che non dovrebbe esistere, abolito da un referendum. Ma che esiste eccome, sotto forma appunto di rimborsi elettorali, di spese elettorali. Rimborso che non è tale perché i partiti incassano cinque euro a voto ottenuto, a prescindere da quanto spendono. E incassano anche se la legislatura è finita, incassano per cinque anni anche se si è tornati a votare ed è partito un altro giro di soldi. E i partiti incassano anche se non ci sono più, anche se sono morti. E soprattutto incassano senza dover rendere conto a nessuno, coi soldi pubblici ci fanno quel che gli pare, li considerano soldi privati come dimostrano i caso della Margherita e della Lega.

Ce ne sarebbe per una riforma, anzi per un urgente decreto legge che dell’urgenza ha tutte le caratteristiche: soldi pubblici versati a profusione e “a perdere”, troppi soldi e male usati, grande danno economico e democratico. Riforma che, a parole, trova tutti d’accordo. Dal presidente Napolitano che ne ha ribadito l’urgenza, al segretario del Pd Pierluigi Bersani, sino a quello del Pdl Angelino Alfano, passando per i presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani e persino dall’Europa, che attraverso il Greco (Gruppo degli Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa) ha bocciato l’attuale legislazione. Tutti d’accordo, va fatto e va fatto in fretta…però meglio evitare il decreto il legge, “sarebbe una sconfitta della politica”, parola di Schifani. La voglia c’è, le proposte anche, ma la legge no.

Per primo il presidente della Repubblica aveva, attraverso una lettera al Corriere della Sera, richiamato le forze politiche a dare un nuovo assetto alle regole che assegnano il denaro pubblico ai partiti. Un invito a fare da sole anche perché gli ultimi fatti di cronaca, gli ultimi scandali, hanno ancor di più allontanato gli italiani dalla politica. Stiamo attenti, aveva avvertito un paio di mesi fa da Bologna: “I partiti possono conoscere periodi di involuzione e decadenza, e tra il rifiutare i partiti e l’estraniarsi con disgusto dalla politica il passo non è lungo”. A non fermare quel passo, insomma, si corre un rischio fatale: quello che può sfociare nella “fine della democrazia e della libertà”. Ecco il pericolo davanti al quale ci troviamo, secondo Napolitano, a causa dell’intreccio fra corruzione, privilegi, impunità. Una degenerazione alla quale bisogna rispondere “con consapevolezza, senso di responsabilità” e, soprattutto, con la massima urgenza. Infatti, fermo restando il “rispetto per gli indagati e per i soggetti interessati”, la gravità di quanto sta “emergendo nella gestione dei fondi attribuiti dalla legge ai partiti” non consente di tergiversare. Bisogna dunque che il Parlamento metta in cantiere quelle “regole e meccanismi correttivi”.

E sempre sul Corriere della Sera hanno risposto oggi (6 aprile) i presidenti dei due rami del Parlamento. Concordi, Fini e Schifani, nel registrare la necessità di una riforma, concordi nello scrivere una lettera e concordi nel dire che sarebbe proprio ora. “In un contesto così delicato e oserei dire drammatico, la politica deve avere la capacità e la forza di uno scatto d’orgoglio che va dimostrato con i fatti e non con parole sterili ed inutili. La questione dei rimborsi elettorali che Lei sottopone all’attenzione dei lettori è reale ed è anacronistico anche il solo pensare al mantenimento dell’attuale legge. (…) Occorre cambiare e farlo al più presto. (…) Non posso sottrarmi dal sottolineare come un eventuale intervento con decreto legge da parte del governo rischierebbe forse di avere il sapore di una sconfitta della politica alla quale dovrebbe necessariamente sostituirsi l’iniziativa dell’esecutivo” scrive Schifani.

“Alla Camera dei deputati sono stati presentati recentemente diciotto disegni di legge che riguardano complessivamente i partiti, sia per la disciplina generale che per i rimborsi e la trasparenza dei bilanci, da parte di deputati di quasi tutti i gruppi parlamentari. La “straordinaria necessità e urgenza” che la Costituzione richiede perché sussistano i presupposti di un decreto legge da parte del governo mi sembra di tutta evidenza, ma ad affermarla non è sufficiente l’opinione del presidente della Camera dei deputati. A risponderle dovrebbero essere, cosa che auspico, i leader dei partiti politici.” ha scritto invece Fini.

E i leader che dicono? Anche loro concordano, nemmeno a dirlo, bisogna cambiare. Bersani ha mandato una lettera (anche lui) ad Alfano e Casini e ha lanciato la sfida: “I fatti gravissimi evidenziati dalle recenti inchieste giudiziarie – ha scritto il leader del Pd sottolineando l’“assoluta priorità” della riforma – rendono improrogabile il cambiamento delle normative sulla trasparenza e i controlli dei bilanci”. Alfano è pronto, dice che con lui “si sfonda una porta aperta” e rilancia: “Mi farò carico di un testo che si muova su tre pilastri. Bilanci controllati, trasparenza e contribuzione volontaria dei cittadini”. Persino Daniela Santanché: “Dobbiamo essere più duri, dire che il finanziamento è finito”. Pier Ferdinando Casini, primo firmatario di una proposta di legge presentata il 14 febbraio, invita a far presto, a depositare “a giorni” un decreto o un disegno di legge. Con il leader del Terzo polo concorda Maurizio Gasparri, anche se il capogruppo del Pdl al Senato eviterebbe forzature: “Niente sconti, però un decreto sarebbe sbagliato”.

Chi non è stato nominato non se la prenda, ma le fila di quelli che concordano sono troppo numerose per concedere l’onore del commento a tutti. Ma allora, come mai, sino ad oggi non si è fatto nulla? Eppure i rimborsi elettorali non sono stati introdotti ieri, sono la soluzione trovata dopo l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, imposta per via referendaria dopo Mani Pulite. Soluzione che si è rivelata però ben peggiore del male.

Tra il 1994 e il 2008 i partiti hanno speso complessivamente 570 milioni di euro, ma i rimborsi elargiti ammontano a 2 miliardi e 250 milioni di euro. Questo divario è dovuto alla legge, che lega i rimborsi ai voti ricevuti e alle dimensioni dei collegi elettorali anziché alle spese effettivamente sostenute. E dal fatto che, al di là di alcune restrizioni, “l’uso che i partiti fanno del denaro pubblico ricevuto non è sottoposto a condizioni. Una riforma delle sovvenzioni alla politica oggi è urgente, giacché il quadro legislativo e istituzionale presenta lacune evidenti rispetto alle regole comuni contro la corruzione legata al finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali”. A dirlo è l’Europa, per bocca del Greco, il Gruppo degli Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa, nel rapporto sulla valutazione dell’Italia a proposito della trasparenza dei sussidi pubblici distribuiti ai partiti, messo a punto nella sessione di Strasburgo del 20 marzo.

Cambiare sì, ma come? Affidando il controllo alla Corte dei Conti? No, perché i partiti sono soggetti privati. Creare un’authority ad hoc o magari affidare il controllo dei conti ad una già esistente? Forse. Cambiando la legge e mettendo un tetto ai rimborsi? Qui cominciano le chiacchiere e gli attori smettono di essere concordi. La volontà c’è, l’urgenza anche, ma il decreto no. Fissata è comunque la data per quando i partiti si taglieranno i rimborsi elettorali, per quando si faranno rimborsare dai contribuenti solo quello che effettivamente spendono per fare politica e campagna elettorale, per quando nel conteggio ufficiale dei rimborsi si terrà appunto conto dei finanziamenti ai giornali di partito e dei soldi che ai partiti arrivano sotto forma di spese per i gruppi parlamentari e consiliari dei governi locali. Ecco la data esatta: il giorno del mai e l’anno del poi.