Salvatore Sfrecola

Autonomie? Richieste giuste, ma divisi diventiamo l’anello debole dell’Ue

Autonomie? Richieste giuste, ma divisi diventiamo l'anello debole dell'Ue

Autonomie? Richieste giuste, ma divisi diventiamo l’anello debole dell’Ue

ROMA – L’anello “debole” dell’Europa rischia di diventare debolissimo. L’Italia, cui spesso è associato quell’aggettivo per indicare soprattutto la scarsa incisività della politica nazionale nel contesto europeo e l’insufficienza del PIL, appare ancor più precaria, alla vigilia di elezioni che potrebbero aprire una stagione di incertezze per la difficoltà di produrre una maggioranza forte e coesa. Si rafforzano le ipotesi di accordi strumentali alla conquista del potere con finalità di tutela di interessi non esplicitati agli elettori. “Inciuci”, nella migliore delle ipotesi, anche per evitare una stagione “alla spagnola”, con ripetute consultazioni alla ricerca di una maggioranza sempre sfiorata, per cui il governo di Mariano Rajoy si regge sull’astensione del Partito socialista. Di maggioranze impossibili si sente dire nel contesto tripolare in cui centrodestra, PD e M5S nei sondaggi sostanzialmente condividono percentuali simili.

Ma questa è anche la stagione dell’insufficienza di identità nazionale, componente essenziale della forza morale e politica di un popolo che si sente tale proprio perché nazione. Anche nella patria dei mille campanili, che richiamano storie diverse dal Nord al Sud ed all’interno di quelle aree. Se si pensa ai “convenuti dal monte e dal piano…cittadini di venti città” che si ritrovarono a Pontida per schierarsi in difesa della autonomia dei loro Comuni contro Federico I, il Barbarossa, all’esperienza dei comuni toscani o alle “città libere” della Puglia. Mentre altrove, dinastie locali non guardavano oltre l’orizzonte pur di mantenere il potere si facevano vassalle di potenze straniere, dalla Francia all’Austria alla Spagna, nella assoluta indifferenza dei popoli. Per cui il noto adagio “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure, ad oltre 150 anni dall’unità, insorgono a minarne le fondamenta ed il futuro polemiche localistiche, dalla contestazione dei plebisciti che decretarono le annessioni al Regno d’Italia, al riconteggio dei “sì” all’annessione, dimenticando che il senso della Patria seguiva il pensiero di pochi intellettuali. Tra i primi i cattolici, da Vincenzo Gioberti ad Antonio Rosmini, e i laici come il genovese Giuseppe Mazzini, il lombardoCarlo Cattaneo e il siciliano Francesco Ferrara esule in Piemonte. E poi Camillo Benso Conte di Cavour,Massimo d’Azeglio,Luigi Carlo Farini, dalmata, un elenco infinito di cuori e di intelligenze che da ogni parte d’Italia, come il “grido di dolore” che percepivaVittorio Emanuele II, si levarono a propugnare l’unità.

Cosa non ha funzionato se c’è chi rivendica la propria storia, la propria cultura, le proprie tradizioni? Fa bene a farlo: questa è la nostra ricchezza. Ma perché demonizzare l’unità cambiando i nomi a strade e piazze, eliminando statue? Per alimentare divisioni che minano la coesione e l’immagine del Paese e la capacità di essere patria comune dalle Alpi al Lilibeo nell’Europa che tante patrie vuole rappresentare consapevole delle comuni radici che la Convenzione europea, chiamata a scrivere la prima Costituzione, non ha voluto incastonare nel preambolo, e definire “cristiane”. Nonostante la consapevolezza diffusa che quelle radici, nate sulle sponde del mar Egeo alimentate dal diritto di Roma, hanno permeato l’Europa.

Cosa non ha funzionato? Certo tanto, molto in una Repubblica che nella Carta “riconosce e promuove le autonomie locali” ma non riesce a dare corpo al principio di responsabilità che esalta la politica nelle periferie operose, senza che venga meno la solidarietà per le aree svantaggiate in forme assistenzialistiche. Autonomia, dunque, e responsabilità verso la comunità locale e nazionale. In forza di un nuovo modo di governare, di un nuovo patto tra gli italiani. Ed allora ecco cheVittorio SgarbieGiulio Tremontiparlano di nuovo risorgimento, eMatteo Salviniscende al Sud per una Lega che vuol essere “nazionale” porti ovunque le esperienze virtuose delle aree più ricche del Paese. Un nuovo risorgimento perché siamo in tanti a sentire fastidio nella definizione di “anello debole” e non risorsa preziosa dell’Europa attribuita all’Italia, che vorremmo porta aperta sull’Oriente come avevano immaginato uomini di pensiero ed azione, daFederico II, che alle soglie del Medio Evo immaginò rapporti diplomatici e commerciali con quei mondi ma con assoluta fermezza nella difesa dell’identità, aCavourche volle unificare l’Italia per renderla prospera e protesa verso l’Europa e l’Oriente.

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