Governo. Premier terzo? Errore costituzionale, politico e storico. Einaudi scelse lui Pella, ma nella Dc

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 13 maggio 2018 11:40 | Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2018 11:40
governo premier terzo

Il presidente della Repubblica, Mattarella, durante la celebrazione del 70esimo anniversario dell’insediamento al Quirinale di Luigi Einaudi (primo capo dello Stato eletto dal parlamento italiano)

Governo. Mattarella potrebbe imporre un premier terzo? Sarebbe un grave errore costituzionale e politico. Einaudi [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui. Ladyblitz – App su Google Play] scelse lui e scelse Pella, ma era un esponente di spicco della Dc, più volte ministro, ricorda Salvatore Sfrecola sul suo blog unsognoitaliano.it. Ecco gli ultimi aggiornamenti.

L’ottimismo domina nelle parole dei due leader, Matteo Salvini e Luigi DI Maio, che s’incontrano al Pirellone, a Milano, nel confronto tra Lega e Movimento 5 Stelle per individuare i termini della piattaforma programmatica, il contratto “alla tedesca”, come lo chiama Di Maio. Intanto le delegazioni continuano a valutare, punto dopo punto, la compatibilità dei “temi” suscettibili di entrare a far parte del programma di governo.

Tra i giornalisti a caccia di “indiscrezioni” prende corpo il “toto ministri”, quell’esercizio di fantasia con il quale, ad ogni cambio di governo, sulla stampa si cerca di immaginare coloro che, per vicinanza ai capi dei partiti o perché tecnici “di area”, potrebbero essere scelti per dirigere uno dei ministeri che formeranno l’esecutivo.

Contemporaneamente prende corpo con insistenza una ipotesi del tutto nuova, quella che vorrebbe i partiti alla ricerca di un Presidente del Consiglio “terzo”, cioè al di fuori dei partiti, forse anche al di fuori della politica. Se ne parla da qualche giorno, ma il discorso con il quale ieri, a Dogliani, Sergio Mattarella ha ricordato Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento, sottolineando come non avesse svolto la funzione in termini esclusivamente “notarili”, fa scrivere oggi a tutti i giornali che l’attuale inquilino del Quirinale intende ispirarsi al suo predecessore. E scegliere lui il premier, magari tra una rosa indicata da Lega e M5S.

Riprende, così, corpo il “toto premier”, nel quale campeggiano nomi noti più che al grosso pubblico agli addetti ai lavori. Come quello di Giampiero Massolo, ex ambasciatore e Segretario generale della Farnesina con Gianfranco Fini, Direttore del Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza, oggi Presidente di Fincantieri, molto stimato negli ambienti politici italiani e internazionali, o di Giacinto della Cananea, il docente di diritto amministrativo vicino a Sabino Cassese al quale Di Maio aveva commissionato una sorta di verifica di compatibilità tra i programmi di Lega M5S, altro nome ricorrente nelle ipotesi giornalistiche.

Non tramonta neppure il nome di Elisabetta Belloni (classe 1958), ambasciatore e Segretario generale del Ministero degli esteri dove ha ricoperto incarichi di prestigio, come Capo dell’Unità di Crisi, Direttore generale della cooperazione allo sviluppo e Capo di Gabinetto del Ministro Paolo Gentiloni. Anche a suo favore, oltre la caratura personale e il garbo che la contraddistingue, giova la stima di cui gode negli ambienti internazionali. E sappiamo quanto delicato sia il dossier Europa per Mattarella.

La lista dei “possibili” premier secondo la fantasia del giornalista che ne scrive o ne parla è lunga e comprende altri Grand Commis d’Etat, da Carlo Cottarelli, già direttore del Dipartimento affari fiscali del Fondo Monetario Internazionale, volonteroso ma inascoltato Commissario alla revisione della spesa, a Enrico Giovannini, economista, professore ordinario di statistica a “La Sapienza”, Chief Statistician dell’OCSE dal 2001 al 2009, già Presidente dell’ISTAT e Ministro del lavoro nel Governo di Mario Monti.

Sennonché l’ipotesi di attribuire la Presidenza del Consiglio ad personalità non politica o di scarsa caratura politica appare una immane sciocchezza costituzionale, una di quelle per le quali, in un esame di diritto pubblico, lo studente non otterrebbe neppure un misero diciotto. Infatti, ai sensi dell’art. 95 della Costituzione, “il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Una limpida definizione costituzionale che individua nel Presidente del Consiglio il motore del governo che dirige e del quale assume la responsabilità politica dinanzi al Parlamento, una funzione essenziale soprattutto in un governo di coalizione nel quale fondamentale è preservare l’accordo intervenuto tra i partiti.

Per cui si richiede a Palazzo Chigi una personalità forte ed autorevole, come dimostra la storia costituzionale italiana nella quale i governi si ricordano proprio con il nome del Presidente del Consiglio, da Camillo di Cavour ad Alcide De Gasperi, da Giovanni Giolitti a Giulio Andreotti a Ciriaco De Mita il quale ha firmato la legge 23 agosto 1988, n. 400 che, per la prima volta, ha definito l’ordinamento della Presidenza del Consiglio e le attribuzioni del Presidente e del Consiglio dei Ministri.

Ha così trovato compiuta attuazione la previsione costituzionale secondo la quale al Presidente del Consiglio spetta un potere di indirizzo non esposto alla interferenza da parte di altri organi, nemmeno da parte dello stesso Parlamento il quale solo per mezzo della legge potrebbe sostituirsi al vertice dell’esecutivo nell’indirizzo e coordinamento delle attività che vi fanno capo e degli apparati che vi sono preposti. D’altra parte, nella fase di formazione del Governo, a lui spetta l’indicazione dei ministri che, ai sensi dell’art. 92, comma 2, della Costituzione saranno nominati dal Presidente della Repubblica. Il Presidente dunque ha una posizione differenziata nell’ambito del Governo, anche se non di assoluta supremazia. A lui spetta la formulazione dell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri e, quindi, l’iniziativa delle deliberazioni collegiali, il loro coordinamento, la loro attuazione. E, naturalmente, l’iniziativa sulle numerosissime nomine di spettanza del Governo, negli enti pubblici e nelle supreme magistrature amministrativa e contabile, Consiglio di Stato e Corte dei conti.

Infine a livello internazionale, a cominciare dall’Unione Europea, molte assise, dove si decidono importanti strategie economico finanziarie e del commercio tra gli stati, come dimostrano gli eventi di questi giorni con le iniziative del Presidente USA, Donald Trump, vedono come protagonisti i capi dei governi quali garanti degli accordi. Tipico il Consiglio d’Europa che è in qualche modo il motore dell’Unione.

Partirebbe, dunque, azzoppato il governo se il ruolo di Presidente del Consiglio fosse assegnato ad una personalità minore sul piano politico, ancorché illustre per la sua esperienza amministrativa o universitaria. Se questa fosse la decisione dei partiti che compongono il governo sarebbe una scelta infausta, capace di depotenziare il ruolo del Capo del governo e sostanzialmente dello stesso Esecutivo esposto alle iniziative di singoli ministri al ricerca di una visibilità in ragione del loro ruolo nel partito di appartenenza.

Probabilmente quella del Presidente “terzo” è una idea nata nelle redazioni dei giornali e nei conversari nelle anticamere dei partiti, lì dove si discute della formazione del nuovo governo e della evidente difficoltà di individuare una personalità che possa coordinare l’azione di un Governo nel quale siedano, in funzione di ministri, due capi di partito, Luigi di Maio e Matteo Salvini, che, come si dice, hanno “messo la faccia” in una competizione elettorale che ha attribuito loro l’etichetta, rispettivamente, di leader del primo partito e della prima coalizione.

Se ne parlerà ancora tra oggi e domani, ma immagino che l’idea della personalità terza lascerà presto il posto nel dibattito politico alla individuazione di un autorevole esponente di uno dei partiti che compongono il Governo ai quali dovrà essere affidato, per esperienza o per capacità di indirizzo e di coordinamento, il delicato ruolo di Presidente del Consiglio dei ministri che dovrà assicurare il massimo impegno nell’attuazione dell’accordo che ha consentito la nascita dell’Esecutivo. Einaudi scelse lui il primo ministro, ma scelse Giusepppe Pella, esponente di spicco della Dc, primo partito.

E non è neppure da escludere che sulla indicazione del premier si manifestino contrasti con il Quirinale, magari in relazione alle preoccupazioni che, si dice, agiterebbero i sonni del Presidente per le prossime scadenze europee nell’ambito delle quali la partecipazione dei nostri “euroscettici” potrebbe costituire una nota dissonante. Mentre dietro le quinte c’è chi non dispera si possa tornare alle urne presto, magari dopo un governo “di transizione” o “del presidente”, tenendo conto del ragionevole desiderio di Silvio Berlusconi di tornare in Parlamento dopo la riabilitazione decisa dal Tribunale di Sorveglianza di Milano.