Di Maio e l’incubo di trasformare il voto di protesta in maggioranza di Governo

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 4 aprile 2018 12:30 | Ultimo aggiornamento: 5 aprile 2018 9:26
Di Maio e l'incubo di trasformare il voto di protesta in maggioranza di Governo

Di Maio e l’incubo di trasformare il voto di protesta in maggioranza di Governo

Capisco Luigi Di Maio che, di fronte all’ipotesi di un governo Movimento Cinque Stelle – Centrodestra, che molti, numeri alla mano, immaginano come la più praticabile, rivendica il suo ruolo di capo del partito più votato il 4 marzo.

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Sicché Matteo Salvini in qualche modo rimane a guardare, pur avendo fin dall’inizio mostrato la più ampia disponibilità a trovare un accordo programmatico, sempre ricordando che il maggior numero di voti è andato alla coalizione di Centrodestra e che in essa la Lega è partito più votato.

Il fatto è che Di Maio deve governare una base non facile e non omogenea, comunque sempre più irrigidita nel rifiuto di alleanze, in particolare con Forza Italia e con il suo leader, Silvio Berlusconi al quale i “grillini” rimproverano problemi giudiziari e l’attuale incandidabilità.

Di Maio, tuttavia, sa anche che l’elettorato che gli ha dato quei rilevanti consensi il 4 marzo non è ideologicamente omogeneo. Anzi è molto frastagliato, in buona parte costituito da soggetti che, nell’apporre la croce sul simbolo del M5S, hanno innanzitutto voluto esprimere una protesta profonda, diffusa nell’opinione pubblica italiana, nei confronti della classe politica al governo, negli ultimi anni ed anche prima.

È una percentuale ampia del voto quella protestataria, un voto per sua natura mobile perché non sorretto da un credo politico basato su ideali condivisi. Anche il voto di chi in precedenza aveva scelto partiti di sinistra non trasforma l’elettore, giustamente deluso dalla politica del Partito Democratico, in un fan stabile del movimento, come dimostra il successo delle destre e, in particolare, della Lega in regioni tradizionalmente “rosse”, come l’Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche e l’Umbria, dove il partito di Salvini mira a conquistare Terni, tradizionale roccaforte del Partito Democratico. E al prossimo giro la Regione.

È dunque difficile per Di Maio reggere questo composito elettorato, soprattutto nella consapevolezza che sarà assai arduo realizzare in tempi brevi quello che ha promesso. Perché se è possibile in una legislatura di durata accontentare gli elettori gradualmente, la risposta della base, in caso di elezioni anticipate, potrebbe rivelare sorprese spiacevoli, considerata la crescente attenzione che i ceti popolari riversano sulla Lega il cui consenso non è solo di protesta, perché costruito su un manifesto politico che molto si basa sulla rivendicazione di ragioni identitarie, su quel “sovranismo” che si oppone alla globalizzazione ed all’influenza dei tecnocrati di Bruxelles e di cui ha scritto di recente Giuseppe Valditara (“Sovranismo” Una speranza per la democrazia” (editore Book time, 149 pagine). Ordinario di diritto romano a Torino, Valditara è molto ascoltato in via Bellerio per aver messo a disposizione di Matteo Salvini le riflessioni degli studiosi che fanno parte del Comitato scientifico di Logos (www.logos-rivista.it) la rivista che, di mese in mese, approfondisce temi politici ed economici, insomma il programma del governo a base Lega.

Non c’è dubbio, dunque, che per Di Maio la scelta più saggia sarebbe quella di fare con Salvini un percorso comune per consentire al M5S, al ritorno alle urne, di fare un balzo in avanti e conquistare quel che resta di una sinistra divisa e senza apparente speranza di ripresa, come ovunque in Europa.

Tuttavia capisco che a quel passaggio, da tutti immaginato come necessario dopo il voto per l’elezione dei vertici delle Camere, Di Maio deve giungere gradualmente, sviluppando nel corso delle consultazioni al Quirinale, certezze su un programma minimo condiviso con la Lega e il Centrodestra che non eluda le domande che provengono dalla base ma le renda compatibili con altri momenti riformatori, dalla Pubblica Amministrazione alle pensioni, alla giustizia, alla scuola, in un contesto nel quale le imposte ridotte liberino risorse per i consumi ed il risparmio.

È dunque un passaggio delicato quello con il quale Di Maio è alle prese, consapevole che già dai primi giorni delle consultazioni si misurerà la sua capacità politica, la sua lungimiranza di leader che ha suscitato importanti aspettative. Ne deve uscire con un risultato concreto che sia l’incipit di una grande riforma, non essendo questo il tempo di testimonianze improduttive di effetti sul Governo ed il Parlamento.

(da www.unspgnoitaliano.it del 1° aprile 2018)

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