Consultazioni per un nuovo governo, rito antico: quando Vittorio Emanuele…

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 9 maggio 2018 6:11 | Ultimo aggiornamento: 8 maggio 2018 23:07
Vittorio Emanuele III di Savoia

Consultazioni per un nuovo governo, rito antico: quando Vittorio Emanuele… Nella foto Ansa: Vittorio Emanuele III di Savoia

Consultazioni. Il “rito” che precede la formazione del nuovo governo si celebra al Quirinale, l’antica residenza dei Papi, poi dei Re d’Italia ed oggi del Presidente della Repubblica. È seguito dagli italiani con crescente preoccupazione  [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] attraverso i commenti dei giornali e dei servizi televisivi arricchiti dalle dichiarazioni, spesso polemiche, non di rado al limite dell’insulto, dei politici che a quegli incontri partecipano. Ed a molti è parso che questa attività sia una consuetudine recente, espressione della “democrazia repubblicana”.

Non è così, ricordo in  questo articolo, il cui testo integrale è pubblicato sul suo blog, Un Sogno Italiano. Ho voluto “ripassare” le regole della “democrazia parlamentare” rileggendo in questi giorni “Il Diritto Pubblico Italiano”, un bel libro del Professore Santi Romano, uno dei grandi del Diritto Pubblico, colui al quale si deve la formulazione della teoria dell’“ordinamento giuridico”. Inedito, scritto tra il 1913 ed il 1914 perché fosse pubblicato in Germania su invito di Max Huber con il titolo Staatsrecht Königsreichs Italien, il dattiloscritto, rimasto nel cassetto fino a alla sua pubblicazione, nel 1988, dall’editore Giuffré, ci offre una straordinaria ricostruzione del Diritto costituzionale del Regno d’Italia.

Dove le consultazioni, che hanno dato lo spunto a queste riflessioni comparate tra Regno e Repubblica, si facevano da parte del Re che interpellava personalità politiche ed esponenti dei partiti alla ricerca di una maggioranza che sostenesse il governo “parlamentare”. “Il che implica – scrive Romano – che, date le attribuzioni che ai ministri sono dal nostro diritto deferite, specialmente quella di coordinare con la Corona e tra di loro tutti gli altri organi dello Stato, il Gabinetto è in grado di raggiungere questo suo scopo solo quando sia in armonia ed ha la fiducia degli altri organi costituzionali, e quindi, oltre che del Re, anche del Parlamento. Il Re, per conseguenza, nel procedere alla sua costituzione, deve tener conto della necessità di questo accordo fra le Camere e i ministri, e, ove questo accordo in seguito venga a mancare, occorre che il Gabinetto si ritiri, a meno che non sia possibile o preferibile eliminare il conflitto altrimenti, specie sciogliendo la Camera dei deputati”. Ricordo che, essendo elettiva solamente la Camera, esclusivamente ad essa spettava concedere la fiducia al Governo. Il Senato, infatti, era di nomina regia.

Delle consultazioni del Re, sempre alla ricerca di armonia e fiducia tra le forze politiche perché fosse dato un Governo all’Italia, se ne ricordano alcune particolari. All’indomani dell’assassinio del padre, Umberto I, quando il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, ricercò con successo una difficile soluzione che impedisse il prevalere di pulsioni autoritarie che, con l’intento di colpire i nuclei anarchici nell’ambito dei quali era maturato l’attentato, volevano comprimere i diritti dei lavoratori e il crescente successo dei socialisti. Scrive Fédérc Le Moal in un bel libro di recente dedicato al Re (“Vittorio Emanuele III”, Ley Edition) che il giovane sovrano aveva “compreso le condizioni socio politiche che hanno portato al regicidio e deve aver tratto le sue conclusioni. La perennità dell’istituzione monarchica gli impone di accettare la democratizzazione della società”.

E fu il decennio delle riforme guidate da Giovanni Giolitti. Poi durante la Grande Guerra il Re aveva dovuto mediare nel ricostituire governi dopo i contrasti tra la classe politica ed i generali che dal fronte premevano per disporre di nuove risorse per gli armamenti. Né va trascurato che nel 1922 il Re si spese invano per ottenere dai popolari di Luigi Sturzo, dai socialisti di Filippo Turati e dai liberali diGiovanni Giolitti un impegno per affrontare la crisi economica e sociale del dopoguerra che stava incendiando l’Italia, soprattutto al Nord e in alcune aree del Centro, tra “rossi” e fascisti. In un contesto nel quale, come si legge in un bel libro di Domenico Fisichella, da poco in libreria, “Ascesa e declino dell’unità d’Italia” (Pagine Editore), forte era la preoccupazione per l’affermarsi dell’ideologia comunista tra il 1918 e il 1922, allorché il bolscevismo coltiva l’esplicito proposito di sviluppare una rivoluzione mondiale che prenda le mosse dall’oriente, dal mondo coloniale in nome dell’autodeterminazione dei popoli e della lotta contro l’oppressione imperiale (e imperialista) delle potenze occidentali. “L’Italia è tra le nazioni toccate dal problema, ed è fortemente esposta al rischio del contagio. Come tutti i paesi usciti dalla guerra nel 1918, si avverte il peso dei costi umani e sociali, che il problema del reinserimento nel lavoro dei reduci dal fronte, la spesa pubblica si è sopra caricata, alta è l’aspettativa del ritorno a una vita normale e all’ordine”.

Fisichella ricorda lo stato di irrequietezza sociale che sfocia in agitazioni di massa, scioperi indiscriminati nel settore della produzione industriale agricola e dei servizi pubblici, occupazione di fabbriche, con un potenziale offensivo particolarmente violento nelle campagne, con l’occupazione di terre, incendi nei fienili, distruzione dei raccolti, uccisione di bestiame, saccheggi, blocchi stradali, violenze ai proprietari e ai fittavoli. Inoltre, molteplici sono le aggressioni a ufficiali e militari reduci dalle trincee, giudicati colpevoli di aver combattuto una guerra “ antipopolare””. E fu il Governo Mussolini votato da quei partiti che non avevano voluto assumersi in prima persona la responsabilità dell’Esecutivo.

Al di sopra della parti, garante “dell’organizzazione dello Stato”, scrive Romano, “mantenuta dal Re, che partecipa a tutti e tre i poteri” (legislativo, esecutivo, giudiziario). Primus inter pares, che tuttavia non può esercitare alcuna attribuzione senza il concorso di altro organo dello Stato, normalmente di un ministro (art. 67 dello Statuto). È la controfirma ministeriale.

Al di sopra delle parti anche il Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione repubblicana, laddove al comma 1 è scritto che “rappresenta l’unità nazionale”. Ma si può effettivamente considerare al di sopra delle parti una personalità che perviene al più alto seggio della Repubblica avendo alle spalle un cursus honorum che lo ha visto protagonista della vita politica, schierato in un partito, una fazione che si alimenta di specifici valori spirituali e civili non condivisi da altri. In contrapposizione, anche vivace, sui temi più vari, quanto ai diritti individuali e sociali?

Come vedono i cittadini il politico impegnato che improvvisamente, eletto Capo dello Stato dovrebbe dimenticare i tratti più duri della sua esperienza politica per essere “al di sopra delle parti”? È lecito il dubbio che quella personalità politica mantenga integri nel suo cuore i motivi della sua battaglia in Parlamento e nel Paese e che nelle decisioni che è chiamato ad assumere come Capo dello Stato sia comunque condizionato dalle sue idee politiche, dai valori ai quali ha dedicato il suo impegno in tanti anni di militanza in un partito. Penso alla nomina dei cinque Giudici della Corte costituzionale, ben un terzo del plenum del Collegio che ha il compito di giudicare della conformità delle leggi alla Carta fondamentale. In gran parte si tratta di leggi promulgate dal Capo dello Stato.

Il dubbio è lecito, inevitabile la diffidenza. Quel Capo dello Stato che “rappresenta l’unità nazionale” per molti sarà sempre l’avversario politico in tante occasioni contrastato e contestato. Anche quando la scelta cade su una personalità di quelle che si ritengono un po’ sbiadite, scelte soprattutto per assicurare un compromesso, per favorire la convergenza dei partiti. Con il dubbio, in questo caso, che il personaggio sul Colle sia facilmente condizionabile, che quello che si è presentato come un Presidente di poco spessore si riveli, poi, quanto meno imprevedibile.

La differenza fondamentale tra un presidente della Repubblica ed un re balza subito agli occhi. Il primo viene necessariamente dalla politica, spesso con una rilevante esperienza di partito e di governo. È quindi un uomo naturalmente “di parte” e ci si attende che impari a divenire immediatamente super partes. Del Re si sa che lo è naturalmente perché non deve altro che alla storia il suo ruolo, che continuerà con il suo successore. È l’anima di un popolo.

Lo hanno capito anche i partiti all’indomani del controverso referendum del 2 giugno 1946 scegliendo prima un presidente provvisorio nella persona di Enrico de Nicola e quindi il primo presidente eletto in Luigi Einaudi, entrambi di fede monarchica e Senatori del Regno, capaci di esprimere il massimo della indipendenza e dell’autonomia in ragione della loro cultura istituzionale. Si sono comportati come sapevano si sarebbe comportato un Re!

Poi la storia della Presidenza della Repubblica si è dipanata con la elezione di personaggi caratterizzati da una specifica e ben evidente impostazione politica che, anche quando si è manifestata con modalità ampiamente apprezzate dai cittadini, come nel caso di Sandro Pertini, non hanno dato dimostrazione di estraneità alla parte politica di provenienza e nella quale erano politicamente cresciuti. D’altra parte è inevitabile che la cultura politica praticata per tanti anni in posizione di responsabilità non possa essere occultata e traspaia anche solo di tanto in tanto nei comportamenti dei presidenti. Ed è naturale che i partiti che sono lontani dalla cultura politica di provenienza del Capo dello Stato lo guardino con un atteggiamento, se non di sospetto, certamente guardingo.