8 settembre 1943, la fuga del Re e Badoglio: Vittorio Emanuele III doveva farlo

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 15 settembre 2013 9:01 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2013 9:01
8 settembre 1943, la fuga del Re e Badoglio: Vittorio Emanuele III doveva farlo

Vittorio Emanuele III: fuga di salvezza o di necessità istituzionale?

Uno dei temi centrali delle rievocazioni dell’8 settembre è la fuga di re Vittorio Emanuele III a Brindisi, via Pescara, con il primo ministro Pietro Badoglio e un pezzo di famiglia e di Governo. La tesi prevalente e dominate è che si trattò di una fuga vergognosa e umiliante, che lasciò Roma in mano ai tedeschi e aprì quasi due anni di guerra sul territorio italiano. C’è però un altro punto di vista, cui aderisco: la fuga fu una necessità, per sottrarre il Re alla cattura dei tedeschi, evitando che nelle loro mani cadesse il massimo rappresentante della legittimità dello Stato italiano.

Non si trattava solo di salvezza fisica, anche se la sorte riservata da Hitler a una delle figlie di Vittorio Emanuele, la principessa Mafalda, che fu internata nel lager di Buchenwald.

C’era anche da tenere conto che, una volta catturato il Re, i tedeschi avrebbero tolto all’ Italia l’unico soggetto legittimato, da Capo dello Stato, a interloquire con gli Angloamericani.

La storia, quando gli avvenimenti vengono ricostruiti nell’imminenza dei fatti, ovunque, e in ogni tempo, la scrivono i vincitori, in pratica gli “intellettuali” al servizio del potere, che deve affermare la propria legittimazione e, contemporaneamente, nascondere le pagine buie del passato che i nuovi potenti vorrebbero fossero dimenticate. C’è, poi, in molti il desiderio di togliersi qualche sassolino dalle scarpe in una sorta di resa dei conti che accompagna ogni cambio di regime. Lo fanno puntando su qualche avvenimento di facile presa sull’opinione pubblica, spesso ricorrendo ad elementi di carattere emozionale. Sempre sbrigativamente.

È di questo genere la polemica che viene di anno in anno alimentata con riferimento alla decisione del Governo Badoglio di abbandonare Roma la mattina del 9 settembre 1943, all’indomani della comunicazione dell’avvenuto armistizio con gli Angloamericani, una volta constatata la impossibilità di difendere la Capitale dalle preponderanti forze tedesche. Una vulgata che coinvolge la persona del re Vittorio Emanuele III.

Fu una fuga, considerate le conseguenze che l’abbandono della Capitale determinò sull’ esercito italiano non in condizione di rispondere all’aggressione del nemico tedesco, come pure il radiomessaggio di Badoglio aveva indicato (“i nostri reparti reagiranno a qualsiasi attacco da altra provenienza”)? Per Roberto Martucci, nel dare notizia dell’avvenuto armistizio, sarebbe stato necessario chiarire che “è prevista una violenta reazione tedesca”(Storia costituzionale italiana, Dallo Statuto Albertino alla Repubblica, Carocci, Roma, 2002, 248). Ma cosa avrebbe aggiunto una tale indicazione? Stupisce anche solo che sia stata enunciata.

Per la sinistra e per quanti erano alla ricerca di una nuova verginità dopo gli anni del fascismo fu una “fuga” vera e propria, “vilmente operata abbandonando le forze armate, senza ordini, allo sbaraglio” (G. Maranini, Storia del potere in Italia, 1848 – 1967, Vallecchi, Firenze, 1967, 302). Il Re fugge anche per Giorgio Bocca (Storia d’Italia nella guerra fascista, 1940 – 1943, Laterza, Bari, 1980, 582) che peraltro, nella stessa pagina, poco prima dava conto della confusione che regnava nel comando militare della Capitale che diffondeva ottimismo:

“Maestà, buone notizie, – dice il generale Giacomo Carboni al Sovrano – all’ambasciata tedesca c’è il panico, un consigliere mi ha telefonato implorandomi di proteggerlo”. E più tardi “Maestà, tutto va per il meglio, i tedeschi si ritirano, sono pronto ad inseguirli”.

Queste amenità dell’ultimo momento seguono la confusa situazione succeduta al 25 luglio ed alla caduta di Mussolini, 45 giorni nei quali il Governo Badoglio “eminentemente tecnico e poco idoneo, pertanto, a misurarsi con problemi di indole politica” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti dell’otto settembre, in Nuova Storia contemporanea, 2010, n. 3, 5), dimostra tutta la sua inadeguatezza, sia nella sottovalutazione della reazione tedesca, assolutamente prevedibile e resa evidente dall’ingresso in Italia di nuove truppe in nessun modo ostacolato, sia nella diffidenza degli angloamericani alimentata, nel corso delle trattative per giungere all’armistizio, dal’incertezza più volte manifestata dagli stessi plenipotenziari rispetto alle decisioni da prendere a fronte delle richieste di Stati Uniti e Regno Unito.

Diffidenti i tedeschi, diffidenti gli alleati il governo cerca di barcamenarsi con estrema difficoltà ma anche con qualche goffaggine, con il risultato che il nostro Paese viene “occupato” dalle armate di quello che l’8 settembre sarebbe stato un ex alleato, in tal modo rendendo impraticabile il progettato sbarco di truppe aviotrasportate a nord di Roma per evitarne l’occupazione e la conseguente “cattura del re e del governo italiano compromettendo la validità formale e quella effettiva dello stesso armistizio che si intendeva al più presto concludere” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti, cit. 14).

Serve forse altro per dimostrare che Re e governo non potevano restare a Roma? Che la loro cattura avrebbe decapitato lo Stato? Soprattutto il sovrano, unica autorità legittima, non poteva uscire di scena. L’Italia non avrebbe più avuto nessun punto di riferimento per gli alleati e per i cittadini. Il “trauma per il popolo italiano” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, 2007, 847) sarebbe stato certamente maggiore di quello che in realtà c’è stato e che in parte si è ricomposto a mano a mano che il “Regno del Sud” è andato assumendo le dimensioni di uno stato organizzato, cobelligerante e in qualche modo collegato alla resistenza antifascista a Roma e nel Nord, dove le unità partigiane che facevano riferimento al Re hanno svolto un ruolo fondamentale.

Non poteva farsi catturare dai tedeschi Vittorio Emanuele III. Era l’unica autorità dalla quale derivava anche il potere del governo in quanto ai sensi dell’art. 65 dello Statuto del Regno “Il Re nomina e revoca i suoi Ministri” (art. 65). Ed anche a considerare l’immediata lettura in senso parlamentare di una carta costituzionale che indicava “una forma di governo di tipo monarchico-costituzionale “puro”, in cui cioè la Corona occupa un ruolo centrale ed attivo” (P. Colombo, Con lealtà di Re e con affetto di padre, Il Mulino, Bologna, 2003, 109), il Governo Badoglio non aveva avuto la fiducia della Camera. Anche perché la Camera dei fasci e delle corporazioni era stata sciolta.

In sostanza, “la prerogativa regia in quel grave momento offriva la possibilità di un ritorno almeno apparente alla tradizione risorgimentale; soprattutto permetteva di chiudere nella legalità formale la lunga parentesi del governo fascista” (G. Maranini,Storia del potere in Italia, cit., 303).

La conclusione è una sola, il Re doveva ad ogni costo rimanere libero per assicurare la continuità dello Stato, anche a costo di prestare il fianco alle facili e interessate critiche di quanti, non avendo assunto nessuna iniziativa per evitare il fascismo, prima (nel 1922), e per sbarazzarsene dopo (1943), discettano e giudicano.

Ero ragazzo e ricordo l’avv. Cesare degli Occhi, parlamentare già prima del fascismo nel Partito Popolare, poi dopo la guerra nella Democrazia Cristiana e, infine nel Partito Nazionale Monarchico, da sempre antifascista.

“La caduta di Mussolini, mi disse, è stata iniziativa del Re e solo del Re. Io, antifascista, mi stavo facendo la barba quando il sovrano costituiva il governo Badoglio e si apprestava a ricevere Mussolini dimissionario”.

Per dire dell’assenza dei partiti nel momento cruciale. Lo abbiamo visto anche leggendo un prezioso volumetto, in tutto 80 pagine, “La congiura del Quirinale” di Enzo Storoni (Il salotto di Clio, Le Lettere, Firenze, € 10), giunto nelle librerie a ridosso del 25 luglio, con la prefazione di Francesco Perfetti, che offre un interessante spaccato degli avvenimenti che precedettero la riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio, la successiva uscita di scena, il 25, di Benito Mussolini e la fine del Regime. Il titolo richiama quello di un articolo che Storoni aveva pubblicato il 7 maggio 1949 su Il Mondo di Mario Pannunzio, ma il pezzo forte del volume sta nel Memoriale, inedito, scritto fra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’ingresso a Roma degli alleati il 4 giugno 1944.

Per Storoni si può affermare “senza tema di smentite che artefice unica del colpo di stato sia stata la monarchia”. Anche se non mancano, prova dell’onestà intellettuale dell’uomo, pur fedelissimo al Re, critiche a Vittorio Emanuele III per il pregresso suo atteggiamento nei confronti del fascismo e riserve sulla conduzione di quello che ormai è assodato sia stato un complotto della Corona nei confronti del Duce.

Eppure è sembrata cosa di poco conto agli storici ed ai polemisti saliti sul carro dei vincitori aver chiuso il ventennale esperimento fascista nel momento più tragico della sua evoluzione in un’Italia martoriata dalle bombe. Né a favore del Re è valsa la sua storia personale, dall’indomani dell’assassinio del padre Umberto I, quando puntò decisamente sulla pacificazione degli animi. Poi l’avvio delle riforme Giolitti, che hanno assicurato all’Italia importanti conquiste in campo economico e sociale, l’abile gestione della neutralità alla vigilia della grande guerra del 1915 – 1918 fino a condurre all’alleanza con Regno Unito e Francia avendo in vista l’unificazione nazionale.

E, all’indomani della vittoria, si trovò praticamente solo, con un governo (Facta) incapace di gestire la difficile riconversione degli animi e dell’economia di guerra in un contesto di violenze contrapposte di fascisti e comunisti. Un periodo drammatico nel quale il Re soldato, tornato dal fronte e da Peschiera, dove aveva rivendicato con successo, dinanzi agli Stati maggiori alleati, l’onore del soldato italiano dopo la rotta di Caporetto, si è trovato senza quegli appoggi politici e parlamentari necessari per lui che desiderava regnare e non governare.

Troppo anziano Giolitti per prendere in mano la situazione, il Re che aveva come occhi e orecchie, come lui amava ripetere, la Camera ed il Senato, si trovò a verificare la incapacità della classe politica di assumere un atteggiamento idoneo a governare un Paese dai gravi squilibri economici e sociali. E dobbiamo chiederci cos’altro avrebbe potuto fare in quel frangente un Re che regna e governa se non sollecitare le forze politiche presenti in Parlamento, i cattolici, i liberali, i socialisti perché assumessero una iniziativa adeguata, oggi si direbbe una grande coalizione, per uscire dalla crisi. Ma in quel frangente da Sturzo a Bonomi, da Orlando a Salandra, a Nitti, come gli altri esponenti del mondo cattolico liberale non ebbero il coraggio, non ebbero la capacità di iniziative lasciando così il sovrano scoperto sul piano parlamentare e mostrando quella inettitudine che avrebbe fatto prevalere il fascismo, poi la dittatura che prende le mosse da un voto di fiducia del Parlamento nei confronti del governo Mussolini e dal successivo Aventino, un errore politico grandissimo che doveva essere già da allora intuito.

Lasciato solo, il sovrano ha dovuto subire, in presenza di un carta costituzionale così detta “flessibile”, quindi modificabile da una legge ordinaria, l’insulto delle leggi liberticide e di quelle financo limitatrici delle prerogative della Corona per i poteri attribuiti al Gran Consiglio del fascismo e la farsa della attribuzione a lui ed al Duce del grado di Primo maresciallo dell’impero su parere del solito giurista disponibile a tutto pur di mantenere l’incarico.

È così nel momento in cui, con il voto sull’ordine del giorno del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943 gli è stato fornito lo “strumento costituzionale” in precedenza mancato, essendo l’unica autorità legittimata ad agire, ha accettato le dimissioni del Cavaliere Benito Mussolini ed avviato le trattative per l’armistizio.

Ora è noto, perché vi sono ampie e documentate testimonianze, che quella fase delicata dell’accordo con gli alleati, in concomitanza con la massiccia presenza di militari tedeschi in Italia, con alcune decine di divisioni, molte delle quali avevano attraversato le Alpi fin dall’indomani del 25 luglio, quando Hitler intuì che la caduta di Mussolini avrebbe portato alla nostra uscita dall’alleanza, si riverberò sulla trattativa con gli Alleati, difficile, irta di numerose ed esplicite diffidenze che hanno complicato la preparazione della proclamazione dell’armistizio, stante anche l’inadeguatezza delle forze armate italiane a contrastare l’inevitabile reazione dei tedeschi.

In relazione a questo scenario vanno valutate con obiettività le situazioni che si sono verificate e che hanno visto il trasferimento del Re e del governo a Brindisi sbrigativamente qualificato “fuga” dagli eredi di coloro i quali nel 1922 avevano impedito al sovrano di costituire un governo di “unità nazionale”. Immaginando che con la fine della guerra sarebbe caduta anche la monarchia, come maramaldi si sono gettati sul Re denunciando che non avrebbe assicurato una transizione ordinata dall’alleanza col tedesco a quella con gli alleati. È nota la polemica, in particolare sull’esercito rimasto senza ordini.

Qui vanno posti alcuni punti fermi. In primo luogo va considerata la situazione sul campo, già delineata, con la presenza massiccia di divisioni tedesche fortemente armate a fronte di un esercito italiano che abbondava solamente di uomini ma non in armamenti, un esercito in gran parte dislocato all’estero, con molte divisioni che non era stato possibile far rientrare in Patria per l’ostilità dei tedeschi, diffidenti nei confronti del Governo Badoglio. E forse la mancanza di ordini specifici e lo sgretolamento dell’esercito, al di là degli episodi di resistenza, spesso eroici, ha evitato ulteriori lutti perché se la resistenza fosse stata organizzata probabilmente la reazione tedesca sarebbe stata durissima.

Troppo grande il divario tra le forze in campo, troppo incerta la situazione politico amministrativa a seguito della difficile trattativa con gli alleati che non aveva garantito l’intervento militare delle forze angloamericane che avrebbe dovuto mettere al riparo la Capitale. Un intervento sconsigliato dalla situazione degli aeroporti vicini a Roma che non avrebbero potuto garantire l’atterraggio di quella divisione aviotrasportata alla quale si annetteva un contributo determinante per tenere fuori le armate tedesche. Annullata l’operazione che avrebbe dovuto impegnare le forze armate alleate, era evidente l’impossibilità di difendere Roma “sulla quale il governo italiano aveva tanto insistito dei propri contatti con gli Alleati” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti dell’otto settembre, in Nuova Storia contemporanea, 2010, n. 3, 26).

In questa condizione, mentre le forze italiane si dissolvono, nella notte fra l’8 e il 9 il governo decise di lasciare la città convincendo anche il sovrano a seguire i ministri verso una località d’Italia non occupata dai tedeschi. Si trattava, come evidente, “di salvaguardare, in certo modo, la continuità istituzionale del Paese e di garantire, di fronte agli Alleati, la validità dell’armistizio concluso, di cui erano partecipi, significativamente, solo gli ambienti militari” (A. Ciarrapico, I quesiti irrisolti, cit, 27).

E questa la spiegazione vera, la ragione autentica per la quale “il re e il governo italiano si rifugiano a Brindisi” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, 2007, 847). Una scelta che ha certamente provocato un grande trauma ma che si era resa necessaria dalle condizioni nelle quali tra equivoci e contraddizioni si era sviluppato il rapporto tra gli alleati e il governo italiano, per inadeguatezza del nostro approccio diplomatico e per la diffidenza soprattutto dei comandi americani nei confronti dei nostri plenipotenziari.

Questi i fatti. Anche l’idea, che ricorre nelle polemiche, secondo la quale il Re avrebbe dovuto mettersi a capo della resistenza a Roma e farsi ammazzare o nella migliore delle ipotesi farsi catturare dai tedeschi è una ipotesi assolutamente assurda che avrebbe fatto cadere il Paese nel caos maggiore di quello che si andava determinando in alcune zone d’Italia, una ipotesi che non può basarsi, come qualcuno pure ha ritenuto di poter dire sul timore del Re di morire, lui che aveva rischiato più volte di essere colpito al fronte durante la prima guerra mondiale.

È stato invece un doloroso gesto di responsabilità che non è compreso soltanto da coloro i quali hanno un secondo fine nella polemica sull’abbandono della Capitale allo scopo, già delineato, di denigrare il sovrano addebitando a lui tutti quegli errori che se ha commesso condivide con le forze politiche e parlamentari nel 1922. In sostanza Vittorio Emanuele III ha costituito per buona parte della classe politica italiana del secondo dopoguerra, erede di quella che nel primo dopoguerra aveva tradito il compito di dare un governo al Paese per stabilizzare una situazione dal punto di vista economico sociale difficile, così aprendo la strada al fascismo.

Sono certo che la storia, quando si sarà liberata dagli influssi della cronaca di quel periodo ed dalle passioni politiche che l’hanno caratterizzata giudicherà con serenità la figura di Vittorio Emanuele III, ne riconoscerà i meriti lungo un arco difficile della storia d’Italia, mettendo in evidenza l’equilibrio con il quale, in alcuni passaggi essenziali della vita del giovane Stato nazionale, ha garantito nell’età giolittiana uno sviluppo sociale significativo, ha assicurato l’unità della Nazione facendo passare l’Italia dalla neutralità all’intervento nella prima guerra mondiale ed evitato una guerra civile nel 1922.

Con l’occasione, rasserenati gli animi si ricorderà anche che Vittorio Emanuele, un sovrano ligio alle regole dello Statuto del Regno, è stato un apprezzato conoscitore di storia e geografia e per questo incaricato di dirimere le controversie internazionali su confini quando già era re, oltre ad essere più grande collezionista di monete italiane, autore una straordinaria raccolta che ha donato al popolo italiano e che viene richiamata in tutte le occasioni nelle quali i numismatici si incontrano e ne scrivono.