Ue a Monti, no quid con i sindacati su art.18? Spread su e stangata

di Sergio Carli
Pubblicato il 4 Aprile 2012 12:03 | Ultimo aggiornamento: 4 Aprile 2012 12:12

La terra è tornata a scottare sotto i piedi del Governo italiano. Si è tornati a parlare, in Europa, di imminenti nuove manovre, cioè nuove stangate. Lo spread ha toccato, a metà giornata del 4 aprile, quota 345, sopra la soglia di 340 definita da Monti nei giorni scorsi come la sua linea del Piave e si deve legare la ripresa alle incertezze sulla riforma del lavoro emerse dopo il vertice di ieri sera tra lo stesso Mario Monti e i segretari dei tre partiti che lo sostengono, Pdl (Angelino Alnfano), Pd (Pierluigi Bersani), Udc (Pierferdinando Casini.

Nel mettere in piazza un documento segreto della Commissione europea, il Financial Times ha dato la chiave per leggere la ripresa dello spread: “L’Italia può avere ottenuto un attimo di respiro dai mercati finanziari da quando Monti è arrivato al potere, ma a Bruxelles chiaramente pensano che i tempi duri per l’economia italiana stiano appena iniziando”. Lo stesso giornale, all’inizio di questa avventura di Governo tutto pro Monti, ha iniziato a prendere le distanze. Ha scritto Guy Dinmore da Roma: “La luna di miele sta sfumando”.

Una parte importante del documento sta in testa a Mario Monti come la corona di spine di questi giorni di Pasqua: è il capitolo dedicato alla riforma del lavoro e finora è stata taciuta dalle agenzie di stampa e dai giornali, nel documento, e anche nelle polemiche nei giorni scorsi.

Il Financial Times traduce in una semplice frase tutto il can can di questi giorni sull’articolo 18, tra diktat sindacali e vertici a palazzo Chigi: la Commissione richiama l’attenzione sugli sforzi di riforma del lavoro che “Monti ha improvvisamente trovato in calo di spinta (slowing momentum)” e dice “esplicitamente che Monti deve prevalere sui sindacati o l’Italia violerà il piano di riforma che ha concordato con Bruxelles e gli altri leader europei”. La parola violare è molto forte, sfiora il concetto di infrazione.

Così, mentre Pierluigi Bersani e Susanna Camusso lo strattonano per rendere in pratica inefficaci le nuove aperture in materia di licenziamenti, la Commissione europea scrive: “La Commissione ha seguito da vicino il dibattito fra Governo e parti sociali sui contenuti della riforma del lavoro…Bisogna mantenere il passo della riforma. La responsabilità di una rapida adozione di misure riformatrici efficaci è ora passata al Parlamento. Se è positivo che la bozza di proposta di riforma preveda un dialogo costruttivo con le parti sociali, è cruciale che l’obiettivo e il grado di ambizione della riforma restino coerenti con le sfide del mercato del lavoro italiano, in linea con le raccomandazioni del Consiglio”.

Il rifiuto di affrontare la riforma del Lavoro è stato una delle cause che portarono alla caduta di Berlusconi. Il tema è al secondo posto della lista dei compiti a casa che la Banca centrale europea ha assegnato, nell’agosto scorso, al Governo italiano. Da allora molte cose sono cambiate. Il rifiuto di Berlusconi era conseguenza del terrore dello stesso di cadere bruscamente e senza paracadute (come invece nei fatti ha ottenuto con l’atterraggio dolce su Monti), cosa di cui Umberto Bossi lo aveva minacciato se fosse stato toccato l’articolo 18. Ora Bossi è fuori dalla maggioranza e fuori gioco anche personalmente, c’era chi sperava che Monti fosse un tecnico senza altri obiettivi che mettere un po’ di cose a posto, invece ci siamo trovati davanti un demagogo che ha aggravato la recessione ma non sembra avere il quid per scontentare la Cgil e una parte del Pd.

Prepariamoci a nuove tasse, è la cosa più facile per tutti: Monti si è preso improperi e gloria, ma in realtà cominciò la coppia Berlusconi Tremonti, solo che lo fecero più subdolamente e con meno fanfara per loro e flagellazioni per noi. Ma lo riconosce proprio la Commissione europea che, nello stesso documento segreto, ha lodato le misure di austerity per 100 miliardi di euro, pari al 7 per cento del prodotto nazionale, prese dal Governo italiano a partire da maggio 2010. Ma, ormai è sapienza popolare, la storia la scrivono i vincitori e comunque gli ultimi arrivati.