Mattarella e il no a Savona ministro: dottrina costituzionale e precedenti

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 29 maggio 2018 6:12 | Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2018 2:29
Mattarella e il no a Savona ministro: dottrina costituzionale e precedenti

Mattarella e il no a Savona ministro: dottrina costituzionale e precedenti

Mattarella e la nomina dei ministri. Si è detto e scritto in questi giorni che un lato positivo della lunga gestazione del governo [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play è stato la “riscoperta” della Costituzione, quanto alla natura parlamentare dell’ordinamento costituzionale ed ai poteri del Capo dello Stato. Salvatore Sfrecola sviluppa una approfondita analisi sul suo blog, Un Sogno Italiano.

Sotto il primo aspetto è apparso presto evidente che, in mancanza di un partito o di una coalizione che avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, si dovesse dar vita ad un accordo tra vari partiti per la formazione del governo, come accade ovunque si vota con una legge elettorale di natura proporzionale. Così è stato, tanto per fare un esempio recente, in Germania, dove i partiti, la CDU e la SPD, che avevano collaborato nella precedente legislatura, pur essendosi scontrati duramente nel corso della campagna elettorale, hanno poi ritrovato le ragioni di una nuova collaborazione. Così in Spagna, il leader del Partido Popular, Mariano Rajoy, che ha solo sfiorato la maggioranza nelle Cortes, può presiedere un governo grazie all’astensione del partito socialista.

In Italia, i partiti che pure si sono aspramente confrontati nel corso della campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle e la Lega, dopo vari tentativi di dar vita a diverse coalizioni, hanno raggiunto un accordo, definito “contratto”, sulla base del quale si sono ritrovati su alcuni aspetti programmatici da porre a base di un nuovo governo ed hanno indicato al Presidente della Repubblica, quale Presidente del Consiglio dei ministri, il Professore Giuseppe Conte, che è stato incaricato da Sergio Mattarella, nel rispetto dell’art. 92 della Costituzione. A qualcuno è parso che i partiti della maggioranza abbiano in qualche modo imposto la loro indicazione, ma è certo che il Capo dello Stato, pur avendo un’ampia discrezionalità nella scelta, non può prescindere da quanto emerso nel corso delle consultazioni nell’ambito delle quali i partiti della maggioranza hanno delineato, sia pure per grandi linee, il programma del futuro governo ed indicato almeno una o più personalità cui affidare la guida dell’Esecutivo. Contestualmente appare coerente con l’autonomia del Presidente del Consiglio l’indicazione, proveniente dai partiti della maggioranza, delle personalità che saranno chiamate a ricoprire ruoli ministeriali, considerato che il perseguimento del programma politico delineato nell’indirizzo emerso in sede elettorale è nella disponibilità politica dei partiti chiamati a formare il governo.

Non è del tutto pacifica, invece, la regola che riguarda la nomina dei ministri. Nel senso che il potere del Capo dello Stato sconta la “proposta” del Presidente del Consiglio. Per Augusto Barbera e Carlo Fusaro (Corso di diritto pubblico, Il Mulino, 2001, 294) si tratta di una “autonomia giuridicamente piena con il solo temperamento di un eventuale radicale e incoercibile, quanto improbabile, dissenso presidenziale, da considerarsi del tutto eccezionale”.

Costantino Mortati, uno dei massimi studiosi del diritto costituzionale, membro dell’Assemblea costituente, ritiene la proposta del Presidente del Consiglio “deve ritenersi strettamente vincolante per il capo dello stato” in ragione del principio di supremazia conferito al Premier “e della responsabilità a lui addossata per la condotta politica del gabinetto: responsabilità che, ovviamente , non potrebbe venire assunta se non potesse giovarsi, per il concreto svolgimento della medesima, di un personale di sua fiducia”. Lo stesso considera “degenerativa” la prassi che ha “condotto ad affidare ai partiti la designazione delle persone da prescegliere per le cariche ministeriali, o addirittura dei dicasteri cui assegnarle” (Istituzioni di diritto pubblico, tomo I, 1975, 568).

In sostanza, il Capo dello Stato non potrebbe rifiutare alcuna nomina (così Paladin), salvo il caso estremo di palese mancanza dei requisiti di moralità e tecnici richiesti per l’ufficio. Questo anche nella considerazione che il Presidente della Repubblica è estraneo all’indirizzo politico definito in sede elettorale, con esclusione dei governi cosiddetti tecnici o presidenziali in relazione ai quali si realizza naturalmente una maggiore influenza del Capo dello Stato. La storia ci dice che a volte il Presidente non ha condiviso la indicazione del Presidente del Consiglio suggerendo altri nomi o, più spesso, un diverso incarico ministeriale. Il tutto nel silenzio dello studio presidenziale, sicché di questi dissensi si ha una eco mediata dal racconto degli interessati, dagli articoli dei “quirinalisti”, dalle polemiche giornalistiche.

Più volte i presidenti hanno dato preventivamente una indicazione alla quale i Presidenti del Consiglio si sono attenuti. Così Sandro Pertini il 31 marzo 1980 aveva invitato il Presidente del Consiglio incaricato a considerare l’idoneità morale e tecnica delle persone da proporre quali ministri. Allo stesso modo il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva scritto il 9 maggio 1994 al Presidente del consiglio incaricato Silvio Berlusconi una nota relativa tra l’altro alle caratteristiche politiche che avrebbero dovuto possedere i ministri, in particolare quelli degli esteri e dell’interno, tradizionali settori di interesse per il Capo dello Stato in  funzione della sicurezza interna e dei rapporti internazionali del Paese. Un tempo rispondeva alla stessa logica l’indicazione del Re per i ministri degli esteri e della Guerra. Oggi si giustifica l’attenzione del Capo dello Stato per il Ministro dell’economia, considerati i vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea. E difatti si è discusso della contrarietà del Presidente della Repubblica rispetto alla indicazione del Professore Paolo Savona a Ministro dell’economia, considerate talune sue idee in materia di Unione europea e di Euro.

Alla ricerca dei precedenti, sempre utili, per inquadrare gli eventi del momento, si ricorda che Pertini disse no a Francesco Cossiga su Clelio Darida alla Difesa (1979), che andò alla Giustizia, Scalfaro a Silvio Berlusconi su Previti alla Giustizia (1994), Ciampi a Berlusconi su Maroni alla Giustizia  (2001), Gorgio Napolitano a Renzi su Gratteri alla Giustizia (2014).

Inevitabili ulteriori polemiche. L’insistenza di Lega e M5S è stata criticata come una forma di pressione indebita, come sostiene Sabino Cassese sul Corriere della Sera di ieri (La partita delle regole).

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