Magistrati in politica. Ingroia, Grasso, Dambruoso: tecnici o politici?

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 1 Gennaio 2013 6:49 | Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre 2012 21:01

I magistrati che sono entrati in politica, o almeno quelli che ci sono entrati con una visibilità nazionale, sono tre. Oltre ai notissimi Antonio  Ingroia con il Movimento arancione e Pietro Grasso con il Partito Democratico, c’è infatti anche, per quanto meno da prima pagina, Stefano Dambruoso con Italia Futura.

Sono nomi di spicco della magistratura, evidentemente sollecitati da un desiderio: intervenire direttamente nella lotta politica per difendere le ragioni della legalità. In questo modo rispondono a una richiesta di molti cittadini, indignati dagli scandali che hanno toccato nei mesi scorsi la gestione delle risorse pubbliche, dello Stato, delle regioni, dei comuni.

Per molti però questo costituisce un problema.

Come ho già scritto,

un magistrato che entra in politica, anche se ha sempre esercitato le funzioni di Pubblico Ministero o di Giudice con il massimo dell’indipendenza, provoca in molti cittadini disagio e li induce a dubitare che, in precedenza, non sia stato così indipendente come avrebbe dovuto essere se è vero che, all’ingresso in magistratura, si ammonisce che coloro che indossano la toga della giustizia debbono non solo essere ma anche apparire indipendenti.

E certamente non appare tale chi, in servizio, partecipa ad iniziative politiche qualificate, come i comizi od ai convegni delle organizzazioni parallele ma “di area”.

D’altra parte la Costituzione, all’art. 98, dopo aver affermato che “i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione” dispone, al comma 3, che “si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero”.

La ragione della norma è evidente, non far venire meno quella necessaria neutralità ed indipendenza (ricordiamo che l’art. 97, comma 2, della Costituzione prevede che “i pubblici uffici dono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”, laddove l’imparzialità evidentemente assume una speciale connotazione nel caso di chi deve amministrare la giustizia e, pertanto, è soggetto “soltanto alla legge” (art. 101 Cost.). Ed è per questo che “i magistrati sono inamovibili” (art. 107 Cost.) che i cittadini pretendono da chi esercita funzioni pubbliche.

Ai magistrati dovrebbe, quindi, essere inibita la partecipazione alle elezioni? Sarebbe troppo, una limitazione della libertà di manifestazione del pensiero incompatibile con una democrazia rappresentativa. E viene subito da chiedersi perché un medico si può presentare candidato, come un docente universitario o di scuola media, come un funzionario qualunque dello Stato, anche militare o funzionario o agente delle forze dell’ordine.

La questione è delicata. Si può sostenere che un medico entra in politica perché è un “tecnico” della sanità che potrebbe contribuire a riforme in un settore delicato, di interesse generale. Ma si potrebbe anche sostenere che vorrebbe, da deputato o senatore, rappresentare una lobby di interessi.

La posizione dei magistrati è indubbiamente diversa. Rappresentano lo Stato nella sua più importante funzione. E come al solito non c’è una soluzione che possa soddisfare tutti, in rapporto al diritto di manifestare il proprio pensiero di cui è certamente espressione la partecipazione ad una campagna elettorale.

Sovvengono, allora, alcune regole, che potremmo chiamare deontologiche, che appartengono certamente al foro interno della persona ma che hanno anche un riflesso istituzionale, nel senso che devono essere fatte rispettare da chi, nell’ordinamento, è preposto al rispetto delle prescrizioni costituzionali che abbiamo richiamato. Nel caso del magistrato, dunque, sarà il Consiglio Superiore della Magistratura o, per le magistrature amministrative i rispettivi organi di autogoverno, a vigilare sui comportamenti dei singoli, censurando, nelle forme previste dalla legge (le disposizioni sanzionatorie sono necessariamente stabilite da fonti primarie e sono di stretta interpretazione), i comportamenti che possono in qualche modo mettere in dubbio l’indipendenza di chi indossa la toga e destare scandalo tra i cittadini. È la regola, che più volte ho richiamato, della “Moglie di Cesare”, della cui moralità nessuno poteva dubitare.

Non c’è dubbio che il Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe vigilare più attentamente sui comportamenti dei magistrati, anche i più modesti, quando possono far ritenere che essi in quel modo, anche in volontariamente, dimostrato di aver indossato una casacca, ciò che offusca la credibilità della magistratura nel suo complesso e il prestigio di ogni magistrato.

Chi ha desiderio di apparire di parte, anche nel senso più nobile del termine, quale espressione della partecipazione alla vita della polis lo faccia apertamente, lasciando la toga. Vorrà dire che i cittadini gli riconosceranno coerenza e neppure coloro che sono di altro orientamento politico avranno nulla da ridire, se in servizio ha dato effettivamente dimostrazione di essere soggetto “soltanto alla legge”.

Grasso avrebbe fatto sapere che, in caso fosse eletto, chiederà il collocamento a riposo. Degli altri non si sa ancora nulla, al di là dell’aspettativa richiesta per partecipare alle elezioni.

L’ormai ex Procuratore Nazionale Antimafia ha detto di voler riformare profondamente la Giustizia, certo conosce pregi e difetti dell’attuale sistema fatto di leggi che disciplinano diritti e doveri, che delineano procedure. Ma anche di uomini e mezzi, perché il servizio “Giustizia”, fondamentale per il buon funzionamento della società, dacché da sempre le regole dei diritto fanno la differenza (ubi societas ibi ius), come la loro applicazione, è un servizio complesso fatto di tanti tasselli che ne determinano unitariamente il buon funzionamento.

Corre da Ministro Grasso. Ma riuscirà a mantenere quel che, per la verità genericamente, si è ripromesso di fare?

Ma non potrà fare il Ministro della Giustizia. Quel ruolo spetta ad un politico “puro”. Così non è bene che alla Difesa ci sia un generale, alla salute un medico, all’economia un ragioniere ed allo sviluppo economico un imprenditore. I tecnici possono essere i consiglieri ma la decisione politica spetta a chi ha una visione della società nella complessità che le è propria.