Scuola, precari stabilizzati. Ma gli studenti non si spostano

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 2 Settembre 2015 8:00 | Ultimo aggiornamento: 2 Settembre 2015 1:50
Scuola precari stabilizzati ma gli studenti non si spostano

(Foto d’archivio)

Questa degli insegnanti è una storia, un po’ indecente, che in parte racconta l’Italia. La vicenda è nota.  Lo Stato ha deciso di assumere 100 mila insegnanti precari, trasformandoli in professori a tempo indeterminato: posto e stipendio assicurati fino alla pensione. Ma c’è un problema: gli studenti stanno soprattutto al Nord, gli insegnanti soprattutto al Sud. E’ evidente che per parecchi aspiranti insegnanti si tratterà di fare una buona valigia e di emigrare: non in Irlanda o in Sud Africa, ma magari a Cuneo o a Pordenone.

D’altra parte, non si possono certo spostare intere scolaresche. La reazione del mondo dei professori è stata indegna di un paese per bene: questa – hanno detto molti di loro – è una deportazione. Certo, insegnare dall’altra parte della piazza del paese è più comodo. Ma deportazione?

Questa parola non l’hanno usata nemmeno i braccianti meridionali che negli anni Cinquanta sono emigrati al Nord a fare il “miracolo economico”. Sono partiti con le loro valigie di cartone, verso le periferie di Milano e Torino (spesso dividendo un letto in tre, a turno), si sono ammassati lungo le catene di montaggio. Sono diventati orgogliosi operai, hanno lottato con i loro sindacati per avere una vita migliore (“L’unica musica che il padrone sente è il rumore delle macchine ferme”, recitava un’immensa scritta sul muro di Mirafiori). A volte hanno fatto lotte anche durissime.

Ma non gli è mai venuto in mente di parlare di “deportazione”. E pensare che le orrende periferie dove sono andati a vivere erano chiamate, con molta proprietà, Coree. E qualche reparto in fabbrica, Vietnam. Ma quei ragazzi, quegli uomini e quelle donne, ci hanno regalato l’Italia nella quale viviamo, il nostro benessere di oggi.

Più di cinquant’anni dopo ci tocca assistere al delirio di signorini e signorine che giudicano una “deportazione” lasciare il paesello, la mamma e la fidanzata.

E che già stanno meditando (con la complicità dei loro sindacati, ti pareva?) di trovare un sistema per non muoversi: precari “stabilizzati” fino a quando non si libera una vera cattedra a due passi da casa. Insomma, faranno delle supplenze precarie al paesello, ma sono già in lista per un posto fisso non appena ce ne sarà uno raggiungibile a piedi o in bicicletta.

Dire che tutto ciò è una vergogna è solo fiato sprecato.