Se Renzi taglia le pensioni precipita il consenso nei ceti medi e alti: 6-7%

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 21 Agosto 2014 7:15 | Ultimo aggiornamento: 20 Agosto 2014 22:54
Se Renzi taglia le pensioni precipita il consenso nei ceti medi e alti: 6-7%

Giuseppe Turani: Se Renzi taglia le pensioni precipita il consenso di cui ora gode presso i ceti medi e alti: 6-7%

Giuseppe Turani ha pubblicato questo articolo anche su Uomini & Business.

Anni fa l’economista Giorgio Fuà aveva avanzato una proposta divertente. Per fare soldi lo Stato – scriveva – potrebbe percorrere strade inconsuete. Ad esempio, potrebbe vendere titoli nobiliari. Vuoi essere chiamato Conte di Gallarate? Versa subito 10 mila euro, poi ci sarà una tassa annuale. Vuoi essere il Duca di Poggibonsi? Benissimo, 20 mila euro. Non hai tutti questi soldi? Puoi fare il Barone di Tortona: 5 mila euro. E così via.

Gli economisti che girano intorno a Renzi sono meno fantasiosi e spiritosi. Pensano di mettere un altro “contributo di solidarietà” sulle pensioni elevate (non si sa quanto elevate). Ha detto lo stesso ministro del Lavoro Giuliano Poletti che ci stanno pensando: l’incertezza riguarda l’altezza dove collocare l’asticella della nuova imposta.

L’idea (stupidissima) ha varie controindicazioni. La prima riguarda una faccenda di voti. Un po’ tutti i sondaggi riservati fatti in questi giorni dicono che il Pd, come partito, può contare su un consenso che si colloca fra il 34 e 35 per cento. Poi c’è un 6-7 per cento “personale” di Matteo Renzi: media e alta borghesia che vedono nel premier un progressista svincolato dalla vecchia tradizione ottocentesca della sinistra.

Inoltre, c’è il fatto che chi ha una buona pensione di solito è anche un buon consumatore (ormai ne sono rimasti pochi). Mettere nuove imposte, sia pure mascherate da “contributo”, rischia di far precipitare il consenso di Renzi e, soprattutto, di gettare il paese ancora di più in recessione.

E questo, infatti, è il nodo d’autunno. Da un paio di settimane circolano varie ricette per uscire dalla crisi, ma tutte hanno un elemento in comune: le imposte. Se si vuole tornare a crescere, le imposte devono scendere. Più vanno giù, più l’economia va su.

Su questo punto sono tutti d’accordo: keynesiani, neo-marxisti, liberal, monetaristi. Il problema è che all’appello, per avere i conti in ordine, mancano almeno 20 miliardi di euro. E poi, volendo, bisognerebbe trovare altri 10 mila euro per dare un seguito al regalo di 80 euro.

Dove si trovano tutti questi soldi? La nostra pressione fiscale reale (tenendo conto, cioè, del fatto che alcuni non pagano) è ormai del 53 per cento sulle persone fisiche e del 75-80 per cento sulle imprese. In più siamo in recessione e la cura più immediata è appunto non un innalzamento, ma un taglio delle imposte.

E allora le strade sono solo due. O si fa, finalmente, un taglio violento nella spesa pubblica oppure si informa Bruxelles che non rispetteremo gli impegni europei, con relativa figuraccia internazionale. E il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea all’insegna dei lazzi e frizzi diretti al nostro paese.

Allora non resta che la fuga nell’iperspazio? No. C’è una terza strada: l’accordo programmatico con Bruxelles. Si va dai vertici della Ue e si concorda si sforare dai parametri per qualche anno: in cambio si presenta in piano dettagliato di rientro, con ben indicati i tagli di spesa pubblica, la riforma del lavoro, della giustizia. Il tutto monitorato giorno per giorno dalle autorità di Bruxelles.

Non è proprio come essere amministrati dalla Troika, ma quasi. E non sarà facile ottenere questo trattamento. La Germania è sempre diffidente. E la si può capire: sono anni che si parla di tagli della spesa pubblica, ma finora nessuno ha visto niente di significativo.

I 30 mila boscaioli siciliani (più di tutto il Nord e Centro) sono ancora lì a percepire i loro inutili stipendi. Le dieci mila società partecipate dagli enti locali (con il loro codazzo di amministratori, presidenti e amministratori delegati) sono sempre al loro posto.

Alcune non fanno proprio nulla perché non era previsto che facessero qualcosa: servono solo a distribuire stipendi a qualche trombato della politica.

Infilare le mani nella spesa pubblica italiana è come metterle nella bocca di un leone. E infatti finora nessuno ci ha provato sul serio.

Ma adesso Renzi dovrà decidersi. O lo fa lui o glielo fa fare Bruxelles. La stagione dei giochi, delle slides in tv e dei proclami è finita.

Adesso, se non si tirano fuori le forbici, la recessione va avanti e la nostra sovranità emigra a Bruxelles.