Leva obbligatoria, buona idea: all’Esercito non servono solo professionisti

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 17 agosto 2018 5:39 | Ultimo aggiornamento: 16 agosto 2018 12:56
Leva obbligatoria, buona idea di Salvini: all'Esercito non servono solo professionisti

Leva obbligatoria, buona idea: all’Esercito non servono solo professionisti (foto Ansa)

ROMA – Per il Ministro della difesa, Elisabetta Trenta, quella di Matteo Salvini, che propone di reintrodurre la leva obbligatoria, è “un’idea romantica”, non più attuale [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play]. Invece, ad essere limitativa è l’idea delle Forze Armate che ha la Signora di via XX Settembre, peraltro in aperta adesione alla concezione diffusa nei vertici militari, da sempre: quella che i militari siano esclusivamente combattenti.

Non è stato così, ad esempio, nell’esperienza del più potente esercito di tutti i tempi, quello della Roma repubblicana e imperiale, che disponeva di un imponente apparato servente della truppa combattente, genieri, medici, veterinari, addetti alla cura delle armi e delle uniformi. Sì perché l’esercito romano, diversamente dai combattenti di tutti gli eserciti del tempo aveva una grande organizzazione che è l’esempio, come scrive Massimo Severo Giannini, uno dei nostri più grandi amministrativisti, di una efficiente struttura burocratica, capace di sovvenire in ogni tempo ed in ogni luogo alle esigenze dei combattenti.

Basti pensare al sistema della leva che ha assicurato all’Urbe, sotto il martellare delle milizie del generale cartaginese Annibale Barca, di ricostituire in poche settimane legioni efficienti e bene organizzate ad ogni sconfitta pur in una condizione di estrema difficoltà. Era quella una grande organizzazione che consentiva ai consoli delle legioni ai margini dell’impero in funzione di controllo del territorio di utilizzare il tempo costruendo acquedotti, fognature, terme, che troviamo ovunque erano giunti i combattenti di Roma.

Ma venendo ai tempi nostri è certamente più attuale la proposta di Salvini, mentre appare vecchia l’idea che delle Forze Armate ha il ministro Trenta quella che ho sempre ritenuto fosse un’“occasione mancata” per il nostro apparato difensivo. Il ministro della Difesa giustamente richiama l’esigenza che i combattenti siano professionisti, come in tutti gli eserciti moderni.

Ma l’esercito non è fatto solo di combattenti, come si è detto di Roma, ma ha altre importanti specialità. Prima tra tutte il Genio che, infatti, interviene rapidamente in occasione di calamità naturali e di altre emergenze con straordinaria efficienza, quella propria di un apparato militare organizzato gerarchicamente. Quei reparti hanno a disposizione specialisti, ingegneri, geometri, periti tecnici, e strumenti tecnici moderni, dalle scavatrici alle gru, e possono sovvenire rapidamente alle esigenze dei militari e della popolazione civile aprendo una strada ostruita da una frana, costruendo un ponte che consenta di ripristinare la viabilità resa impraticabile da qualche evento naturale.

È stato sempre così. Tuttavia l’utilizzazione sistematica del Genio militare è stata sempre vista con diffidenza dai vertici militari che ritengono non solo prioritaria ma esclusiva la funzione combattente, così consentendo il business delle imprese che operano costosi interventi per la Protezione Civile. Quest’anno le piogge hanno, speriamo, limitato gli incendi, ma è certo che la cura dei boschi per evitare l’accumularsi di rami e fogliame secco, quello che costituisce un innesco naturale degli incendi, è assolutamente trascurata, anzi inesistente. Quanto costa a carico del bilancio pubblico spegnere gli incendi che sarebbe stato possibile prevenire attraverso la bonifica del sottobosco?

C’è, poi, il capitolo della vigilanza nei musei e nelle zone archeologiche. Non è una attività equiparabile a quella dei combattenti ma è la custodia del patrimonio più prezioso che abbiamo, quello che insieme al paesaggio fa dell’Italia il bel Paese, la ragione prima del nostro turismo, come ha ricordato più volte, ancora di recente, il Senatore Gian Marco Centinaio, ministro delle politiche agricole, forestali e del turismo, appunto. Il Genio militare è stato nella storia d’Italia una risorsa preziosa, come ho ricordato più volte a proposito della costruzione delle infrastrutture ferroviarie che secondo Cavour avrebbero unificato l’Italia richiamando il ruolo di Luigi Federico Menabrea, ingegnere, Capo del Genio militare, Ministro dei lavori pubblici e Presidente del Consiglio.

I nostri militari “di leva” potrebbero essere impiegati, altresì, nel sistema informatico degli apparati militari, in modo da essere anche pronti ad intervenire in funzione ausiliaria o di controllo di quella diffusa rete di apparati che ormai gestisce tutte le attività complesse, dagli acquedotti alla distribuzione dell’energia elettrica. Né può essere esclusa l’utilità di giovani negli uffici delle amministrazioni e degli enti, magari “prestati” in alcuni periodi per far fronte alle emergenze feriali. Nel settore sanitario, ad esempio, che denuncia gravi carenze in alcuni momenti nei quali la gente prega di non ammalarsi, nel fine settimana e d’estate. Sarebbe anche un modo per impiegare medici e paramedici, incrementare la loro esperienza e specializzazione.

E siccome parliamo di sanità forse a qualcuno sfugge il ruolo fondamentale che svolgeva la leva obbligatoria attraverso lo screening della popolazione maschile (oggi anche di quella femminile) ai fini alla prevenzione delle malattie. Ci sono, poi, i “vivai”, se così possiamo chiamarli, delle Forze Armate nelle attività sportive, che si arricchirebbero di un più ampio concorso di giovani.

Insomma la leva obbligatoria, in una versione moderna ed intelligente assicurerebbe servizi importanti al Paese e alle comunità e costituirebbe una scuola di vita e professionale come un tempo era quando il giovane imparava un mestiere o si perfezionava in una professione. Un’idea buona, a me pare, che sposa quel tanto di romantico che, ci dicevano i nostri nonni, aveva fatto l’Italia unendo in un unico impegno sul fronte siciliani e piemontesi, veneti e pugliesi, con le esigenze moderne di sostegno alle tante attività che lo Stato e gli enti locali altrimenti non riescono a soddisfare.