Riforma della riforma: lo Stato tolga poteri alle Regioni, fonte di sprechi e caos

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 11 Novembre 2014 7:57 | Ultimo aggiornamento: 11 Novembre 2014 7:57
Riforma della riforma: lo Stato tolga poteri alle Regioni, fonte di sprechi e caos

La riforma del processo civile e della magistratura causa di un braccio di ferro fra giudici e Governo

Salvatore Sfrecola ha pubblicato questo articolo anche sul suo blog, Un sogno italiano.

Di quali riforme ha bisogno l’Italia? “Effettivamente” bisogno, come ha voluto precisare Domenico Giglio, Presidente del Circolo di cultura ed educazione politica “Rex” dove ho parlato domenica 9 su questo tema attualissimo. Proprio all’indomani dell’articolo di Stefano Folli che su Repubblica ha segnalato l’intenzione di Giorgio Napolitano di lasciare la carica di Presidente della Repubblica ai primi del 2015, forse già dandone notizia nel messaggio di fine anno.

Dimissioni già nell’aria ma che, alla vigilia dell’esame parlamentare dell’Italicum, la proposta di riforma della legge elettorale sulla quale si giocano i destini di molte forze politiche, assumano una connotazione nuova. Condizionate dal premio di maggioranza, a seconda se al partito che ottiene i maggiori consensi anziché alla coalizione più votata, o dalla soglia di sbarramento per entrare alla Camera.

Sì a Montecitorio, perché l’Italicum riguarda solo quell’Assemblea e non il Senato, per il quale si voterebbe con il consultellum, la legge sopravvissuta alla sentenza della Corte costituzionale che ha travolto il porcellum reo, tra l’altro, di aver abolito le preferenze.
Una confusione non di poco conto.
Mentre ci si interroga su cosa farà il Capo dello Stato, e più sul suo possibile successore, a Roma, sempre domenica 9, si è tenuta un’assemblea straordinaria dell’Associazione Nazionale Magistrati dai toni molto tesi. I magistrati italiani lamentano di essere stati messi alla gogna per la questione delle ferie, una bufala gigantesca, una questione che si è fatto di tutto perché la gente non capisse di cosa effettivamente si tratta, mentre la riforma della Giustizia civile e penale non va avanti.

Perché il decreto legge appena convertito dalle Camere non centrerà l’obiettivo di ridurre i tempi della giustizia civile. Mancano uomini e mezzi, soprattutto cancellieri, senza i quali non si tengono udienze e non è pensabile che i 1000 promessi dal Ministro Orlando rispetto ai quasi 10 mila mancanti possano dare un respiro di sollievo ai tribunali in affanno.
Nessuna significativa riforma delle procedure, ha spiegato Rodolfo Sabelli, Presidente dell’ANM ad Omnibus, la trasmissione mattutina di approfondimento de La7, che ha messo in evidenza l’assurdo di un processo penale che ha le stesse regole sia che si giudichi uno scippatore, sia che alla sbarra sia un corruttore o un corrotto. Ed ha richiamato le richieste dell’Associazione di intervenire sulla prescrizione, sul falso in bilancio, sull’autoriciclaggio.

In proposito ho segnalato anche l’eccessivo ricorso al giudice che grava su tribunali e Cassazione come dimostrano per quest’ultima i numeri, decine di migliaia di sentenze l’anno, quando le Corti Supreme degli USA, del Regno Unito o della Francia non ne emettono più di qualche decina. Riforma insufficiente quella proposta dal Governo, che non risponde alla richiesta di giustizia che proviene dai cittadini e dalle imprese.
C’è dell’altro. Nel Paese che si sfalda sotto la pioggia, dove i fiumi esondano ad ogni temporale, con danni a persone e cose, manca un piano di tutela del territorio sicché si spende più per riparare i danni di quanto sarebbe necessario per mettere in sicurezza le città, le foci dei fiumi, i litorali squassati da veri e propri tifoni.
Dov’è, mi sono chiesto, quell’Amministrazione che sapeva tenere sotto controllo il territorio e i fiumi, dov’è finito il servizio idrografico, orgoglio del Ministero dei Lavori pubblici? È una funzione passata alle regioni e lì defunta, come altre, come la gestione delle reti e delle infrastrutture delle quali l’Italia ha urgente bisogno. Quell’improvvida modifica del Titolo V della Costituzione, voluto dalla sinistra nel 2001, che ha trasformato funditus l’ordinamento giuridico rendendolo inadeguato e fonte di continuo contenzioso, tanto che la Corte costituzionale giudica prevalentemente su conflitti Stato-Regioni.
Pensate che quella riforma ha fatto delle regioni il legislatore generale, un tempo prerogativa dello Stato. Per definizione un assurdo. Oggi tutti dicono di voler riformare quella riforma. Intanto i mali sono stati fatti e l’Italia procede impacciata senza avere occasioni di crescita dell’economia. Come nel caso del turismo, la nostra più importante risorsa, trascurata al punto che siamo stati superati da altri paesi in tutte le statistiche. Ricchezza e posti di lavoro perduti in un momento di particolare crisi.
A fronte di questa situazione di gravi difficoltà economiche, rese evidenti dalla recessione sempre più pesante, la maggioranza si trastulla tra slogan e battutine che vorrebbero essere spiritose, condite da provvedimenti normativi adottati con procedure d’urgenza, laddove la materia non lo richiederebbe, anzi lo vieterebbe. Con l’aggravante che il Parlamento viene espropriato delle sue prerogative costituzionali in quanto quei decreti legge vengono approvati con mozione di fiducia che non ammette emendamenti.
È una grave lesione della democrazia parlamentare. Lo conferma la “riforma” del Senato che dovrebbe diventare una sorta di dopolavoro dei consiglieri regionali. Non si vuole l’elezione popolare. Senato travolto dalla polemica sul bicameralismo perfetto o paritario che denuncia una lentezza nella attività legislativa, dovuta alla doppia lettura, che non trova conforto dei dati. Anzi, spesso la seconda camera ha consentito di evitare errori o di mettervi riparo. E questo senza negare che una distinzione dei ruoli tra le due assemblee legislative è stata da tempo delineata, con identificazione per il Senato di funzioni connesse al controllo sulla finanza pubblica ed alla tutela delle autonomie.
Infine sono tornato sul tema che tratto spesso, la riforma della Pubblica Amministrazione, lo strumento principe dei Governi per perseguire le politiche pubbliche.

Una revisione delle attribuzioni e delle procedure, per semplificare e rendere più efficiente la burocrazia, veramente al servizio del Governo in funzione delle esigenze delle persone e delle imprese. Si poteva far molto, ma poco si è fatto con il solito decreto-legge che sciabola a destra e a manca non essendo state individuate le norme da cambiare, per rendere più efficiente il potere pubblico a tutti i livelli di responsabilità. Potere pubblico che, non dobbiamo dimenticarlo quando parliamo di spesa pubblica, costituisce il più grande operatore pubblico del Paese. Per cui vanno combattiti gli sprechi e la spesa inutile attraverso una intelligente revisione delle forniture di beni e servizi senza far venir meno l’efficienza della P.A.. Un’opera non semplice, ma che può essere condotta in tempi brevi solo che si sappia dove si deve tagliare e quali ne saranno le conseguenze sulle imprese di riferimento alle quali va fornita un’alternativa che non sia il licenziamento del personale.
Per concludere, idee poco chiare nascoste sotto slogan e slide laddove sarebbero agevoli interventi mirati in una prospettiva di crescita e sviluppo. Perché le imprese tornino ad assumere. Cosa che gli imprenditori fanno se ci sono commesse, non se si cambiano le regole del “mercato” del lavoro.