Poteri forti, politica debole. Ma le regole le scrivono i partiti…

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 4 maggio 2018 5:22 | Ultimo aggiornamento: 3 maggio 2018 12:42
Una regola non scritta. Poteri forti, politica debole. Ma le regole le scrivono i partiti...

Poteri forti, politica debole. Ma le regole le scrivono i partiti… (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Non è raro che nella analisi dei fatti della politica vengano confusi cause ed effetti. E così, a proposito della rappresentazione che, alla ricerca di una maggioranza di governo, in questi giorni i partiti offrono ai cittadini Angelo Panebianco, in un editoriale sul Corriere della Sera del 28 aprile (“I veri poteri forti. Stereotipi (e bugie) sull’Italia di oggi”) fa intendere che la situazione di stallo sia dovuta all’assenza, nelle consultazioni, delle delegazioni dei “poteri forti”, che indentifica nei vertici delle magistratura (ordinaria, amministrativa, costituzionale) e nella dirigenza amministrativa.

Lettore attento e, il più delle volte ammirato del politologo bolognese, non solo per quel che scrive sul Corriere ma anche per i suoi saggi, stavolta non concordo. Non condivido, in particolare, la tesi che “gli orientamenti di queste tecnostrutture statali sono cruciali”. Nel senso che, secondo Panebianco, “può anche formarsi un governo senza la loro benedizione ma in tal caso la sua navigazione sarà inevitabilmente agitata e precaria, e i suoi esponenti saranno costantemente a rischio di decapitazione politica”.

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Già in queste frasi è evidente che quei poteri sono “forti” esclusivamente perché la politica è debole. Per una elementare constatazione, comune a quanti sanno di diritto. Sono i partiti che, in Parlamento e al Governo, scrivono le regole dell’amministrazione e della giustizia, i settori nei quali il Paese offre il peggio si sé, una burocrazia asfissiante e inefficiente, un fisco rapace, la mancanza di certezza delle regole. Tutto ciò che sconsiglia ad investire in Italia, tanto gli italiani quanto gli stranieri. Entrambi, infatti, trovano migliori occasioni di lavoro a pochi chilometri di distanza dai nostri contini, in quella Europa che avrebbe dovuto assicurare a tutti lo stesso fisco e gli stessi oneri di lavoro.

Mi sembra sufficiente per affermare che la politica è venuta meno al proprio ruolo che è quello di presentare ai cittadini una proposta di governo che, se condivisa dal corpo elettorale, diventa indirizzo politico dell’esecutivo. Se non si passa dalla promessa alla realizzazione ciò non può essere addebitato al “poteri forti”, amministrativi o giudiziari. Ciò è avvenuto, scrive Panebianco, quando “con la fine della Guerra fredda finì anche l’era del predominio dei partiti sulla vita pubblica”.

Troppo semplice. In realtà, fino a “mani pulite”, l’inchiesta sulla corruzione che da Milano ha decapitato i partiti che fino ad allora avevano gestito il potere in assoluta condivisione, chi dal governo chi dall’opposizione, la politica della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati aveva seguito l’onda benefica dell’impegno pressante nella ricostruzione post bellica affidata alla Pubblica Amministrazione e alle società a partecipazione statale. L’Italia, distrutta dalla guerra, è stata rimessa in piedi da una struttura pubblica della quale oggi pochi ricordano il nome “il genio civile”, mentre gli enti pubblici economici, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (I.R.I.) l’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.), l’Ente partecipazione e finanziamento industria manifatturiera (E.FI.M) e la Cassa per i Mezzogiorno realizzavano le grandi infrastrutture e assicuravano migliaia di posti di lavoro. Quel potere politico forte fu definito “partitocrazia” da Giuseppe Maranini perché occupava ogni poltrona, distribuendo il potere tra i partiti e le correnti dei partiti con la regola ferrea del “manuale Cencelli” basata sulla misura del consenso elettorale. I “boiardi” di Stato, come venivano definiti i dirigenti degli enti pubblici e delle società a partecipazione statale, facevano riferimento ai capi delle correnti delle quali alimentavano le casse, per finanziare giornali, organizzare i convegni con i quali ci si collegava alle categorie della cultura e del lavoro ed i congressi nei quali, il più delle volte, prevaleva chi disponeva delle risorse necessarie per comprare un numero adeguato di tessere.

Il denaro proveniva dalle imprese che, adeguatamente aiutate a prevalere nelle gare di appalto, si aggiudicavano lavori e forniture per molti miliardi (di lire). Il 3 luglio 1992, nel bel mezzo delle inchieste della Procura della Repubblica di Milano, Bettino Craxi, parlando alla Camera dei deputati, fu implacabile: “tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale”. Il finanziamento dei partiti e delle strutture andava avanti così da anni. Ma va anche detto che le opere si facevano e il PIL cresceva.

Caduti i capi storici della partitocrazia, Andreotti, Forlani, e gli altri “cavalli di razza” della D.C. e non solo, sono giunti al potere quelli delle seconde e terze file, gente modesta con scarsa esperienza della politica e dell’amministrazione che ha cercato soprattutto a tirare a campare, a sopravvivere dimenticando l’insegnamento di De Gasperi, secondo il quale “la differenza fra un politico ed uno statista sta nel fatto che un politico pensa alle prossime elezioni mentre lo statista pensa alle prossime generazioni”.

E così, in assenza assoluta di statisti degni di questo nome, la politica “debole” ha cominciato a smantellare quello che poteva apparire un potere “forte”, la Pubblica Amministrazione, dimostrando, fra l’altro, di ignorare che le realizzazioni dei governi passano attraverso la capacità degli uffici dell’Amministrazione pubblica di realizzare il programma di governo. Si è così operato su un doppio binario, quello della disarticolazione delle strutture amministrative, secondo la tradizionale regola del “divide et impera”, attraverso la moltiplicazione degli uffici e dei posti di funzione, molti dei quali sono stati assegnati, sulla base dello spoyl sistem ad estranei di provata fede politica ma, il più delle volte, di modesta preparazione professionale spesso senza alcuna esperienza. Con la conseguenza che la politica ha finito per alienarsi la simpatia dei funzionari vincitori di concorso i quali hanno visto frustrate le loro aspettative di carriera per cui, mortificati nella loro dignità di servitori dello Stato, hanno risposto nell’unico modo per loro possibile, con l’inefficienza. Nella maggior parte dei casi riducendo l’entusiasmo nell’esecuzione del lavoro.

Analoga situazione si è verificata nelle magistrature, soprattutto amministrativa e contabile, cioè la Corte dei conti (dimenticata da Panebianco) i cui vertici sono stati falcidiati dalla normativa che ha ridotto i limiti di età. Renzi lo ha fatto ritenendo (o essendogli stato fatto ritenere) che così avrebbe fatto un piacere ai più giovani, anche per aver escluso dai ruoli di grand commis d’Etat coloro che avevano consentito ai Presidenti del Consiglio ed ai ministri di avvalersi di loro come Capi di Gabinetto, e degli Uffici legislativi o consiglieri giuridici. Funzione che so controversa ma che, se attribuita a personalità con alto senso dello Stato, non ha mai fatto confusione sui diversi ruoli ma favoriva buona amministrazione e buona legislazione. Ricordo che, da giovane funzionario, prestai servizio nel 1979 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il cui Ufficio legislativo (oggi Dipartimento per gli affari giuridico e legislativi – DAGL) era retto da Giuseppe Potenza, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, chiamato con timoroso rispetto “il legislatore”, autore, insieme a Guido Landi, di quel Manuale di Diritto Amministrativo sul quale si sono formati migliaia di pubblici funzionari e magistrati.

Allo sbaraglio, come ha dimostrato massimamente il Governo di Matteo Renzi formato da politici di scarsa o nessuna esperienza e preparazione professionale che si è dilettato nel fare la guerra a funzionari e magistrati, il governo è nel guado e non c’è dubbio che a lungo vi rimarrà perché gli errori si pagano nel tempo, come quelle derivanti dalle “leggi Bassanini”, delle quali lo stesso autore si sarebbe pentito, le quali hanno alterato l’assetto delle amministrazioni senza che al preesistente si sostituisse un quadro normativo ed operativo più moderno ed adeguato alle esigenze del momento.

Poteri forti? Macché, caro Professore Panebianco, classe politica debole, anzi debolissima, senza esperienza dacché nella tanto vituperata prima repubblica nessuno avrebbe pensato di mettere a presidente del Consiglio una persona con la sola esperienza di sindaco di Firenze, città bellissima, nel cuore di tutti gli italiani, ma con un numero di abitanti pari a quelli di un municipio di Roma, o ministro delle infrastrutture e dei trasporti (già dei lavori pubblici, dei trasporti e della marina mercantile, da far tremare i polsi di un politico di lungo corso) un Graziano Delrio già sindaco di Reggio Emilia, una città con poco più di 100 mila abitanti. Per non dire di Maria Elena Boschi, messa a studiare nientemeno che la riforma della Costituzione, e di Marianna Madia con zero esperienza, come si sapeva e come si è potuto verificare, incaricata della Pubblica Amministrazione e dell’innovazione, un ministero chiave dove si dovrebbe studiare il modo di far funzionare più celermente e con meno burocrazia. E si invia in Europa quale responsabile della politica estera e di sicurezza comune e Vice presidente della Commissione europea Federica Mogherini le cui dichiarazioni pubbliche sono di una imbarazzante ovvietà. “Lavoriamo per la pace” è la sua frase preferita.

Questi i problemi dei partiti, del governo e del Paese. Altro che dietrologie sui poteri forti. Che anche se fossero effettivamente forti dovrebbero battere il passo dinanzi ad una politica autorevole. In fin dei conti lo riconosce Panebianco per il quale “l’incultura di molti parlamentari contribuisce al risultato (riassumo: l’incapacità di far fronte ai problemi economici e finanziari del Paese; n.d.A.) ma la sudditanza della politica rispetto all’amministrazione (la sola in possesso delle competenze tecnico-giuridiche) fa sì che su quest’ultima ricadano responsabilità pesanti. O si pensi ai gravissimi danni economici a carico della collettività prodotti da avventati procedimenti giudiziari contro aziende, i quali, molti anni dopo, finiscono, spesso, con assoluzioni «per non aver commesso il fatto». Per formazione (esclusivamente giuridica) e per forma mentis , gli esponenti di quelle tecnostrutture sono spesso refrattari a qualunque calcolo economico, e disinteressati – quando non ostili per principio- alle esigenze di aziende e mercati”.

Dunque, come ho scritto iniziando, si confondono le cause con gli effetti.

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