Cassandra Vesuvio: “Quasi mezzo milione di morti”. Ma Cassandra ha avuto ragione

di Riccardo Galli
Pubblicato il 4 Luglio 2012 15:19 | Ultimo aggiornamento: 4 Luglio 2012 15:19

Vesuvio

ROMA – “Il mezzo milione di persone che abitano le pendici del Vesuvio sarà destinato in gran parte a perire”. L’annuncio di quasi mezzo milione di morti dovrebbe essere una notizia shock che fa sobbalzare sulla sedia e mette in crisi qualsiasi paese e qualsiasi amministrazione. Ma non in Italia. Non siamo un popolo allarmista noi, tutt’altro. Sulle pendici del vulcano che seppellì Pompei ed ha eruttato fino a ieri, fino al 1943, si vive e si lucra, e quindi il possibile mezzo milione di morti basta ignorarlo e passa la paura. Almeno sino a che il vulcano non deciderà di risvegliarsi. Allora, con gran polemica, tutti si accorgeranno di aver commesso a dir poco delle leggerezze. Ma sarà tardi.

A rinnovare l’allarme noto a tutti ma da tutti ignorato è il più che autorevole geologo Annibale Mottana. E lo ha fatto nella sede e nell’occasione più solenni possibile: all’Accademia dei Lincei alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera, riporta le parole dell’eminente scienziato:

“I vulcani sono quasi l’emblema della geodiversità italiana. Lo Stromboli e l’Etna sono vulcani attivi e, a parte qualche sporadico fenomeno parossistico, non costituiscono un reale problema. Il Vesuvio e Vulcano, invece, sono vulcani quiescenti e costituiscono due problemi effettivi. Di Vulcano si sa abbastanza perché il cratere della Fossa è sotto monitoraggio costante, ma ciò non ne riduce la pericolosità: nel caso di un suo risveglio (in una data per ora imprevedibile) non ci sono vie di fuga nell’isola e l’evacuazione sarà la sola soluzione possibile. Diverso è il caso del Vesuvio, che è sottoposto ad un monitoraggio molto meno stringente, avendo un regime perfettamente noto. Quando il Vesuvio deciderà di dare avvio al suo prossimo ciclo eruttivo, dopo quello durato tre secoli dal 1631 al 1944, comincerà con un’esplosione, non priva di un qualche preavviso, ma immensa e devastante. Il tempo che sarà allora a disposizione degli abitanti per evacuare la zona di pericolo è stato variamente stimato o in centinaia di secondi (pessimisticamente) oppure in ore (ottimisticamente). In un caso o nell’altro il mezzo milione di persone che abitano le pendici del Vesuvio sarà destinato in gran parte a perire. Ci saranno ben più dei 3000 morti del 1631, eppure non accadrà che il Vesuvio sia scomunicato, come avvenne allora su richiesta delle autorità vicerali spagnole! Viene piuttosto spontaneo domandarsi: di chi sarà la colpa di queste morti? Perché sono state costruite case in luoghi tanto pericolosi? Perché la rete stradale è insufficiente a evacuare tutti gli abitanti? Saremo di fronte ad un problema sociale immane ed insolubile, a una situazione impensabile in un paese civile. Come hanno operato e come operano, dunque, gli amministratori attuali e come opereranno in futuro? Tacciono e lasciano correre, quando non deliberano deroghe dalle norme di sicurezza o addirittura chiedono illeciti condoni per chi ha costruito nelle zone di rispetto, fidando sul fatto che gli esperti – vulcanologi e geofisici – indicano che il serbatoio magmatico è profondo e per il momento ancora tranquillo…”.

Parole che non lasciano dubbi o spazio ad interpretazioni varie, soprattutto tenendo conto che l’ultimo piano di evacuazione stima in 11 giorni il tempo necessario per evacuare le pendici del Vesuvio. E se nella migliore delle ipotesi il tempo che il vulcano concederà alla fuga è di alcune ore, si capisce perché il mezzo milione di persone che lì vive ha il destino segnato. Prevedere quando riprenderà il ciclo eruttivo del Vesuvio è, al momento, impossibile. La scienza non è in grado di dare questa risposta come non è in grado di prevedere i terremoti. Eppure, dopo ogni evento disastroso, alluvione, terremoto, eruzione vulcanica che sia, ci accorgiamo che abbiamo costruito male, che non abbiamo rispettato le regole e la natura e che quindi abbiamo pagato un conto salato in termini di vite umane e danni.

Poche settimane sono passate dal terremoto in Emilia, con relative polemiche su come si era costruito, sul fatto che la zona fosse diventata sismica solo recentemente, sulle norme antisismiche che valgono solo per le nuove costruzioni. Poche settimane in cui più o meno tutti si sono riempiti la bocca con la “prevenzione” che va fatta, non ultimi alcuni esponenti del Pdl che quando erano al governo hanno appoggiato e votato i condoni che di questa si sono fatti beffe. Illustri o meno personaggi hanno spiegato come la obiettivamente costosa prevenzione sia sul lungo periodo persino conveniente dal punto di vista economico ma, come spesso accade nel nostro Paese, “passata la festa, gabbato lo santo”. Passata l’emozione per l’ultima tragedia di turno, i buoni propositi tornano nel cassetto e si ricomincia con la vita di sempre.

E a Napoli, sulle pendici del Vesuvio, la vita di sempre è fatta di mezzo milione di persone che abitano ai piedi di un vulcano esplosivo, di costruzioni abusive sanate e che verranno sanate, di strade piccole e tortuose, di cemento, camorra e politica miope quando non compiacente. Eppure a pochi chilometri da lì sorge Pompei, la città romana vittima del Vesuvio, dove è possibile vedere i corpi pietrificati di coloro i quali non sono riusciti a fuggire. Ma gli amministratori locali sono così ciechi da non vedere nemmeno questo, difficile credere che siano in grado di ascoltare il grido di un geologo che viene da Roma. Un grido di una fastidiosa Cassandra, di quelle che predicono sventure. Il guaio è che quasi tutti quelli che snobbano e liquidano con l’infastidita definizione di “Cassandra” dimenticano che non vuol dire rompiscatole come sembrano credere, dimenticano soprattutto che Cassandra, quella dei greci e troiani, alla fine non aveva “visioni”, ha avuto e aveva ragione.