Politici: la Corte dei Conti spaventa più del carcere, la prescrizione li salva

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 18 Giugno 2013 6:54 | Ultimo aggiornamento: 17 Giugno 2013 22:58
Politici: la Corte dei Conti spaventa più del carcere, la prescrizione li salva

La sede della Corte dei Conti

Vorrei tornare con un commento sulla polemica che è stata aperta a Torino da parte dei politici di tutti i partiti (con tre sole eccezioni, la ex presidente della Regione Mercedes Bresso e due di Beppe Grillo) contro la Corte dei Conti, di cui io ho presieduto la sezione giurisdizionale per il Piemonte.

Ha destato un certo scalpore, probabilmente a causa del titolo “Sfrecola attacca i politici su Twitter: “Preferiscono una condanna penale””, che gli ha attribuito La Repubblica, a firma Ottavia Giustetti, un articolo pubblicato ieri, che è apparso come il seguito della polemica sollevata dal Consiglio regionale a seguito delle indagini penali e contabili sui rendiconti dei gruppi consiliari regionali.

Il tweet era così formulato “alcuni politici preferiscono essere soggetti all’azione penale anziché a quella risarcitoria del Procuratore della Corte dei conti”. L’ho detto più volte, anche in occasione di convegni e tavole rotonde, spiegando il perché.

È una considerazione frutto dell’esperienza e dell’osservazione degli atteggiamenti dei politici. Di fronte ad indagini parallele delle due Procure della Repubblica, la penale e la contabile, quando gli illeciti hanno rilievo nei due ordinamenti, la reazione dei politici coinvolti, a Roma come nelle regioni e negli enti locali, la rivendicazione dell’innocenza, assume costantemente la forma della difesa dell’autonomia degli enti che sarebbe lesa quando vi è riconoscimento di una responsabilità per danno erariale nei confronti del politico indagato.

Anche quando i reati per i quali procede la Procura della Repubblica sono gravi, dal peculato alla corruzione alla concussione, la polemica si sviluppa prevalentemente nei confronti delle indagini svolte dal Procuratore della Corte dei conti.

La Corte dei Conti non minaccia una sanzione penale del tutto ipotetica, sempre messa in forse dalla prescrizione comunque incombente; minaccia invece una  azione di responsabilità per danno erariale, compreso quella per danno all’immagine della pubblica amministrazione.

Inoltre, l’azione contabile è più celere e pertanto difficilmente è colpita dalla prescrizione, e, soprattutto, si conclude, ove sia accertata la responsabilità, con una condanna al risarcimento del danno provocato, spesso di parecchie migliaia di euro.

Il nostro sistema giudiziario penale non desta nel mondo politico quella preoccupazione che invece caratterizza l’azione di responsabilità amministrativa, di natura risarcitoria.

Questo deriva dal fatto che il processo penale, nell’ambito del quale il rinvio a giudizio ha certamente effetti mediatici immediati, in quanto la notizia delle indagini e delle incriminazioni, come quella di una sentenza di condanna in primo grado, campeggia subito sui mezzi di informazione, si prolunga nel tempo e si conclude assai spesso con la prescrizione.

I politici, poi, pensano che gli italiani hanno in genere la memoria corta. Infatti, a distanza di pochi mesi dai casi Lusi e Fiorito, mentre continua l’esame dei rendiconti dei Gruppi consiliari regionali qua e là per l’Italia, molti politici che avevano scelto la via del silenzio tornano ad alzare la testa, a polemizzare con la stampa e con la magistratura. E lo fanno in nome dell’autonomia che non ha niente a che fare con gli illeciti commessi dai singoli.

Appare evidente che non c’è nessuna autonomia messa in discussione se la Corte indaga. Intanto perché la Corte conti è una istituzione della Repubblica, una magistratura e quindi quando agisce non mette in dubbio nessuna prerogativa costituzionale degli enti. Inoltre va sempre ricordato che c’è una regola antichissima che io richiamo sempre, quella che, in presenza di una gestione di denaro pubblico, chi ne è il titolare deve rendere conto alla comunità dell’attività svolta. Il che vuol dire all’autorità politica ed alla Corte dei conti.