Governi tecnici figli della fine delle idee: senz’anima e disastrosi

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 28 Marzo 2014 7:54 | Ultimo aggiornamento: 27 Marzo 2014 18:29
Governi tecnici figli della fine delle idee: senz'anima e disastrosi

Leo Longanesi, Alberto Moravia e Pietro Albonetti (da sin.) a Roma nel 1940. Leo Longanesi fu il primo direttore del Borghese

Il disastro dei Governi di tecnici ha una natura ideologica e culturale. Sulla base di una sbrigativa equiparazione tra ideologia e pensiero politico autoritario e totalizzante, come incarnato dai regimi statali responsabili delle tragedie che hanno insanguinato il ‘900, il Comunismo e il Nazismo, si è di fatto decretata anche la fine delle idee, del confronto e delle distinzioni tra le forze politiche, nella convinzione che ciò fosse un bene.

In qualche modo aprendo la strada alle élite dei tecnici, dei tecnocrati che avrebbero dovuto tenere in ordine i conti secondo le indicazioni concordate in sede di Unione Europea e favorire il progresso sociale ed economico.

Per poi verificare, proprio nel biennio che abbiamo alle spalle, che quei governi erano senz’anima e, pertanto, incapaci di immaginare strategie politiche idonee a programmare quel progresso che è nelle aspettative e nelle speranze dei popoli.

Il tentativo di convincere che la distinzione e il confronto avrebbero portato soprattutto all’esasperazione la dialettica tra i partiti ha mortificato il pensiero politico e frenato l’elaborazione delle idee e dei programmi, il loro collegamento col pensiero filosofico, con quella filosofia politica che guida i popoli ed i governi verso quello che in una determinata fase storica è ritenuto dalla maggioranza il fine cui tendere, il bene comune da perseguire.

“Le idee non servono più, in politica e nella società, nella cultura e nella comunicazione”- ha scritto Marcello Veneziani (La sconfitta delle idee, Laterza, Bari, 2003). Aggiungendo che esse “sono un ingombro più che una risorsa, limitano la prassi e irretiscono i desideri, castigano il sogno di mutazione che caratterizza ormai la vita pubblica e privata, perché inchiodano ad una continuità, a una decisione pensata, a un legame, a un orientamento di vita, insomma a una coerenza”. Con le idee, infatti, bisogna fare i conti, sono un fardello pesante, vincolano la politica e l’azione, esigono scelte conseguenti. Alle idee professate dai politici, infatti, guardano gli elettori, pronti a rinfacciare a chi le abbandona il tradimento rispetto alle promesse che hanno informato l’indirizzo politico elettorale e di governo.

Le idee portano a distinzioni che molti vorrebbero eliminare perché preferiscono l’omologazione, l’indistinzione che consente accordi sotto banco tra chi governa e chi si oppone, il classico “inciucio”, con il rischio, come ha scritto Domenico Fisichella (AA- VV., Cos’è la destra, Il Minotauro, Roma, 2001), “che al nome non corrisponda più la sostanza, che la parola “destra”– e quella “sinistra”, d’altronde – finiscano per individuare solo posizioni di potere e che la competizione tra di loro sia solo una competizione per il potere, senza che nella gestione di tale potere vi siano elementi di distinzione riconoscibili”. Di qui la formazione di governi di “larghe intese”, naturalmente frenati dai veti incrociati, in conseguenza di quel tanto di destra o di sinistra che in qualche modo si deve all’elettorato.

“Il potere per il potere”, dunque, da quando la “partitrocazia”, secondo il fortunato neologismo di Giuseppe Maranini, fa prevalere i partiti sulle istituzioni, attraverso l’accaparramento del potere, cui accedono gli effetti deleteri dello spreco delle risorse pubbliche e della corruzione, considerati un modo per far fronte ai costi della politica.

Sono certo che Filippo de Jorio, avvocato, politico e scrittore, presidente della “Fondazione de Jorio” per la storia del Sud, aveva anche questo in mente quando ha organizzato il convegno intitolato “Viaggio in Italia – Sessantaquattro anni di storia, cultura, costume e società dalle pagine de Il Borghese”, nel quale convegno sono stato fra i relatori, sul compleanno della testata più anticonformista della destra, il cui primo numero uscì il 15 marzo 1950, diretto da Leo Longanesi, con le firme di Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, Ernst Junger, Alberto Savinio, Gaetano Baldacci, Henry Furst e Giuseppe Prezzolini.

Nella mia mente c’è un collegamento fra quella data e un giorno lontano del 1876, sempre a marzo, il 25, quando s’insediò il primo governo della Sinistra presieduto da Agostino Depretis, all’indomani di un voto parlamentare che aveva affossato il governo della Destra Storica la quale aveva appena potuto rivendicare, per bocca di Marco Minghetti, il raggiunto pareggio del bilancio dell’esercizio 1875 chiuso con un avanzo di 14 milioni, dopo anni di impegno risanatore affrontato dalla classe politica al governo senza timore l’impopolarità con una politica finanziaria e tributaria che fu definita “della lesina”.

Il richiamo al Governo Depretis non è per il cambio di maggioranza ma per il modo come essa si è formata, come ha gestito il potere negli anni successivi, con qualche intervallo, fino ad oggi. Un modo di procedere dominato da quello che è stato definito “trasformismo”, caratterizzato dal passaggio disinvolto di parlamentari dall’uno all’altro schieramento con una costante attenzione ai posti di potere negli enti locali e nelle imprese pubbliche. Non a caso l’accelerazione di Renzi nella corsa a Palazzo Chigi è stata da molti collegata alla straordinaria stagione dei rinnovi dei consigli di amministrazione delle società partecipate che interessa oltre 300 posizioni.

Nel 1876 e negli anni successivi, con grande abilità politica, Depretis e poi Crispi e Giolitti governarono con maggioranze nelle quali elementi di Destra e di Sinistra ed esponenti di clientele di potere e localistiche furono impegnati a gestire grossi interessi economici in forma incontrollata, dando vita ad una serie di manifestazioni di immoralità culminati in scandali e processi famosi che alimentarono il discredito nei confronti delle istituzioni.

Questo potere ampio e magmatico, che coinvolgeva i mezzi di informazione in mano ai potentati economici, ha impedito il formarsi, prima che di una opposizione numericamente consistente ed ideologicamente avvertita, anche di una coscienza del ruolo fondamentale della opposizione nella vita politica di una democrazia moderna.

Alimentato da interessi materiali, le nomina nei consigli di amministrazione degli enti e delle società pubbliche, l’affidamento di appalti di lavori, servizi e forniture, il trasformismo sgretola le certezze della politica, affossa il bipolarismo, nega il bipartitismo mentre lo scenario politico si frantuma in piccole ma remunerative posizioni di potere tra Stato, regioni enti pubblici, società a capitale pubblico, un sistema nel quale si gestiscono somme ingenti spesso con disattenzione per gli interessi pubblici condizionati dai potentati economici legati ai partiti ed alle correnti di partito attraverso una distribuzione delle poltrone secondo il Manuale Cencelli, una puntuale attribuzione delle cariche in relazione alla consistenza delle forze politiche della maggioranza. Senza dimenticare l’opposizione, in tal modo zittita.

Nell’Italia del trasformismo imperante “tipico del carattere italiano”, sentenzia Prezzolini (Intervista sulla destra, Biblioteca di Libero, 2003), Il Borghese ha costituito una voce fuori dal coro, un richiamo costante ai valori, alle idee forti, sollecitando un confronto del quale è stato costantemente parte attiva, in un impegno per la libertà che ha caratterizzato l’intera vita di Leo Longanesi, sempre controcorrente, anche ai tempi del fascismo, quando aveva costantemente mantenuto la sua libertà di giudizio. E pur schieratosi con il regime ne era stato la coscienza critica, tollerata al punto da irridere impunemente il conformismo fascista. Sua è la frase “il Duce ha sempre ragione”.

Giornalista, pittore, disegnatore, editore, attento alla tradizione, ma sempre con un atteggiamento intellettuale assolutamente libero anticonformista,Longanesi, che giovanissimo si era presentato nel mondo dell’informazione conL’Italiano (1926) divenuto presto la sede del dibattito politico più originale, in un momento di intenso dibattito sul rapporto tra arte e fascismo, e si caratterizza per una presa di posizione nettamente contraria all’esistenza di un’arte fascista: “Lo stile fascista – scrive – non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce”.

È la fronda antifascista: “I regimi totalitari – scrive – non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla”.

Continua con Omnibus, settimanale di attualità politica e letteraria, considerato il capostipite dei rotocalchi d’informazione. Longanesi così descrive la sua linea editoriale: “È l’ora dell’attualità. È l’ora delle immagini”. Edito da Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori, Omnibus reca le firme di Indro Montanelli, Alberto Moravia,Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Mario Soldati, Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti e Alberto Savinio. Il successo è immediato.

Convinto che non manchi la libertà ma vi sia carenza di uomini liberi, Longanesi irrompe nel dibattito politico del dopoguerra caratterizzato dalla forte contrapposizione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista invitando dalle pagine de Il Borghese gli italiani a ragionare con la propria testa irridendo alle debolezze della classe politica anche attraverso le vignette da lui stesso disegnate e le foto che sono diventate un classico nella storia della polemica politica.

La borghesia è al centro dell’evoluzione della politica, nel bene e nel male, fin dal 1789. Continua lungo l’800, domina le rivoluzioni russa, prima dell’avvento dei bolscevichi, e quelle fascista e nazista. Nell’Italia del primo dopoguerra sono i professionisti, gli intellettuali, i commercianti a presidiare le piazze. Nel dopoguerra è la borghesia a bloccare l’avanzata delle sinistre nel 1948.

Ma i borghesi hanno bisogno di idee e Longanesi li stimola a riflettere, a riandare alle storie politiche e culturali perché esprimano un rinnovamento che stenta ad emergere dalla palude indifferenziata che vivrà ancora momenti di forsennato trasformismo, che saranno risparmiati a Longanesi. Verrà meno nel 1957, stroncato da un infarto, nel bel mezzo della sua battaglia combattuta con il giornale e il movimento politico che gli affianca, la Lega dei Fratelli d’Italia, organizzato in una serie di circoli cittadini richiamando la politica a cercare un equilibrio tra tradizione e modernità: “Chi rompe, non paga e siede al governo”.

Nell’avventura de Il Borghese lo aveva aiutato Mario Tedeschi, che ne diventerà il direttore, figura fondamentale per la vita della testata, animatore delle inchieste che per prime denunciano la corruzione nel mondo politico e le sovvenzioni illegali al Partito Comunista Italiano. Tedeschi assume nuovi giornalisti come Edgardo Beltrametti, Alberto Giovannini, Mino Caudana, Piero Buscaroli e Alberto De Stefani. Vi scrivono Piero Buscaroli, Luciano Cirri, Luigi Compagnone, Giuseppe Prezzolini, Guglielmo Peirce, Armando Plebe, Giovanni Ansaldo, Julius Evola, Alberto Giovannini e persino Indro Montanelli, sia pure sotto pseudonimo.

Il Borghese non è solo ricco di inchieste giornalistiche documentate e polemiche soprattutto a firma di Bonanni e Gianna Preda sul malcostume e sulla corruzione della classe politica, in anticipo di diversi decenni su “Mani Pulite”.

Dura, caustica, prontissima a criticare anche a sua stessa parte politica quando non ne condivideva certe battaglie, Gianna Preda era anche capace di teneri sentimenti, come quando intervistò Umberto II. Lei repubblicana, quando lo vede venirgli incontro si sorprende a pensare: “Questo è il Re d’Italia”, con “la coscienza di quello che i nostri figli hanno perduto: il senso della patria, il cui nome, in Italia, viene usato troppo spesso come piattaforma per inesistenti o fragilissimi sentimenti nazionali”.

Lungo colloquio, intessuto di ricordi, su fatti e luoghi, e della nostalgia dell’Esule. Poi il commiato, commosso. E la dura romagnola che tanto amava la polemica si allontana senza voltarsi. Non voleva che il Re si accorgesse che stava piangendo.

Le sue rubriche, le rassegne di arte e cultura, le recensioni bibliografiche e discografiche impegnano firme di valore nel panorama intellettuale di quegli anni, mentre l’attività editoriale porta nella case degli italiani libri di noti autori stranieri anticonformisti, come Vintila Horia e Salvador De Madariagada Luciano Cirri, Giuseppe Bonanni, Claudio Quarantotto ed altri. Le “Edizioni de Il Borghese” furono le prime a pubblicare il libro “Ritratti di coraggio” del futuro Presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy

La “Posta dei lettori”, curata da Gianna Preda, redattore capo, è altra parte essenziale del giornale.

Muore nel 1981. Nel darne notizia, il 7 agosto 1981, un giornale allora di sinistra titolò: “Una penna di destra ma non conformista”. Infatti. Maria Giovanna Pedrassi, Gianna Preda come l’aveva ribattezzata Leo Longanesi, poteva essere polemica, sprezzante, anche visceralmente “contro”, ma conformista non fu mai, e tra i tanti giornalisti italiani che, nei decenni, si sono autodefiniti, a torto o a ragione, “scomodi” lei scomoda fu sul serio e fino all’ultimo.

Morto Tedeschi il giornale ha alterne vicende fin quando la testata torna nelle case degli italiani per iniziativa di Claudio Tedeschi, figlio di Mario, e dell’editore Luciano Lucarini con Pagine, che sviluppa anche la collana I libri del Borghese che pubblica volumi del pensiero conservatore italiano ed europeo, da Aznar a Cameron a Sarkozy.