Sforare il deficit si può E’ ora di fare un sacco di debiti

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 25 Giugno 2015 13:09 | Ultimo aggiornamento: 25 Giugno 2015 13:09
Sforare il deficit si può E' ora di fare un sacco di debiti

Giorgio La Malfa

ROMA – Giuseppe Turani ha scritto per Uomini & Business un articolo intitolato “E’ ora di fare un sacco di debiti“. Turani suggerisce di percorrere la “seconda via di La Malfa“, e cioè quello di sforare il rapporto deficit/Pil (cioè quello del patto di stabilità) per una giusta causa. L’Italia dovrebbe, secondo lui, rilanciarsi prendendo i soldi aumentando il debito pubblico. BlitzQuotidiano vi propone l’articolo integrale:

L’Europa è in fase di ristagno? Cioè è fuori dalla crisi, ma sostanzialmente immobile? Con il rischio magari di ricadere all’indietro, dentro la crisi di nuovo? L’allarme viene lanciato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Banca d’Italia e Visco non sono soggetti che gridano per ottenere dei titoli sui giornali. Sono persone serie: quando lanciano un allarme è perché la situazione è allarmante. E sono una tecnostruttura che ha tutti i mezzi per capire che cosa sta accadendo.

Stanno esagerando? No, purtroppo. L’eurozona nei prossimi dieci anni dovrebbe crescere grosso modo fra l’1,4 e l’1,6 per cento all’anno. Chiunque capisce che si tratta di un valore molto basso. E, per di più, è un valore che sconta una situazione internazionale straordinaria: petrolio basso, euro basso, Qe di Draghi. Il che significa che l’economia dell’eurozona non è ancora a posto. La sua performance strutturale è modesta, appena sufficiente per tirare avanti.

Tutta colpa dell’austerity? Certo, le misure di contenimento del deficit non sono un propellente per la ripresa. Ma va anche detto che alcuni paesi (soprattutto dell’area mediterranea) avevano ormai raggiunto un livello di indebitamento pericolosissimo. Un colpo di freno era, purtroppo, inevitabile. Se non ci avessero pensato la Ue e la signora Merkel, avrebbero provveduto i mercati, sempre poco propensi a finanziare chi sta correndo verso la bancarotta.

E l’Italia? Prendete la scarsa crescita europea, dividetela per due e avrete l’Italia. La crescita prevista, grosso modo 0,5 per cento all’anno e più tardi forse 0,8, è appena sufficiente per non affondare e per non creare altri milioni di disoccupati.

Ma Visco dice un’altra cosa. Al di là delle cifre dell’economia, c’è il problema che la fiducia della gente e delle imprese non cresce. E non è difficile capire perché: la gente pensa che questa politica e questi politici non siano dei condottieri straordinari. Anzi, probabilmente pensa che di loro non ci si possa e non ci si debba fidare.

Il problema centrale è questo: abbiamo tanti guai, ma non ci fidiamo di quelli che hanno in mano il timone e quindi rimaniamo prudenti. Consumiamo poco, investiamo ancora meno e i capitali dall’estero non arrivano (perché nemmeno loro si fidano tanto).

Questa è l’analisi e non ci sono molte cure.

Possiamo fare il caso italiano. Il nostro oggi è un paese che striscia sul fondo e che riesce appena a respirare. Da più parti si dice che bisognerebbe dargli uno shock, come quelli a cui si è fermato il cuore. E lo shock dovrebbe consistere in un taglio secco e immediato di almeno 40 miliardi dì euro di tasse. In effetti non esiste altra terapia, se non vogliamo stare qui con l’acqua alla gola per altri dieci e vent’anni.

Ma si può fare? Come ricorda Giorgio La Malfa, ci sono solo due modi. O si tagliano le spese per un importo equivalente. Oppure si sfora con il deficit, ma per una buona ragione. Non aumento delle pensioni, della sanità o altro. 40 miliardi di sforamento e 40 miliardi di tasse in meno, da subito. E, naturalmente 40 miliardi di debiti in più, da subito sul conto dell’Italia.

La Malfa dice di preferire questa seconda strada, anche perché la prima avrebbe tempi lunghi e risultati incerti. Quindi sforare di 40 miliardi sui parametri europei.

Ci sarebbero conseguenze, certo, ma si può trattare e, eventualmente pagare qualche multa, contando sul decollo, finalmente, dell’economia italiana. L’alternativa è quella di una lunghissima stagnazione accompagnata da un’infinità di discorsi sul fatto che si sta un po’ meglio.

Il problema vero, però, consiste nel trovare una classe politica che abbia il coraggio di giocarsi questa partita. Che non è una partita disperata: è l’unica possibile. Purtroppo, non abbiamo questa classe politica.