Salvini, messaggio a Milano e al Grande Nord: liberarsi di Di Maio prima che…

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 24 novembre 2018 11:38 | Ultimo aggiornamento: 24 novembre 2018 11:38
Matteo Salvini (nella foto), messaggio a Milano e al Nord: liberarsi di Di Maio prima che...

Salvini, messaggio a Milano e al Nord: liberarsi di Di Maio prima che…

Il presidente Mao diceva: se stai picchiando un cane e il cane cade nel fiume, tu continua a picchiarlo. È esattamente quello che sta facendo Matteo Salvini con Giggino Di Maio: ogni giorno una pena, una gioia mai, è il lamento di Giuseppe Turani in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business.

D’altra parte, l’ostinato inseguimento della decrescita infelice finirà per perdere i 5 stelle. Loro non lo sanno, perché al Nord quasi non esistono (a parte Torino, grazie alla guerra No Tav), ma nelle città del vecchio triangolo, se potessero, li manderebbero al rogo. E non è difficile capire perché.

Milano è ben amministrata e “sente” di avere il vento in poppa. Ha voglia di affari e di fare. Di stare ancora meglio. È certamente europea e pro-euro, considera i 5 stelle uno sbaglio del profondo Sud, un’anomalia con tratti dementi (chiusura domenicale dei negozi). In sostanza, quello grillino è un mondo che Milano semplicemente rifiuta: non interessa, roba per sfaccendati.

Torino ha ricevuto la scossa delle 7 madamin (signore professioniste in realtà) e ha capito che sotto la guida dei grillini sta andando a fondo. La città, che per decenni ha ruotato intorno alla Fiat, non vive un momento felice, ma era riuscita a rialzare la testa, grazie alla cultura, al turismo e a tanta industria molto specializzata, alla ricerca (il Politecnico di Torino, insieme a quello di Milano e di Bari, è un’eccellenza internazionale). Arrivati i 5 stelle si è bloccato tutto: non si fa niente. Guai a chi osa toccare un solo mattone. E, naturalmente, guerra santa alla Tav, che avrebbe il pregio di rimettere Torino nel grande circuito europeo.

Genova è un po’ come Torino, con la grande industria di Stato al posto della Fiat. Per di più la Liguria è una regione con una popolazione che sta invecchiando, i giovani se ne vanno, come se fosse la Calabria. Il crollo del ponte Morandi ha fatto scattare però qualcosa: la città ha capito che la sua storia (quella che l’aveva portata a dominare i mari, prima, e poi a essere una delle protagoniste del miracolo economico) non è finita. Ci può essere una nuova primavera. Basterebbe, forse, liberarsi di Toninelli e del governo e passare tutto nelle mani del sindaco e del governatore.

Il Nord, questa è la realtà, è tornato a sognare. Salvini, che è furbo, manda segnali di grande comprensione e di vicinanza (i suoi uomini, discretamente, erano in piazza il 10 novembre, sia pure senza bandiere, come richiesto). E lascia capire che il problema ha un nome e un cognome: Luigi Di Maio e la sua banda di scervellati. E c’è anche un secondo messaggio in codice: ce ne dobbiamo liberare alla svelta.

Forse anche prima delle elezioni europee. Per fare che cosa? Un governo Salvini-Berlusconi-Meloni. Con quali voti? Si vedrà. L’importante è liberarsi di Di Maio, Conte e compagnia cantando. Tutti a casa, senza reddito di cittadinanza e forse senza nemmeno quota 100.

Intendiamoci, Salvini non è Gesù. È un pasticcione demagogo, a cui piace più stare in giro a far comizi che governare. Ma, rispetto agli svalvolati a 5 stelle, è quasi uno statista.

Questo ci passa per oggi la storia.

Intanto il pubblico minuto (il “popolo”) ha voltato le spalle ai Btp, suo tradizionale e rassicurante investimento, e anche gli investitori istituzionali sono stati prudentissimi. Il commento è molto semplice: la gente non si fida dei titoli di Stato italiani. Probabilmente sta commettendo un errore (non siamo in default), ma certo non hanno rasserenato l’aria tutte queste polemiche con l’Europa. La gente, come dicono i sondaggi, continua a preferire Lega e 5 stelle, ma quando si tratta di soldi sceglie di tenerli in tasca. O, magari, di metterli su qualche solido mattone, come si faceva una volta.

Questo, curiosamente, accade quando lo spread, invece, mostra segni di miglioramento. E questo è un altro elemento significativo: i mercati ritengono che nel braccio di ferro fra Unione europea e Italia alla fine la spunterà Bruxelles e Roma dovrà rivedere le sue posizioni più dure. La strada, peraltro, è molto semplice: si tratta solo di rinviare di mesi, o forse addirittura al 2020, le cose più costose.

Il governo potrà sempre dire che farà quanto è stato promesso in campagna elettorale (anche senza specificare esattamente i tempi), e la Commissione Ue potrà dirsi soddisfatta. D’altra parte, questa sembra essere già la strada che il ministro Tria sembra voler percorrere, sia pure con molta prudenza per non irritare i due vicepresidenti, che sono entrambi tipi permalosi e nervosi.

Ma non può stupire che dentro questa specie di commedia dell’arte, la gente comune (e anche gli investitori istituzionali) perdano un po’ la testa. Tutto andrà a posto, ma proprio sicuri non si può esserlo.

Nel dubbio i soldi rimangono dove sono. Per comprare Btp o altro titolo di Stato c’è tempo. Ogni anno il governo italiano deve trovare 400-500 miliardi sul mercato: quindi le emissioni non mancheranno.

Meglio aspettare, allora, che le nubi se ne vadano e che la manovra sia approvata con tanto di timbri del parlamento e con la benedizione di Bruxelles.

Italiani brava gente, ma anche ragazzi prudenti.