Fico fa il fico: parla Napoli, cravatta da torero, mani in tasca per Mameli

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 25 maggio 2018 6:08 | Ultimo aggiornamento: 25 maggio 2018 9:08
Fico fa il fico: parla Napoli, cravatta da torero, mani in tasca per Mameli

Fico fa il fico: parla Napoli, cravatta da torero, mani in tasca per Mameli

ROMA – Il Presidente della Camera, Roberto Fico, che ascolta l’Inno nazionale con le mani in tasca non si può assolutamente vedere. È l’immagine [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] di come le istituzioni vengono considerate da questa classe politica. Come le bandiere sporche e stracciate esposte dinanzi a scuole, uffici e tribunali nonostante regole precise ne disciplinino le modalità e i tempi dell’esposizione. Passi per la cravatta allentata sul collo e a mezza pancia, stile torero, che non è proprio un esempio di eleganza, ma le mani in tasca in un momento solenne, la ricorrenza della strage di Capaci e le note dell’Inno di Mameli risuonano energiche e fiere, non sono consoni alla terza carica dello Stato.

Articolo pubblicato anche sul blog Un sogno italiano.

Era lì Fico con altre autorità a ricordare Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta massacrati dalla Mafia, una delle pagine nere dell’Italia repubblicana che ancora si interroga su chi ordinò l’uccisione del magistrato antimafia, su quale fu la mente che si affidò alla manovalanza siciliana.

Quando si parla di Mafia ricordo sempre una eloquente vignetta di Giovannino Guareschi sulla prima pagina di un numero di Candido che non ricordo quale fosse. Il titolo “sulle orme della mafia” faceva intravedere all’orizzonte la sagoma della Capitale verso la quale si dirigevano due carabinieri con al guinzaglio cani poliziotto. Si leggeva “fiutando fiutando fino a Roma mi portasti”.

Gli uomini dello Stato, i tanti magistrati, carabinieri e poliziotti uccisi dalla Mafia, assetata di denaro e appalti, sono andati spesso incontro alla morte consapevoli che prima o poi sarebbe arrivata la raffica di mitra o l’autobomba a chiudere la loro esistenza. Meritano rispetto, anche nella forma, nell’atteggiamento di chi, anche solo per dovere di ruolo, è chiamato a ricordarli con qualche squillo di tromba ed una bandiera a mezz’asta.

È una questione di stile.

Roberto Fico ci aveva abituato ad un certo “stile” disinvolto, a quell’eloquio dall’accento fortemente dialettale che, sarà un mio limite, non mi piace in bocca a chi rappresenta una istituzione. E tuttavia poteva essere simpatico. Appariva spontaneo, esponente dell’ala dura del Movimento 5 Stelle, quello più a sinistra, si può anche dire comunista, alimentato dalle istanze più urgenti delle popolazioni meridionali, soprattutto campane, orgogliose della loro storia ma non sempre disponibili ad un impegno nel presente. D’altra parte nella meravigliosa Napoli, donde Fico proviene, si rincorrono zone sistemate a nuovo, come orgogliosamente mi indicava il tassista pochi giorni fa, e aree degradate, cassonetti per la raccolta dei rifiuti di ultima generazione e strade ingombre di sacchetti maleodoranti.

In questo contesto ambientale si consolida la posizione di Fico nel M5S. Diviene Presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI dove riscuote diffusi apprezzamenti. Da Piazza San Macuto passa a Piazza Montecitorio per sedere sul seggio più alto della Camera dei deputati. Con una certa insofferenza, si dice, per la gestione attuale del Movimento in mano al “moderato” Luigi Di Maio, già incoronato leader da Beppe Grillo con dispiacere di alcuni dei pionieri, Fico in testa. Che produce tra i due una evidente freddezza che non si è attenuata in ragione del prestigioso incarico parlamentare. Fico è un movimentista, apprezza ma si sente limitato nel ruolo istituzionale. E così, per dimostrare di essere controcorrente, continua ad assumere un atteggiamento da scugnizzo, nel taglio dei capelli, nella cravatta incredibilmente corta, nell’atteggiamento non istituzionale lì a Capaci mentre echeggiano le note dell’Inno nazionale.

Ad onta del cognome, e per usare un’espressione in voga nel linguaggio disinvolto e un po’ volgare di certi giovani, al quale mai ricorro, vorrei dire al Presidente della Camera che non fa “fico” un atteggiamento da “ribelle” quando si rappresenta un’Istituzione.