Berlusconi. Renzi lo ha rimesso in sella. Riforme? Bicamerale docet

di Senator
Pubblicato il 20 gennaio 2014 8:34 | Ultimo aggiornamento: 20 gennaio 2014 9:02
Berlusconi. Renzi lo ha rimesso in sella. Riforme? Bicamerale docet

Berlusconi ha già vinto. Per le riforme si vedrà

Mal consigliato dai cosiddetti “falchi”, da Verdini a Fitto, dalla Santanché alla Biancofiore, Silvio Berlusconi aveva chiuso la sua esperienza parlamentare nella presente legislatura nel peggiore dei modi. Con un comizio dei più squalidi, dinanzi a poche centinaia di fan trasportati soprattutto dal meridione sotto le finestre della sua abitazione in via dei Prefetti, dinanzi a Palazzo Grazioli. Mentre in Senato si decideva sulla sua decadenza a seguito della sentenza della Cassazione.

È stata una caduta di stile, che non aveva caratterizzato l’uscita di scena del suo amico Bettino Craxi, il quale in una storica seduta della Camera dei deputati si era assunto tutte le responsabilità della politica malata e corrotta, illegalmente finanziata da imprenditori privati ed enti pubblici venuti meno al loro compito di bene amministrare le sostanze degli italiani.

Tutto improperi verso la parte politica che aveva accelerato la sua decadenza, tutto insulti alla magistratura Berlusconi aveva dato agli italiani un’immagine molto diversa da quella del politico che nel 1994 era “sceso in campo” per salvare l’Italia dei moderati e dei liberali dal comunismo, anche se tutti sapevano che, in realtà, quella scelta “politica” mirava soprattutto a salvare le proprie aziende indebitate per circa cinquemila miliardi di lire, come scrivevano i giornali.

Quel “Presidente imprenditore”, nel quale avevano riposto fiducia milioni di italiani da sempre ostili alla sinistra, comunista o meno, ha poi governato o condizionato la politica per quasi venti anni, nei quali la sua immagine si è progressivamente logorata, come dimostra la perdita di ben sei milioni di voti nelle elezioni di febbraio, fino a quella squallida esibizione in cui ha confuso problemi personali e politici, come, del resto, sempre aveva fatto in precedenza, spesso in modo più convincente.

Molti si affrettarono quel giorno a cantare il de profundis del leader della destra dimostrando di non comprendere che, in ogni caso, quell’ex parlamentare, espulso dal Senato, manteneva comunque il controllo di una parte consistente dell’elettorato, uno schieramento con il quale Matteo Renzi, realista interlocutore della politica, non avrebbe potuto fare a meno di confrontarsi se avesse voluto portare a compimento quel programma con il quale aveva prevalso nelle primarie del Partito Democratico riscuotendo consensi anche a destra.

Così è stato. E sabato nella sede del PD in via del Nazareno a Roma i due si sono incontrati. Significativo il modo. Berlusconi che va da Renzi e lo incontra nella sede nazionale del Partito in un colloquio di circa due ore per parlare di legge elettorale e di riforme costituzionali, un tempo che dimostra come gli esperti dei due partiti si fossero già sentiti ed avessero raggiunto una intesa di massima.

In due ore, infatti, non si possono esaminare norme e regole del voto, né le materie costituzionali oggetto del colloquio sono di quelle per le quali basta un riassuntino per delinearne la portata. Perché la legge elettorale ha molteplici implicazioni sulla composizione del Parlamento e sulla governabilità del Paese, mentre la riforma del Senato e, soprattutto, la revisione della riforma del Titolo Quinto della Seconda Parte della Costituzione che dal 2001 pesano sulla vita istituzionale per i guasti nei rapporti Stato Regioni e tra le Regioni di cui è testimonianza il rilevante contenzioso che grava sulla Corte costituzionale.

La larga condivisione della quale parlano i giornali, sulla base delle dichiarazioni dei due protagonisti, non deve, tuttavia far ritenere che il più sia fatto, che non si nascondano insidie in prosieguo di tempo. Un po’ come accadde ai tempi della Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, quando sembrò che Berlusconi aderisse alla riforma delineata nelle varie relazioni. Allora mi chiedevo, ed ebbi ragione, perché mai Berlusconi avrebbe dovuto concedere al leader postcomunista la palma del successo nella riforma della Costituzione. Ed ebbi ragione perché all’ultimo il leader di Forza Italia si tirò indietro. E la Bicamerale produsse solo volumi di atti e documenti, come le altre Commissioni che l’avevano preceduta.

Cosa cambia oggi? È ancora possibile che Berlusconi, all’atto della realizzazione del progetto, si metta di traverso?

In teoria no. Perché oggi Berlusconi sembra aver timore delle elezioni, anche se, a volte, dice di volerle. Forza Italia è ancora in attesa di una leadership certa e condivisa per cui al Cavaliere può convenire di essere fedele alla parola data ieri per rinviare le elezioni al 2015, quando sarà riorganizzato il partito e consolidata la squadra.

A Renzi, invece, converrebbe andare al voto per il rinnovo delle Camere, insieme con le elezioni europee, una scadenza che il leader del PD deve guardare con qualche timore perché potrebbero avere un esito se non negativo non proprio esaltante, tale da offuscarne l’immagine.

Insomma un Berlusconi portato ad attendere per rafforzarsi ed un Renzi interessato a battere i tempi per sfruttare il suo successo alle primarie e l’indubbio appeal che riscuote oggi con il suo piglio decisionista.

Una partita a poker tra i due nella quale non tutte le carte sono nelle mani dei giocatori, tra chi bluffa e chi è pronto a calarle sul tavolo per vedere quelle che ha l’avversario. Una partita tutta da giocare, insomma.

Intanto Berlusconi torna in sella, nel senso che riprende una veste istituzionale, quella che non avrebbe dovuto dismettere quel giorno di novembre mentre il Senato votava la sua decadenza. In quella occasione è prevalsa l’emotività. O forse era necessaria per tenere il suo elettorato. Che certo avrà apprezzato ieri il senso istituzionale del leader dell’opposizione disponibile a discutere di riforme per consolidare il bipartitismo.