Corte dei conti: il monitificio non deve fare ridere, ma chiedere perché

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 6 Febbraio 2013 13:31 | Ultimo aggiornamento: 6 Febbraio 2013 13:46
Corte dei conti

Corte dei conti

Salvatore Sfrecola, presidente della Corte dei conti per il Piemonte, ha scritto sul suo blog, Un sogno italiano, una replica all’articolo “Il monitificio”con cui il giornalista Massimo Gramellini ha commentato, sulla Stampa di Torino, l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Roma e lo ha invitato ad assistere, l’11 marzo, a Torino, alla inaugurazione dell’anno giudiziario della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Piemonte.

“Era inevitabile, e neppure quest’anno lo abbiamo evitato, che le inaugurazioni dell’anno giudiziario cadessero sotto la scure, pardon la penna, di alcuni giornalisti, più di altri avvezzi a scherzosi e spesso pungenti elzeviri che hanno il compito, sempre in un taglio basso della prima pagina, di far sorridere il lettori per altre notizie rattristati, sia lo spread o l’ennesima notizia di fatti di corruzione o di sprechi che pesano, senza che se ne accorgano, sulle loro tasche.

 

Massimo Gramellini ha intitolato il suo articolo di oggi “Monitificio”, cioè l’occasione dei moniti, delle reprimende di incerta efficacia.

Naturalmente è facile scherzare su una cerimonia nella quale abbondano le toghe, i pennacchi dei Carabinieri, le livree dei commessi d’udienza. “Immagini arabescate” scrive Gramellini, quelle dei telegiornali che hanno riferito della inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti, “la magistratura che ha il compito di fare le bucce ai bilanci dello Stato”.

E poi “giudici spagnolescamente agghindati”, alla presenza di Autorità alle quali il Presidente si è rivolto “in una lingua arcaica e sovrabbondante”, per dire di corruzione la quale ha raggiunto “livelli sistemici”, come gli sprechi, ciò mentre “le imprese sono strangolate da mazzette e mancati pagamenti, il lavoro è soffocato da tasse e austerità, le famiglie boccheggiano”.

Un ritratto della Nazione, scrive Gramellini, che potrebbe essere stato scritto “da un rivoluzionario con dolori alla cistifellea o più banalmente da chiunque di noi, ma che contrasta col contesto parrucchiforme in cui viene declamato. Ogni anno, al termine del discorso, mi aspetto sempre che il Presidente ordini ai carabinieri col pennacchio di arrestare parecchie delle persone sedute nelle prime file, sicure corresponsabili del disastro. Invece il fustigatore si limita ad auspicare una presa di coscienza che il quadro appena delineato rende necessaria e addirittura impellente, eccetera. A quel punto gli accusati applaudono l’accusatore e poi tutti vanno a pranzo perché si è fatta una cert’ora. Anche ieri. Se stanotte mi verrà un incubo, sarà a forma di monito”.

Simpatico Gramellini, penna felice, certamente. Ma un po’ qualunquista, non tanto per quel “gli accusati applaudono l’accusatore”, che ha molto di vero, ma perché il messaggio che passa ai lettori è quello di una istituzione inutile, che si compiace di cappe spagnolesche, quando le toghe, rigorosamente nere, sono le più semplici in uso alle magistrature del vecchio Continente.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario, invece, non è una vuota celebrazione ma un momento importante nel quale l’Istituzione dialoga con il mondo politico, il Foro, l’Accademia e, in fin dei conti, con la gente per dire ciò che non va e ciò che si dovrebbe fare perché le cose andassero meglio. Dinanzi a Governo e Parlamento che, di solito, fanno orecchie da mercante e magari, sempre più spesso, avendo appreso che la Corte, come le altre magistrature, hanno individuato illeciti, trovano il modo di scrivere una norma che metta a posto quegli impudenti dei giudici. E impedisca loro di accertare i fatti o di decidere prima che intervenga la prescrizione.

Credo che i giornali dovrebbero per una volta evitare di scherzare, tanto di occasioni non ne mancano, e chiedere alla politica conto di quel che è stato fatto per emarginare corrotti e corruttori insieme a quanti disperdono le risorse pubbliche.

Altrimenti il rischio è quello che la gente perda fiducia nelle istituzioni, ciò che non vogliamo né lei né io.

Cui prodest?. Stia certo che a qualcuno inevitabilmente la sfiducia nelle istituzioni prodest”.