Si gioca tra le macerie, anche del calcio che fu

Pubblicato il 9 Aprile 2009 15:08 | Ultimo aggiornamento: 9 Aprile 2009 15:22

Si gioca, nonostante tutto, nonostante il terremoto. Si gioca, tra la giornata di lutto nazionale e quella di Pasqua si infila la giornata di campionato. Inserto di pessimo gusto civile. Fosse almeno una scelta “cinica”, come amano dire a sproposito i commentatori tv. Fosse almeno un arrendersi alla bellezza del calcio italiano. Che però bello non è più, in campo e fuori.

Cosa succede al calcio italiano, al fu campionato più bello del mondo? Succede, molto semplicemente, che è stato superato da quello inglese e da quello spagnolo e che ora dovrà guardarsi anche dall’assalto tedesco. Sono i cicli – si dirà – ma il divario è diventato così profondo che la spiegazione non regge. E la crisi economica? Ma quella c’è dappertutto, in Inghilterra come in Spagna! I motivi della decadenza sono quindi più complessi, e vanno ricercati proprio in quel periodo di vacche grasse che proiettò il calcio italiano ai vertici mondiali. Questi i punti salienti di un’analisi necessariamente sommaria ma abbastanza vicina alla realtà.

1) Gli stadi. C’è stato qualche intervento di lifting per i mondiali del ’90 poi più nulla. Gli stadi italiani sono scomodi, hanno una visibilità pessima e, soprattutto, non sono sicuri essendo il regno ormai incontrastato dei delinquenti spesso legati a frange estremistiche. Questo ha allontanato dal calcio le famiglie che pure fanno la fortuna dei club inglesi e spagnoli.

2) I vivai. Per anni abbiamo importato il meglio ma anche il peggio del calcio mondiale, lasciando i nostri giovani migliori a marcire tra B e C. Nel mentre, società come il Barcellona o l’Arsenal lavoravano sulle loro squadre minori e tiravano fuori i campioni praticamente a costo zero. Alla lunga, i risultati sono stati strepitosi. In Italia, ridiamo ancora dei Luis Silvio, Andrade o Vampeta, strapagati solo perché brasiliani.

3) Il fisco. Società calcistiche e giocatori godono negli altri paesi di un regime fiscale molto più vantaggioso che in Italia. Risultato: a parità di ingaggio, un calciatore sceglierà sempre Madrid o Manchester piuttosto che Milano o Roma.

A questo dobbiamo aggiungere il disimpegno ormai evidente di alcuni mecenati che negli anni hanno tenuto in piedi le grandi società. Si pensi alla freddezza della Fiat verso la Juventus ma anche alla recente politica sparagnina di Berlusconi nei confronti del Milan. In pratica, è rimasto il solo Moratti a non badare a spese, anche se la delusione per l’eliminazione dall’Inter dalla Champion potrebbe indurlo a una graduale retromarcia.

Aspettiamoci quindi un’estate in cui i grandi club europei daranno l’assalto alla scarsa argenteria che ci è rimasta in famiglia. Il Real Madrid ha puntato gli occhi sul milanista Kakà e sull’interista Ibrahimovic, il Barcellona vuole lo juventino Trezeguet, il Manchester tornerà alla carica per il romanista De Rossi. Le squadre italiane, nel frattempo, si scambieranno un cane da 20 milioni contro due gattini fa 10, saccheggeranno i villaggi nigeriani o senegalesi alla ricerca di improbabili talenti di 12 anni, e berranno quotidianamente i presunti scoop di ben tre giornali sportivi. E magari vedranno resuscitare in Brasile l’imperatore Adriano, gonfio di birra ma finalmente felice e in pace con se stesso.