Governo Conte, sorpresa. I capi gabinetto reclutati fra quelli del governo del PD

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 14 giugno 2018 6:44 | Ultimo aggiornamento: 14 giugno 2018 0:00
Governo Conte, sorpresa. I capi gabinetto reclutati dal governo del PD

Governo Conte, sorpresa. I capi gabinetto reclutati fra quelli del governo del PD

Governo Conte, la sorpresa. I capi gabinetto sono reclutati fra quelli del governo del PD. Nella “terra degli infedeli”, cioè della opposta parte politica, sono stati scelti molti dei collaboratori dei ministri del governo Conte, Di Maio, Salvini, in particolare [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] i Capi di gabinetto, passati dal vecchio governo al nuovo, al più cambiando ministero, rivela Salvatore Sfrecola in questo articolo pubblicato sul suo blog, Un sogno italiano.

Premetto che sono tutti bravi. Alcuni molto bravi. Quasi tutti sono miei amici o comunque persone con molte delle quali ho condiviso esperienze professionali e confronti su tematiche istituzionali.

La gente comune non conosce il ruolo di questi grand commis d’Etat, come si usa dire prendendo dal francese un’espressione che rivela il ruolo prezioso dell’amministrazione pubblica d’oltralpe. Sono i primi collaboratori dei ministri. Tecnici di elevata professionalità e di notevole esperienza nella funzione o in similari forme di collaborazione ministeriale. Scelti tra “esperti, anche estranei all’amministrazione, dotati di elevata professionalità” (art. 7, comma 2, lettera e) del D.Lgs, 300/1999). Prevalentemente provenienti dal Consiglio di Stato, dalla Corte dei conti o dall’Avvocatura dello Stato. Conoscono il diritto, in particolare quello amministrativo, che delinea le attribuzioni dell’amministrazione ed anche il diritto europeo, considerato che gran parte dell’ordinamento amministrativo è da molti anni di diretta derivazione comunitaria.

A volte, ma più raramente vengono scelti tra i più alti dirigenti dell’amministrazione, di solito dirigenti generali o capi dipartimento. Più raramente, perché si vuole che il Capo di Gabinetto, più del Capo dell’Ufficio legislativo, sia estraneo all’Amministrazione presso la quale è chiamato a collaborare con il ministro di turno. Lo si vuole distaccato dall’apparato per assicurare la sua indipendenza rispetto alla struttura, perché non faccia cordata, sicché in qualche modo favorisca le pur legittime istanze “di bottega” rispetto alle indicazioni politiche del ministro. Solo per i ministeri degli affari esteri, della difesa e dell’interno la legge prevede che il Capo di Gabinetto sia un interno. Rispettivamente un ambasciatore, un generale, un prefetto. Va bene per i primi due, non si giustifica per il Ministero dell’interno.

Sono scelti sempre in base a criteri fiduciari e restano in carica per un periodo non superiore alla durata del proprio mandato. Il Gabinetto è uno degli uffici di diretta collaborazione del ministro (come la segreteria del ministro e dei sottosegretari di stato, l’ufficio legislativo ecc.) e supporta lo stesso nella definizione degli obiettivi dell’amministrazione, nell’elaborazione delle politiche pubbliche, nella valutazione della loro attuazione e nelle connesse attività di comunicazione.

Il Capo di gabinetto è il tramite tra il ministro, autorità politica, e la struttura amministrativa, compito particolarmente delicato, da svolgere in armonia con il ministro, nel senso che deve in qualche modo condividerne l’ispirazione ideale si che non solo darà con maggiore capacità esecuzione alle direttive ministeriali ma riuscirà anche a immaginare, per la sua conoscenza delle leggi e delle potenzialità tecniche del ministero (procedure, risorse disponibili e materiale umano), quello che il ministro può fare aiutandolo e suggerendo iniziative.

Dote richiesta è, altresì, quella di possedere un tratto umano che consenta di dialogare con la struttura e con i dirigenti dei quali inevitabilmente conosce il linguaggio, le aspettative professionali la consapevolezza della missione ministeriale. È quindi sconsigliato individuare un Capo di gabinetto tra persone che, pur di elevata professionalità, siano notoriamente e apertamente di una parte politica diversa o lontana da quella del ministro, che non abbia un afflato umano che lo porti a dialogare proficuamente con i dirigenti dell’amministrazione, che non si ponga mai nei loro confronti con il fare arrogante non raro tra i parvenu.

È accaduto, invece, sovente, soprattutto quando il ministro o la forza politica cui appartiene non vantano precedenti esperienze di governo che nel tam tam dei palazzi del potere i ministri siano stati indotti ad accettare offerte o sollecitazioni provenienti da ambienti del vecchio governo, nel senso che spesso il ministro uscente raccomanda un suo collaboratore a livello di segreteria o di Capo di gabinetto o di Capo ufficio legislativo. Nella maggior parte dei casi accettare questa indicazione significa legarsi mani e piedi alla parte politica del precedente governo attraverso collaboratori che inevitabilmente manterranno rapporti con i vecchi “datori di lavoro”. Non è un processo alle intenzioni ovviamente, né mancanza di fiducia nel senso dello Stato di questi personaggi ma è l’esperienza che lo insegna.

È accaduto anche nel governo Berlusconi 2001 – 2006 quando ottennero posizioni di responsabilità nei ruoli di Capo di gabinetto, Capo ufficio legislativo e Capo dipartimento personaggi che nel precedente governo erano stati schierati con il Centrosinistra. E dunque sono rimasti in sella all’indomani del 2006, a dimostrazione di una consuetudine con quella parte politica consolidata negli anni.

In quel tempo, avendo amici un po’ ovunque – all’epoca ero Capo di gabinetto del Vicepresidente del Consiglio – venivo sistematicamente informato da amici che mi stimano di conventicole di questi personaggi i quali, pur operando nell’ambito degli uffici di diretta collaborazione dei ministri in carica, mantenevano rapporti con i predecessori tanto che in occasione di cene o di incontri conviviali parlavano del governo Berlusconi come di un governo quasi defunto che avrebbe perduto le elezioni. Ricordo a questo proposito che quando uscì il mio libro “Un’occasione mancata” (Pagine Editore), l’onorevole Francesco Storace mi chiamò dicendomi: “Ho letto quello che ha scritto ed ho capito perché abbiamo perduto per 26.000 voti quando avremmo potuto vincere per 2 milioni”. Voleva dire che se la pattuglia ministeriale fosse stata condotta con impegno e con condivisione delle indicazioni politiche provenienti dal Presidente del Consiglio e dai ministri, probabilmente l’azione di governo sarebbe stata più incisiva con effetti positivi sul risultato elettorale.

Il governo Conte, Di Maio, Salvini, a quel che si sente dire, sta mantenendo in sella in molti settori, magari spostati solo di ministero, personaggi che hanno collaborato in posizioni di responsabilità con il precedente governo, schierato su posizioni che i cittadini hanno sonoramente bocciato nelle urne il 4 marzo. Reclutare in partibus infedelium i più stretti collaboratori è un errore gravissimo, destinato a impoverire l’azione governativa perché è da escludere che persone ideologicamente vicine al governo del Partito Democratico, nella versione Letta, Renzi, Gentiloni, possano collaborare con l’entusiasmo necessario con il ministri del governo M5Stelle – Lega, espressione di una maggioranza parlamentare nei confronti della quale quegli stessi personaggi, ad ogni occasione, avevano manifestato in pubblico e in privato aperto dissenso, tra l’altro schierati per il SI nel referendum sulla proposta di riforma costituzionale bocciata dalla saggezza degli italiani stanchi degli inutili slogan con i quali Matteo Renzi riteneva di governare l’Italia.

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