Ricordi, li inventiamo. Fino a 4 anni non ce n’è. Poi parenti lontani della realtà

di Riccardo Galli
Pubblicato il 19 luglio 2018 13:28 | Ultimo aggiornamento: 19 luglio 2018 13:28
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Ricordi, li inventiamo. Fino a 4 anni non ce n’è. Poi parenti lontani della realtà

ROMA – Ricordi, ciascuno di noi è ragionevolmente sicuro dei suoi. Belli o brutti che siano, i ricordi ciascuno di noi giurerebbe che siano tracce rimaste stampate e impresse nella mente. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Come fotografie o video messi in album o teca o appunto memoria. I ricordi, ciascuno di noi non ne dubita, sono parte del nostro passato, pezzi del nostro passato che noi conserviamo.

Talvolta come ruderi, talvolta come edifici ben tenuti e splendenti, sempre comunque i ricordi sono quel che è stato o appunto quel che ricordiamo di quel che è stato. Quindi i ricordi sono la prova materiale e concreta, la fonte e il documento della nostra personale storia.

E invece no, non è così: i ricordi non sono cose del passato che restano immobili in testa. Al contrario i ricordi sono la rielaborazione che ciascuno di noi, nel suo presente, fa del passato.  Non sono pezzi di ciò che ci è successo rimasti in memoria. Sono come, qui e adesso mentre ricordiamo, ricostruiamo il passato. Ricordare non è archeologia, è sceneggiatura.

Ricordi inventati, letteralmente inventati, quelli fatti risalire a prima dei quattro anni di vita. Chi dice di ricordare anche appena un po’ se stesso in culla o a quattro zampe, mente. Prima di tutto a se stesso. Prima dei quattro anni di vita la mente umana non ricorda un bel nulla. Però il non raro meccanismo con cui in perfetta buona fede una mente adulta inventa ricordi della prima infanzia ci dice molto di come costruiamo i ricordi, anche i ricordi veri.

Noi, tutti, non ricordiamo esattamente il tempo, le modalità, le circostanze, le interrelazioni verificatesi nella realtà effettuale di quel che ricordiamo. Ricordiamo come abbiamo vissuto quello spazio tempo, come lo abbiamo vissuto noi e successivamente rielaborato. La prova più banale e più infallibile che così funzionino i ricordi sta nel prendere quante persone volete, farle assistere o partecipare a qualcosa e poi chiedere ad ognuna di loro di ricordare. Il risultato è sempre un racconto con molte o poche differenze tra i ricordi: Mai un ricordo fotocopia dell’altro.

Perché la nostra mente incessantemente costruisce nessi neuronali e quindi connessioni, storie, appunto sceneggiature di vita. Noi li chiamiamo con affetto, con amore: ricordi. E siamo disperatamente affezionati all’idea che i ricordi siano la nostra vita così come è andata, pezzi genuini della nostra preziosa e privata collezione del nostro vivere.

La scienza ci dice oggi, prove alla mano, che non è così, Ci dice che il ricordare è azione creativa e non conservativa che la mente fa. E che i nostri carissimi o maledetti ricordi sono rispetto alla realtà dei parenti alla lontana. Che sia così non c’è dubbio. Come non c’è dubbio che sia crudele apprenderlo e insopportabile saperlo.