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Berlusconi non ha saputo cadere con stile, presidente imprenditore mai statista

di Senator
Pubblicato il 28 Novembre 2013 13:07 | Ultimo aggiornamento: 29 Novembre 2013 18:05
Berlusconi non ha saputo cadere con stile, presidente imprenditore mai statista

Berlusconi fa le corna in una riunione internazionale. Pessim immgine dell’Italia all’estero

Berlusconi è caduto in malo modo, com’era prevedibile, urlando sulla piazza lontano dal Senato. Dal Parlamento. Da quel Parlamento che, aveva sostenuto già nel 1994, non frequentava perché gli faceva “perdere tempo”.

In questi due episodi sta l’alfa e l’omega del personaggio, la sua concezione dello Stato, il suo disprezzo per la democrazia parlamentare di cui dà dimostrazione, tra l’altro, il porcellum, la legge, sempre difesa, che ha trasformato le assemblee, sede della sovranità popolare, in camere di nominati e non di eletti, come vuole la più elementare delle regole dello stato di diritto.

Conseguentemente i suoi Governi, che pure, nel 2001 – 2006 e nel 2008, poggiavano sulle più consistenti maggioranze della storia della Repubblica si sono distinti per l’abuso del decreto legge, al quale ricorreva, anche in assenza dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza, per evitare il dibattito parlamentare strozzato in sede di conversione del decreto con il solito maxi emendamento sul quale poneva la questione di fiducia così impedendo ogni modifica.

Con questa tecnica sono state effettuate le peggiori manomissioni della legislazione e delle regole dell’Amministrazione, resa ancora più pesante e inefficiente, quando dalle persone e dalle imprese provenivano richieste di semplificazioni necessarie per alleggerire il carico burocratico inutile che avvelena la vita di cittadini ed imprenditori. Forse perché lui, da imprenditore, certi problemi non ne aveva avuti, costantemente assistito dal potere politico che gli ha consentito di aggirare le leggi, come quando il suo amico Bettino Craxi, tornato d’urgenza da Londra, dove si trovava in visita di Stato, convocò d’urgenza il Consiglio dei ministri per consentire alle sue televisioni di tornare a trasmette dopo le decisioni del Pretore di chiuderle per violazione della legge sull’emittenza.

Assistito, ancora, quando gli furono assicurate agevolazioni per costruire quella Milano2 che è fra i suoi vanti da imprenditore.

Accusato dalle Procure della Repubblica di reati tipici degli imprenditori, dall’evasione fiscale alla costituzione di capitali all’estero, non ha cercato, “scendendo” in politica, di chiudere con quella passata esperienza ma ha continuato a gestire, sia pure per interposta persona, le sue imprese che si sono arricchite. Perché il Cavaliere, entrato in politica indebitato fino al collo, ha presto riequilibrato i conti. Del resto quale imprenditore oserebbe rifiutare la pubblicità alle televisioni del Presidente del Consiglio?

E così il “Presidente imprenditore”, che non raggiungerà mai la statura (absit iniuria verbis) di statista, esordisce non solo con il disprezzo del Parlamento ma con insulti ai magistrati, un ruolo per Il quale, afferma ripetutamente, occorre essere “dissociati mentali”.

Eppure quest’uomo ha costantemente ottenuto grande successo elettorale perché i moderati italiani lo riconoscono come il loro campione. Ha una straordinaria capacità di persuasione e convince tanti di essere veramente il difensore della libertà, il tutore della democrazia. Le sue parole d’ordine, anticomunismo e democrazia liberale, colpiscono un vasto elettorato.

Attore consumato, ricorderete la sceneggiata a ServizioPubblico da Michele Santoro quando spolvera la sedia dove poco priva sedeva Marco Travaglio, Berlusconi se la cava facilmente con una battuta o una barzelletta. E pensa di poterlo farla anche all’estero dove scherza da goliarda. Fa le corna in una foto ufficiale, torna a Roma vantando di aver corteggiato la presidente di una Repubblica baltica provocando la reazione ufficiale dell’ambasciatore.

In sostanza non è mai entrato nella parte. Tra l’altro circondato da mezze figure inopinatamente elevate al rango di ministro, sottosegretario, presidente di commissione. Sempre il peggio del peggio a Roma, come nelle regioni, nelle province e nei comuni, come dimostra la cronaca che riferisce di spese personali poste a carico dei bilanci pubblici. E, quando professionalmente qualificate, di yes men tanto inutili quanto pericolosi per cui le maggioranze più consistenti della storia parlamentare non sono riuscite a portare avanti quelle riforme che aveva promesso nel “contratto” con gli italiani, non la riduzione delle tasse che nella sua gestione sono aumentate, non il milione di posti di lavoro, che sono diminuiti, non la riduzione del debito che anzi, come ai tempi del suo amico Craxi, è aumentato. Un fallimento. Un ventennio perduto, che’ tanto è durata l’influenza di Berlusconi sulla politica italiana.

Se fosse stato uno statista avrebbe dovuto partecipare alla seduta finale, pronunciare il suo discorso, salutare e lasciare l’aula prima del voto. Invece ha preferito la piazzata, non smentirsi, per dimostrare ancora una volta di non essere un uomo delle istituzioni, ma un “bottegaio”, come l’aveva bollato Montanelli.

Quanto diverso da Giulio Andreotti, che pure aveva avuto problemi gravi con la magistratura. Quell’Andreotti che andava a farsi la barba a Montecitorio ogni mattina per incontrare nell’occasione i parlamentari, soprattutto i più giovani, per un consiglio, per una battuta.

No, Berlusconi non ha saputo cadere con stile. O meglio ha confermato il suo stile, quello di un uomo lontano dallo Stato e dalle istituzioni.