Sondaggi elettorali, c’è da fidarsi? No. Ecco perché

di Sergio Carli
Pubblicato il 6 Febbraio 2013 12:35 | Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio 2013 11:25
Sondaggi elettorali, c'è da fidarsi? No. Ecco perché

Una tabella di “Termometro politico”

ROMA – Sondaggi elettorali, c’è da fidarsi? No: il campione degli intervistati non è rappresentativo, i risultati non fotografano ma indirizzano l’opinione pubblica e i sondaggisti hanno più di un problema di conflitto di interessi. Sono le conclusioni di un’inchiesta che interpreta sospetti e perplessità diffuse, condotta da Romano Scozzafava, Edoardo Cicchinelli e Mario Staderini per Radicali italiani.

La diffusione dei risultati intenzioni di voto è un momento clou dei talk show, i talk show sono i programmi che occupano le posizioni centrali dei palinsesti televisivi dove le tribune politiche sono confinate in orari impossibili, gran parte degli italiani sceglie chi votare sulla base di quello che vede in tv. La tesi dell’inchiesta, insomma, è che i sondaggi siano attori e non osservatori della campagna elettorale:

Gli ultimi studi del Censis infatti, ci parlano di una popolazione che per il 98,8% guarda la televisione, per l’84% ascolta la radio, per il 62% usa Internet e solo per il 45,5% legge i quotidiani, con differenze notevoli tra fasce di età, scolarizzazione e residenza.

Sappiamo che il 70% degli italiani fonda le proprie scelte elettorali principalmente sulla base di ciò che vede in tv: nei telegiornali per i meno scolarizzati, i pensionati e gli abitanti della provincia; nei talk show per i più istruiti e i residenti delle città popolose. Ma non possiamo dimenticare che nel contesto televisivo italiano l’informazione è fortemente condizionata da conflitti d’interesse, lottizzazioni e sistematiche violazioni delle regole.

Prendiamo la Rai: dopo aver marginalizzato per più di 5 anni la tribuna politica lasciando spazio libero ai talk show, ha recentemente ripristinato le tribune elettorali con un’operazione ridicola: relegate in spazi di audience irrilevanti, disertate dai politici e televisivamente rese poco accattivanti. Ai vari talk show – governati completamente dall’arbitrio del conduttore sia per la “selezione” degli ospiti che per i temi trattati – è concessa la legittimazione di buone fasce d’ascolto ed è attraverso Ballarò, Porta a Porta e qualche raro giornale, che agli italiani è consentito formarsi un’opinione elettorale. Sono questi i principali committenti dei sondaggi d’opinione: trasmissioni che sommano all’anomalo potere di cui sono investiti, l’influenza generata dal massiccio ricorso ai sondaggi d’opinione.

Il campione degli intervistati è il primo punto debole dei sondaggi che l’inchiesta analizza, citando uno studio del professore Romano Scozzafava, ordinario di calcolo delle probabilità all’Università La Sapienza di Roma:

1. In tutte le indagini, il campione di riferimento è irrisorio: si tratta di 800-1000 persone su una popolazione di poco meno di 50 milioni di votanti. L’opinione di uno solo è rappresentativa per oltre 50.000 elettori!

2. Il metodo più largamente diffuso tra le società che fanno ricerche demoscopiche è il cosiddetto “C.A.T.I.”, ovvero interviste condotte tra gli abbonati alla telefonia fissa al netto dei numeri riservati. Ma solo il 56% delle famiglie italiane possiede un telefono fisso e la campionatura si basa solo sul nominativo del titolare del contratto telefonico; inoltre ogni metodo di intervista (telefono fisso, mobile, internet o face to face) corrisponde ad un diverso target, dunque un metodo di rilevamento più corretto dovrebbe tener conto di panieri multipli.

3. Il tasso di rifiuto nella partecipazione al sondaggio è elevatissimo (circa l’80%) abbastanza da mettere a rischio la rappresentatività del campione.

4. L’adozione di un’indagine che proponga risposte chiuse o aperte incide moltissimo sui risultati finali del sondaggio, eppure ogni volta manca l’indicazione del tipo di scelta. Inoltre mai viene esposto l’ammontare del margine d’errore, determinante per la credibilità di una ricerca.

5. Il margine di errore è di proporzioni enormi: ammonta a + o – il 3%! Le conseguenze sono due: innanzitutto perdono immediatamente senso le indicazioni pari o inferiori al margine d’errore perché se si afferma che un partito è al 5%, con un margine di errore di + o – 3 significa che quel partito potrebbe riscuotere nella realtà dal 2 all’8% dei consensi elettorali (non c’è bisogno di indagini per dire che nel campo del possibile esistono le alternative “essere” e “non essere” rappresentati in Parlamento). Diventano poi risibili le argomentazioni basate su variazioni di decimi percentuali (in più o in meno) tra i diversi partiti sotto al 4%, perché corrispondono alle risposte di 1-3 intervistati.

Perché allora i sondaggi sono tenuti così tanto in considerazione? L’inchiesta li paragona agli oroscopi. E in effetti si potrebbe concludere che i sondaggi sono così popolari perché, come gli oroscopi, la gran parte della gente non li ritiene affidabili ma tuttavia è curiosa di vedere cosa “prevedono”. L’indagine invece vede nella sovraesposizione di queste previsioni un modo per indirizzare l’opinione pubblica e compiacere il committente.

Dietro c’è una rete di conflitti di interessi che riserva delle sorprese. Il caso più eclatante, ma anche più trasparente, è quello di Alessandra Ghisleri di Euromedia Research, che ha raccolto il testimone del mai dimenticato Gianni Pilo, diventando la sondaggista di fiducia di Berlusconi e parte attiva nella campagna elettorale del Pdl, al punto da influenzare il grande capo sulla scelta dei candidati. Spiega Marco Staderini al Fatto Quotidiano:

“Prendiamo ad esempio la Digis una società con appalti nella Regione Molise, tra i quali il call center regionale. Quando si trattò di fare previsioni per il governatore uscente Michele Io-rio, candidato nuovamente alle regionali del Molise del 2011 per il Pdl, lo stimarono in vantaggio di 8 punti sul candidato di centrosinistra. Invece vinse con un vantaggio di appena lo 0, 79 % e nel frattempo le elezioni sono state annullate”.

Ma quello di Digis non è l’unico caso sotto la lente: “La Ispo di Renato Mannheimer – scrivono Radicali italiani – che fa ricerche per Porta a Porta e il Corriere della Sera, nel 2011 pubblicava una lusinghiera ricerca per il sindaco di Roma Gianni Alemanno, secondo cui il gradimento del primo cittadino si attestava al 57 %. A luglio 2012 l’assemblea capitolina nominava Mannheimer presidente dell’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici nel Comune di Roma. A quel punto Mannheimer ha promesso di non fare più sondaggi riguardanti il primo cittadino romano”.

Poi c’è la Swg, “che lavora per Raitre ed è controllata al 30 % da una finanziaria regionale del Friuli Venezia Giulia”. O la Tecnè, che lavora con l’Unità e Sky, “gestita da Carlo Buttaroni, già area Ds e oggi blogger del quotidiano vicino al Pd”.

Infine Euromedia research, di Alessandra Ghisleri, che fa rilevazioni per Berlusconi e Ipsos, di Nando Pagnoncelli, che lavora con Ballarò e per il Partito democratico. Insomma, secondo Radicali italiani, più che informare “alcuni media usano i sondaggi per formare l’opinione”. È provato, spiega ancora Staderini, che “queste ricerche influenzano gli elettori, infatti nei 15 giorni prima del voto vengono sospese”.

La tesi finale è che la tanto strombazzata rimonta di Berlusconi fa comodo al Pdl per costruire un clima di consenso intorno a un leader che fino a un mese e mezzo fa era dato per bollito. Ma non dispiace neanche al Pd di Bersani che può lanciare l’appello al “voto utile” contro un “nemico” meno sfuggente di Mario Monti e più collaudato – come spauracchio – di Beppe Grillo.