Pensioni. Piano Boeri iniquo, i pensionati derubati a milioni, non credono più allo Stato

a cura di Sergio Carli
Pubblicato il 27 luglio 2015 7:10 | Ultimo aggiornamento: 27 luglio 2015 7:59
Pensioni. Piano Boeri iniquo, i pensionati derubati a milioni, non credono più allo Stato

Pensioni. Piano Boeri iniquo, i pensionati derubati a milioni, non credono più allo Stato

ROMA – “Il programma con cui il presidente dell’Inps Tito Boeri ha esordito vuole sconfiggere la povertà con lo strumento inusuale della previdenza”. L’idea è totalmente scentrata:

“Vorrebbe togliere, come «atto d’equità», a pensioni più fortunate per finanziare le «uscite flessibili», ma si traduce in una nuova tassa per i pensionati”.

Sono parole che potrebbero uscire dalla “penna” elettronica di ogni persona dotata di senso civico e buon senso e non accecata dall’invidia e dall’odio sociale. Hanno però il peso di un macigno perché molto qualificati sono le autrici di questo articolo

, pubblicato dal Corriere della Sera col titolo: “Tagli alle pensioni: attenti a rispettare il principio di equitàe”: Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo. rispettivamente Professore di Economia e Consigliere di Sorveglianza Ubi; Attuario, ex Coordinatore Generale Statistico Attuariale dell’Inps.

Se anche si risolvessero i problemi tecnici, la proposta di Tito Boeri, scrivono Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo,

“sarebbe isolata in un mare tale di iniquità da non essere proponibile politicamente. La proposta cuore vorrebbe togliere, come «atto d’equità», a pensioni più fortunate per finanziare le «uscite flessibili», ma si traduce in una nuova tassa per i pensionati”.

Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo avvertono:

“Il patto previdenziale dello Stato con il cittadino non è scritto nella pietra, cambia per arginare le crisi e le variazioni demografiche, ma la sua revisione deve essere accettabile sul piano dell’equità complessiva del Paese”.

E aggiungono, a proposito del carico fiscale, che esso

“già grava pesante sulle fasce medio-alte: 10,9% dei contribuenti paga 51,2% dell’Irpef; più di 10 milioni di italiani versano in media 55 euro all’anno e quasi 800 mila dichiarano redditi nulli o negativi, contro una ricchezza media pro capite doppia di quella tedesca.

Per sostenere chi ha fatto scelte previdenziali a trattamenti bassi si colpisce chi ha contribuito a lungo regolarmente. Un prelievo da pensioni «ricche» a pensioni povere all’interno del sistema previdenziale cambia i termini della tassazione. Non senza conseguenze macroeconomiche: si tolgono porzioni di reddito pensionistico, tassate ad aliquote marginali Irpef del 38%-43%, per dare somme basse ad altri pensionati, che ricadrebbero nella no tax area o nel primo scaglione ad aliquote del 23%, s’abbassa il gettito Irpef, che lo Stato recupererà con nuove tasse o aumentando il debito. I più poveri di oggi sono andati in pensione nell’ultimo trentennio.

Sorprende che lavoratori che hanno vissuto il ciclo favorevole 1976-2007 abbiano pensioni così basse. L’occupazione è sempre cresciuta e la disoccupazione ha oscillato tra 6,5% e 9%, protetta da ammortizzatori più generosi di oggi, ma la contribuzione, soprattutto per donne, agricoli, autonomi, prosecutori volontari è stata bassa o insufficiente. Pensioni così basse in un ciclo favorevole significano evasione, elusione e sommerso. Risultano poveri o privi di reddito in Italia gli oltre 2 milioni di lavoratori dipendenti e autonomi in nero stimati dall’Istat e la malavita. A questi si aggiungono le elusioni per denunce parziali dei redditi e quindi dei contributi.

La povertà, dipende anche dal ruolo di ammortizzatore sociale che hanno svolto le famiglie e i pensionati; hanno sostituito uno Stato sociale che non sostiene la ricerca di primo impiego, la formazione e la lunga disoccupazione. Il reddito minimo garantito che viene proposto per gli over 55 senza lavoro e senza ammortizzatori è un problema di fiscalità generale, o meglio dovrebbe essere un nuovo ammortizzatore che copre il rischio di disoccupazione lunga, da porsi anche a carico delle imprese che licenziano, come negli Stati Uniti.

Sulla flessibilità in uscita vediamo pericoli tecnici e di politica del lavoro: sul piano tecnico è vero che la soluzione per un calcolo tutto contributivo della pensione, di chi vuole anticipare l’uscita dal lavoro, spalmerebbe il montante maturato in più anni, in relazione alla sua speranza di vita per il principio dell’equivalenza attuariale, ma tale calcolo genererebbe pensioni più basse di circa 20-30% per circa 7-10 anni di anticipo, impoverendo il futuro pensionato, che verrebbe sostituito da un giovane con un più basso livello di contribuzione. Ogni anticipo rispetto all’età legale aumenterebbe il numero dei pensionati peggiorando il rapporto con gli occupati, elemento chiave per valutare la sostenibilità di un sistema previdenziale a ripartizione. L’invecchiamento è uno dei cardini della buona gestione delle risorse umane di un Paese: politiche contrattuali e sociali che ricollochino e frenino la fuoriuscita dal lavoro farebbero risparmiare in sanità, assistenza, previdenza migliorando il benessere.
La normativa del contributivo prevede già un importo minimo di 2,8 volte l’assegno sociale per la pensione anticipata e per la pensione di vecchiaia un importo minimo di 1,5 volte l’assegno sociale. Il pensionato 70enne che non ha raggiunto questi minimi ha comunque diritto all’assegno sociale o parte di esso se ha un reddito inferiore.

L’ultimo punto della proposta sarebbe condivisibile ma non nel nostro Paese e se non si scontrasse con la legge di Stabilità 2015. L’ipotesi che un lavoratore o un pensionato paghi più contributi per garantirsi un reddito maggiore non convince: troppe sono le fonti di erosione improvvise e arbitrarie. La sfiducia nelle politiche previdenziali, che tolgono a chi ha contribuito di più e più a lungo, è già alta: ne è un esempio il taglio retroattivo del pro quota contributivo, vigente dal 2012, solo per chi ha contribuito oltre i 41 anni, anche se la pensione resta entro il limite di rendimento dell’80% della retribuzione (commi 707-9). Non si può pensare che i pensionati affidino altri risparmi all’Inps mentre vengono minati i loro incentivi razionali a farlo. Quando si tratta di fare cassa, la prima manovra, da 30 anni ad oggi, è bloccare la rivalutazione e abbassare il potere di acquisto delle pensioni per la vita residua”.