Sicurezza e sindaci ribelli, il dilemma: rispettare la legge o restare fedeli alla Costituzione?

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 5 gennaio 2019 5:00 | Ultimo aggiornamento: 4 gennaio 2019 20:48
Sicurezza, il dilemma dei sindaci: rispettare la legge o la Costituzione?

Sicurezza e sindaci ribelli, il dilemma: rispettare la legge o restare fedeli alla Costituzione?

ROMA – Non è mia intenzione prendere posizione ‘in favore’ o ‘contro’ i sindaci che si oppongono all’applicazione dell’articolo 13 del decreto sicurezza, mentre mi dichiaro ‘in favore’ del sindaco di Riace, nel suo tentativo civilissimo (e difficile) di coniugare legalità e legittimità nei confronti dei migranti. Il problema che vorrei additare, piuttosto,  non è quello – antichissimo, risalente da Antigone  – del rapporto tra legalità e giustizia, tra leggi umane e leggi divine,  ma quello del rapporto tra legge ordinaria e Costituzione e del dovere di osservare quest’ultima da parte dei cittadini,  in modo particolare dei pubblici ufficiali.

Sempre più spesso i sindaci italiani sono posti di fronte a questo drammatico dilemma: rispettare la legge nazionale – frutto di decisioni prese legittimamente in nome di una maggioranza parlamentare – o mantenersi fedeli alla Costituzione e ai doveri che questa impone, in termini incondizionati? Estremizziamo questo conflitto e supponiamo che – con l’approvazione di una  maggioranza – venga votata una legge che impone la schedatura degli appartenenti a una data etnia, religione, organizzazione, o di quanti possano venire individuati in base a un qualsiasi caratteristica; che con  questa legge siano imposte ai destinatari determinato obblighi o divieti ( es. lavoro, residenza, accesso all’istruzione ); che – infine – l’attuazione di questo regime venga affidata a pubblici ufficiali e in particolare ai sindaci.

A questo obbligo di legge si oppone, o ‘resiste’  il principio generale di ogni  ordinamento democratico  , per cui  il pubblico ufficiale cui è imposto un ordine manifestamente illegittimo possa resistervi e ‘disubbidirvi’ , non in nome di una ‘giustizia’ collocata fuori e al di sopra della legge ordinaria ( Antigone ), ma in nome di una norma ordinamentale di grado ‘superiore’ a quella votata dalla maggioranza , o in nome di essa.

A quale dei due doveri di obbedienza dare la precedenza? Si può configurare – e secondo quali forme ‘legittime’ – un diritto di ‘resistere’ all’applicazione di quella legge, o di quel decreto? Se è vero che una Costituzione è tale, essenzialmente, nella misura in cui  si pone a difesa dei diritti e delle aspettative di  tutte le minoranze legittime (non certo di quelle criminali  o eversive o contrarie ai buoni costumi),  sembra legittima la ‘resistenza’ opposta dai sindaci a norme di quel tipo, che si pongano  in manifesto contrasto con valori costituzionali sui quali ‘non si vota’ e con i quali non è consentito venire a patti. Tra questi, i valori dell’eguaglianza, della solidarietà e della dignità sociali, che costituiscono il nocciolo duro della nostra Carta Costituzionale.

Diversa è la questione delle forme che la resistenza in nome della Costituzione deve assumere nei casi concreti. Queste forme non devono prima di tutto esulare dai poteri conferiti al pubblico ufficiale ( non ha senso, ad esempio, annunciare l’apertura dei porti nazionali da parte di sindaci che su quei porti non hanno alcuna giurisdizione in tal senso). Sarà piuttosto lecito e opportuno instaurare un dialogo con l’autorità centrale che pretenda di applicare la legge considerata illegittima: esistono o dovrebbero esistere canali di comunicazione e collaborazione diversi da quelli consistenti nella pura e semplice minaccia di ricorrere ai tribunali o di rimuovere forzatamente l’autorità locale dal suo incarico ( che nasce da una libera elezione e non da una ‘nomina’ dall’alto). 

L’autorità locale dovrebbe cercare forme di ‘disapplicazione’ anche provvisorie che, da un lato impediscano odiose  discriminazioni  ed esclusioni, e dall’altro consentano al governo di promuovere eventuali interventi correttivi e migliorativi della  legge , tali da impedirne le ricadute più inique e intollerabili dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali della persona.